#29: Non esiste il lunedì

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

A sentire voi, il Futuro è Lunedì. Quante volte l’ho sentito? Lunedì inizio la dieta, lunedì inizio a cercare casa, vedrai, da lunedì… lunedì lunedì. Darsi il week end di slancio per ricominciare, fissare un trampolino e andare. Quella dolce illusione di essere padroni e gestori del proprio tempo.

Ma quale Lunedì e Lunedì?

Ma beati a voi!

Sono in una delle zone più IN della Capitale in un mezzogiorno nuvoloso avvolto da uffici, palazzoni e semafori, marciando verso casa a passo spedito, ancora tramortito dalle recenti vicissitudini della mia vita che mi hanno portato a mettermi questa giacca grigia e questa cravatta rossa. Stamattina, mentre me li misuravo fissando accuratamente lo specchio, in mezzo a tutta Roma che ancora dormiva, provavo la sensazione dell’attore che sta per calcare le assi del palcoscenico la sera della Prima. Si va in scena.

Cinque anni di DAMS. Litri di sudore versati sui set senza budget. I corsi di sceneggiatura, i video tutorial di AfterEffects, lo stage alla Raindance Film School, la prima telecamera, i colloqui con case di produzione discutibilmente serie, le recensioni dai festival, il Master in audio e video editing, le chiacchierate all’uscita dai Multisala, la prima volta che ho letto “Scritto, diretto e interpretato da Quentin Tarantino” dopo aver visto Le iene: tutto questo finalmente ha un senso. Tutto questo mi ha portato qui, Roma, quartiere San Lorenzo, davanti a questo specchio, a mettermi questa giacca grigia e questa cravatta rossa.

Oggi, cascasse il mondo, inizia la mia prima collaborazione con la RAI: assistente al montaggio per un programma in prima serata. Da oggi, lunedì, dopo anni di studio, riflessioni, impegno e lavoro (sia duro che morbido) avrò finalmente una possibilità: potrò giocarmi le mie carte.

Mi pompo nelle cuffie i Clash ed esco di casa.

Mentre schivo a testa bassa la massa umana della stazione Termini i miei occhi non guardano niente e nessuno. Unico obiettivo: Viale Mazzini. Non guardo gli zingari che scroccano monetine ai distributori di biglietti, non guardo la folla assonnata e ben vestita che scende dalle scale mobili, non guardo la linea gialla e la metro che si avvicina lenta e inesorabile, non guardo i sedili ricoperti di ciccioni da fabbrica e occhialuti da banca, non guardo le torve nuvole che si abbattono su Lepanto. Non guardo i bar e le bancarelle piene di gente che schizza in tutte le direzioni, impegnata in chissà quale conversazione telefonica con chissà chi.

Sta per cominciare: sono davanti alla porta con la statua del cavallo. Sento la musica in cuffia con le gambe che mi fanno Giacomo Giacomo. Sono emozionato. La mia prima esperienza alla RAI.

Entro.

Beh, mannaggia li pescetti, non sono durato nemmeno due ore.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce i limiti nella conoscenza, o determinazione, dei valori che grandezze fisiche coniugate assumono contemporaneamente in un sistema fisico. In poche parole questo principio afferma che, all’interno di un sistema fisico legato allo Spazio e al Tempo, di una particella non si può conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità.

La segretaria alla reception è una bellezza acqua e sapone e mi indica la via. Attraverso i corridoi in cui autori e registi hanno contribuito a formare la cultura sociale mia, di Sergio Mattarella, di Giovanni Pesce, di mia nonna e – più in generale – di tutti gli italiani che conosco. Quadri alle pareti con Alberto Sordi, Mike Bongiorno, Raffaellà Carrà. Arrivo alla mia porta. La targhetta recita:

MARTINA PENNARELLI
Produttrice

Varco la soglia.

«Federico, giusto?»
«Già. Eccomi qua.»
«Bene bene. Ci hanno avvisato dall’università. Il tuo stage con noi durerà sei mesi, con possibilità di rinnovo. Non è prevista remunerazione. Abbiamo esaminato il tuo curriculum. Hai tutte le possibilità per poter fare bene: te lo auguro. Ti senti pronto?»
«Non vedo l’ora. Lavorare in RAI per me è un onore. Sono pronto a stare anche dodici ore al giorno. Non è un problema. Spero di imparare e di rendermi utile il più possibile.»

