via conciliazione

#15: Zozzone non mollare

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Siamo in tre e stiamo tornando verso casa da una serata splendida, memorabile, per fortuna in periferia. Per fortuna perché siamo in macchina (e non guido io) e se non bastasse avere un paio di amici che ti portano al portone alle quattro di lunedì notte facendoti fare due sane risate, per considerarsi fortunati non so proprio che ci vuole. Ah sì: diciamo pure che ci facciamo una mezz’ora di guida in mezzo a Roma di notte, che niente non è. Io non lo so come funziona nelle altre città: non so se girare in auto immersi nel silenzio dei monumenti illuminati col lusso di potersi guardare bellamente attorno dia lo stesso senso di pace e speranza.

Percorri Viale Gregorio VII, pieno di pini altissimi che a un certo punto finiscono bruscamente, da un metro all’altro, lasciando spazio alla Cupola di San Pietro che si staglia nel cielo spuntando prepotentemente dai marciapiedi del Vaticano, con un gioco di luci degno della miglior discoteca di Ibiza. Poi ancora verso il centro: ti lasci il Colosseo sulla sinistra a un incrocio, passi il Tevere e sei a Corso Vittorio Emanuele. Se fossi stato all’esame per diventare guida turistica e mi fossi sentito chiedere “Mi parli dei monumenti di Corso Vittorio Emanuele” penso che gli avrei rovesciato direttamente la cattedra in faccia; cioè regà, troppa roba. Sembra tutt’un salottino illuminato a lampioni, poi ti spunta una chiesa, mille statue, poi il Campidoglio, l’Altare della Patria. Tutto nel silenzio sommesso, sorvegliato da qualche spazzino del turno di notte.

Tiriamo dritto fino a piazza San Giovanni, pensi al Concertone del primo maggio e ti chiedi quante facce, quante vite possa avere una piazza. Poi ancora a destra lungo tutte le mura più antiche e più belle di un sacco di altre cose, fino a Porta Maggiore, dove il mio amico conducente – finalmente – fa: “Ci fermiamo un po’ qui, vi va?”

Certo che ci va.

Avendo a disposizione tutte le meraviglie della Città Eterna, senza neanche un motorino a tagliarti la strada nel raggio di 20 km, il mio grande amico sceglie di fermarsi al chioschetto di un paninaro.
Perché l’uomo sarà pure piccola cosa di fronte all’Arte, ma è più piccolo ancora di fronte alla Fame.
E allora fuori, al freddo.

Ci avviciniamo al camper e mi si accosta un vecchio con la barba sporca e una piuma sul berretto avana: “amico mio, che te va de damme na sigaretta?”, davanti al bancone un altro chiede l’ennesimo quartino di rosso in bottiglietta, un paio di macchine fanno casino col clacson, gente di Roma.

In Città le fontane si chiamano Nasoni, i tram Tranvetti (o trenini) e i paninari Zozzoni. Cioè, durante le sbornie alcoliche si propone “Oh ragazzi, panino dallo Zozzone?” per indicare genericamente tutte queste piccole attività notturne ambulanti che sfamano chiunque ne abbia necessità, a quattro euro a botta. Mi immagino quei bambini delle elementari che magari si sentono chiedere “Che lavoro fa tuo padre?”, e rispondono “lo Zozzone”.

Ma vabbè, la fame non conosce igiene, zozzone o no, eccoci qua.

Il titolare dell’attività, così solo all’interno della vettura, dà le spalle alle gloriose Mura della Capoccia e guarda fisso davanti a sé un’insignificante rotonda coi semafori, purtroppo per lui quasi vuota. Mi colpisce non tanto per quegli occhi chiari scavati, o per la sua felpa di pile gialla e marrone. Sono impressionato dalla sua postura e dal suo modo di muoversi. Le spalle alte, la schiena eretta, ferma, pare che neanche respiri per quanto è solido. È snello e si muove lentamente, ma in modo fluido. È italiano. Si guarda attorno senza muovere il collo con lo sguardo rapido di chi la sa lunga.

“Che volete?”

Mangiare. Ordiniamo e si mette all’opera. Nell’attesa seguo uno dei miei commensali nel suo ragionamento: cioè, per fare questo lavoro ci vogliono due palle così, altro che gli architetti. Da solo, tutte le notti al freddo e al gelo a sfamare uno sbranco di alcolizzati, festaroli e malviventi, a quatto euro a botta, senza nemmeno la protezione di un pappone. Meglio fare la puttana a sto punto, non fosse altro che per riscaldarti dentro qualche macchina di tanto in tanto.

Senonché, parcheggia a trenta centimetri da noi una Mini blu fiammante, con la musica a palla. Ne spuntano fuori tre fighette tirate a lucido (a inizio serata però!) e un bellimbusto di ben 21 anni, probabilmente reduci dall’“Any Given Monday” al Qube. Iniziano a gallineggiare e a ridere di fronte al paninaro immerso nel pieno del suo “Any given fuckin’ day”. Nonostante l’ora si sforzano di parlare in italiano (tipo che invece di dire “Cioè te prego!”, dicono “Cioè, tiii prego!”) e mentre il fighetto si attacca in chat sullo smartphone, le ragazze tentano di ordinare un paninazzo strapieno di roba, interrompendosi a vicenda ogni venti secondi con risate sonore e sguaiate. Il titolare dell’attività gli fa notare, piuttosto educatamente:

“Daje regà, che sto a chiude!”

E il fighetto ancora allineato, intento a mandare sms all’ultima conquista. Le ragazze ce la fanno e si mettono a fumare, ripercorrendo le tappe della loro avventura notturna. Poi d’un botto, a ‘na certa, il pischello si ripiglia, si avvicina al banco e fa: “Ao ma che non ce l’hai la fesa de tacchino?” “No, non ce l’ho”.

E si rimette a mandare i messaggi mentre noi mangiamo e lo zozzone lavora: mette tutta la roba sulla piastra bollente e inizia a rimettere nei frighi tutti i barattoli di condimenti (tipo 40 tra barattoli e barattoletti di salse e roba sott’olio). Come mette l’ultimo barattolo nell’ultimo sportello, il giovane si riavvicina e fa, in modo perentorio: “Ao, capo, a me ME DEVI FA uno con la salsiccia e me ce metti tutti i condimenti, salse ketchup e maionese” manco aspetta la risposta, che si ri-attacca allo schermo del telefono.

Lo zozzone invece di fargli “Ma scusa, ve l’ avevo detto che stavo chiudendo, me lo potevate dire prima!” col grado di educazione che ritiene più consono; non caccia una parola e si rimette a riprendere tutti i barattoli che aveva appena finito di mettere dentro.

Ecco: io lo so che questa vita è una battaglia.

Una battaglia tra chi ha la Mini e chi la felpa gialla e marrone, tra chi conosce il valore del rispetto e chi pensa che gli sia tutto dovuto. Una battaglia tra chi (per guadagnare quattro euro in più) deve abbassare la testa e tra chi si porta le donne a spasso tutta la notte. Una battaglia tra chi va avanti per la sua strada e chi fa il gradasso e senza intuire il significato della parola “Sacrificio”.
Tutte cazzate.
Al momento, l’unica certezza è che si è appena chiusa, nel silenzio, un’altra serata Dentro la Capoccia.

Roma ti osservo e ti vivo. Zozzone ti osservo e ti ammiro.