white-men-cant-jump

#27: Chi sono i giocatori di basket?

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Caro Ciccio,

Ti ricordi quella volta, da coinquilini, come ho reagito davanti a quella pizza e quella birra? Ti dissi: «Ma scusa, ti mancheranno sì e no sette esami: finisci. E poi fai quello che ti pare».
E tu che mi dicevi: «Ma manco se muori subito: io voglio fare abbàsket! Voglio intraprendere una carriera nel mondo del basket. Per quale motivo dovrei perpetuare in qualcosa che non intendo portare a termine? Non intendo minimamente accaparrarmi un diploma di laurea che non sento di necessitare».
Ecco: il perché tu ti ostinassi a utilizzare verbi del calibro di “intendere” e “perpetuare” e “necessitare” in situazioni assolutamente colloquiali è sempre rimasto per me un affascinante mistero (a differenza del basket e della filosofia “Prima la affronti, meglio è” su cui, negli anni, mi sono dovuto ricredere).

Qualche giorno fa ho visto un video di Pif in cui andava a spasso per la Capoccia a dire che i martiri di mafia non avevano niente di speciale. Capito che roba? Diceva che questi erano nati sulla Terra proprio come me e te e magari erano paranoici, egocentrici, vanitosi, logorroici, cicciottelli, testardi o accaniti fumatori proprio come un qualsiasi quaqquaraquà di noi altri. Come se quelle persone non fossero nate per essere eroi ma fossero nati con lo scopo di crescere e morire in mezzo ad altri miliardi di persone, e basta. Come se fossero stati stampati per avere una vita normale e ordinaria tipo la nostra. Possibile?

Ne parlavo col mio coinquilino attuale, baskettaro pure lui.

Scendevamo fianco a fianco sul marciapiede martoriato di via dei Calabri, pallone a spicchi sotto il braccio, abbigliamento comodo e colorato stile NBA e quella trepidante attesa di giocare che ogni sportivo, da Kobe Bryant al terzo portiere del Poggibonsi (passando per il dodicenne ai giardinetti), conosce alla perfezione. Tentavamo di risolvere in una qualche direzione lo scorsesiano dilemma: siamo noi prodotti del nostro ambiente o l’ambiente circostante è un nostro prodotto?

Tu mi dirai: «ECCO FATTO! Questo è un tema affrontato da tutte le menti di ogni epoca e tempo e mo’ arrivate TU E LAMBO e sbrogliate la situazione… ma dove volete che vi porti un ragionamento così?»

Al campetto da basket.

Infatti, appena varcata la soglia del parco smettiamo proprio di parlare: tutt’a posto. Saranno state le sei di sera di un giorno di febbraio come un altro e le luci dei lampioni davano manforte a quella tinta rosata che resisteva in basso nel cielo, troppo poca per poter illuminare degnamente gli atleti del rione San Lorenzo immersi nel loro quotidiano All Star Game. Giorno dopo giorno, i campioni di tutti i rioni di Roma si ritrovano nei campetti della Capitale a giocarsi la Gloria. Dovresti vederli: circondati da un pubblico fatto di barboni, spacciatori, atleti in attesa del proprio turno, cani e fidanzatine pazienti. Tutti lì a buttare sangue e ad applicare schemi improvvisati al solo scopo di dire: “Eddaje! Abbiamo vinto! Possiamo giocare ancora!”. Funziona così: la squadra che vince continua a giocare e, tra quelli che aspettano si fa un tiro a testa dalla lunetta; i primi che segnano il canestro vanno a comporre la squadra degli sfidanti.

Un processo meravigliosamente meritocratico, eh Ciccio?

Vabbé: siamo lì ad osservare la sfida con il massimo interesse e, quando finisce il match, un filippino in età da liceo e un professore di liceo in età da viaggio nelle Filippine, devono abbandonare il campo e tornare alle loro vite. Uno spilungone con la canotta rossa dei Bulls viene dritto dritto da noi:

«Scusate ragazzi, voi volete giocare?»

No. Noi ci siamo vestiti così perché c’abbiamo un appuntamento con l’Uomo Ragno.

«Certo che vogliamo giocare! :)»

Lo sai che ho pensato Ci’?
Ho pensato: “Meno male che gli serve gente, se aspettano che metto il tiro libero stanno freschi! Mi ci serve una bagnarola al posto del canestro! Evvai, gioco pure io!”

IL SIGNORE DÀ.

Ci buttiamo nella mischia – on the court – uno di qua e uno di là e iniziamo una partita ai 31. Tra pick and roll, rimbalzi e la testa che si svuota punto dopo punto, siamo sul 12 pari quando lo spilungone dei Bulls scrocchia un’involontaria gomitata a un ricciolino di Chieti, aprendogli inesorabilmente il sopracciglio: sangue a garganella. Mentre si crea una piccola calca attorno per sincerarsi delle di lui condizioni, lo spilungone ci riavvicina e, dopo aver appurato se vivessimo o meno nei paraggi, fa:

«…e stasera, a cena, che ve magnate?»

Giuro.
La sua più impellente necessità, in quel fibrillante time-out, fu quella di acclarare il nostro menù serale. Te rendi conto Ci’? Non smetterà mai di stupirmi, la gente.
Fatto sta. Il ricciolino è fuori gioco e se ne va, la partita non può andare oltre: non si gioca più.

IL SIGNORE DÀ, IL SIGNORE TOGLIE.

Ma proprio quando stiamo per raccattare la nostra roba e levare le tende, quando sembrano perse tutte le speranze, sbuca dal nulla un tizio in giacca e cravatta con una camminata spaziale: codino al vento, spalle larghe, sorriso gajardo.

«Bella regà… io lo so che pe’ voi scapolotti è un giorno di febbraio come un altro, ve vojo bene e tutto quanto, però è San Valentino, capito che te vojo dì? Io stasera dovrei pure chiede’ alla ragazza mia de sposacce, quindi, a me, lassateme perde: mi faccio giusto un match a 21. Non mi va di lasciarvi dispari.»

Si toglie la giacca, la appende sotto al tabellone, si allenta la cravatta e prende il posto del ricciolino sotto gli occhi increduli e adoranti di ognuno di noi. Si ricomincia.

IL SIGNORE DÀ, IL SIGNORE TOGLIE, IL SIGNORE TE RIDÀ…

Quando il punteggio recita 18-14 arriva lei, tacchi a spillo, jeans e 160 centimetri di colorata grazia borgatara, donna di cotanto uomo, a rivendicare i propri diritti di fidanzata il 14 febbraio. Mette la mano a cucchiara e fa:

«AAAAAAAAAAAAAMO! Che dovemo fa’?»

E lui, il Divin Codino, voltandosi: «Scusa amò, c’hai ragione però erano dispari, che dovevo fa’?»
E allora lei col passo deciso mette un tacco appresso all’altro, fino a un metro da noi, si blocca, scuote leggermente e lentamente la testa, sorride appena e fa: «Amò, sei popo UN romantico!»

(Non so come riuscii a trattenere l’impeto di abbracciarli, inginocchiarmi e chiedere “Scusate regà, che me posso sposa pure io co’ voi, per favore?”)

Poi vabbé, la partita finisce di lì a poco e tra i mormorii indecifrabili si odono parole tipo “rivincita”, “re-match”, “famone ‘n altra”, ma la coppietta deve proprio abbandonare la nave. Per oggi, non si gioca più.

IL SIGNORE DÀ, IL SIGNORE TOGLIE,
IL SIGNORE TE RIDÀ, IL SIGNORE TE RITOGLIE.

E mentre stavamo lì a rifocillarci, con l’aria della sera che si era fatta fresca, guardavo i miei occasionali compagni di gioco. Le loro pance, il loro sudore, la loro soddisfatta stanchezza, la loro mente libera, la schiena dritta, la testa alta.

Chi sono i giocatori di basket?

I giocatori di basket sono professori, filippini, gente che sta per sposarsi e che fa domande strane, proprio come qualunque altro quaqquaraqua di noi altri. Ognuno con le proprie virtù e i propri difetti, gente di tutti i tipi e tutti i colori che calca i campetti di questo mondo, destinato a una vita come tutti gli altri. I giocatori di basket sono come gli impiegati, i fruttaroli, i martiri di mafia: artefici del proprio destino che scelgono in totale autonomia gli ambienti da influenzare, e da cui essere influenzati.

Vedi Ciccio? Se ti scrivo questa lettera, a distanza di tutti questi anni, è perché un giorno di febbraio come tutti gli altri, in un campetto italiano come tutti gli altri, ho visto questi sconosciuti che sotto i lampioni, in mezzo al parchetto, se ne tornavano a casa stanchi e contenti: ho maturato l’idea, chissà perché, che il mondo è fatto di uomini piccoli piccoli che prendono decisioni grandi e piccole, nella costante Ricerca della Pace con se stessi, e non si nasce né Campioni, né Geni, né Eroi.

Ecco, ti volevo dire: io non lo so se diventerai commissario tecnico della Nazionale, o un simbolo dell’Antimafia, o un fruttarolo, o un professore delle Filippine ma: se hai trovato quella cosa che ti fa tenere la mente LIBERA, la testa alta e la schiena dritta tienitela stretta che non ci sarà diploma di laurea che reggerà il confronto, e sono proprio contento per te.

E allora daje.
E daje forte.