Mi mancava solo la Bibbia sotto la mano destra e dire solennemente “Lo giuro” che sarei stato un testimone coi fiocchi.

«Bravo. Questo è lo spirito giusto. Vieni con me, ti porto dal nostro regista che ti spiegherà che cosa dovrai fare.»

Mi conduce in una stanza scarna con la scrivania, un paio di sedie e una libreria. «Tempo dieci minuti e arriva, aspettalo pure qui.»

Bene. Lavorare alla TV di Stato, a questo punto, non è poi così difficile. Devo solo stare seduto qui, zitto e solo, e aspettare il regista. Facile no?

No: impossibile.

L’orologio digitale sul terzo scaffale della libreria segna le 11:11. Sono in modalità countdown quando mi squilla il telefono. Normalmente in una situazione del genere non avrei risposto ma giacché dovevo aspettare altri otto minuti decido di fare due chiacchiere. Sai com’è.

«Pronto, Federico?»
«Sì. Chi è?»
«Sono il DIRETTORE CAPO della Multigroup s.r.l. Ti chiamo per informarti del fatto che AL MOMENTO ti abbiamo selezionato come operatore video per il nostro evento itinerante che partirà domenica. Ci tengo ad informarti, per onestà intellettuale, che sei la nostra seconda scelta. Ho appena sentito telefonicamente il candidato che avevamo scelto e ci ha detto che non sarebbe stato disponibile prima di mercoledì: abbiamo dovuto scartarlo. Ma… mi senti?»
(Panico.) «Sì sì. La sento benissimo.»
«Ah bene. Ecco, ti dicevo: dovrai occuparti della regia video e gestire un software su cui provvederemmo a formarti appositamente. Il tour parte da Roma questa domenica per poi passare di città in città. Dura fino alla fine di Maggio. Il compenso, come sai, è a quattro zeri e noi copriremmo interamente le spese di vitto e alloggio. Ecco, tu saresti disponibile?»

Pausa un attimo.

Tu, a un qualsiasi DIRETTORE CAPO, non è che gli puoi di’ “Ti faccio sapere lunedì”. Cioè, quello quando sente un giorno della settimana che non è quello che dice lui, ti manda a vendere il pesce: non è che si strappa i capelli e si mette a dare le capocciate al muro. Scelta non ce n’è: o gli dici di SÌ, o gli dici di NO.

Mamma RAI. La formazione culturale della nostra Nazione. Un giro turistico per tutte le città d’Italia. Ti formeremmo noi. Hai tutte le carte per poter fare bene. Allontanarsi dalla linea gialla. Vitto e alloggio. Alla RAI vanno avanti solo i raccomandati. La cravatta rossa. Raffaella Carrà. Giovanni Pesce. Quattro zeri.

«Sì. Va bene. Ci sto.»
«Ottimo. Provvedo SUBITO a mandarti una mail con tutti i dettagli. Ci vediamo DOMANI per iniziare la tua formazione e firmare il contratto. Arrivederci e grazie.»

Non faccio in tempo a rimettere il telefono in tasca che sbuca dalla porta il regista. Mo so’ cazzi.

«We! Grande Federico! Allora, come va? Ti senti pronto?»

Eh. Che gli dici mo’ a questo?

«Beh… ecco… veramente…»

«Dai dai!! Su con la vita! Devi stare SERENO! Qui alla RAI non siamo così male come dicono! Se ti impegni, sono sicuro che potremmo fare ottime cose.»

Sempre peggio.

«Sì sì, no, cioè, il fatto è che… mi hanno appena chiamato per un lavoro. Mi pagano, è altamente formativo e ho dovuto dire di sì.»

Sotto il suo foulard, scorgo il suo gargarozzo che si muove impercettibilmente prima verso l’alto, poi verso il basso. Sta caricando la saliva per sputarmi in faccia.

«Cioè, fammi capire, proprio adesso, in questo momento, ti hanno chiamato?»

Stringo un po’ i denti e arriccio le labbra in dentro. Provo quella sensazione, mai del tutto dimenticata, di quando da bambino esageravo e mio padre mi faceva quelle due domande di circostanza prima di assestarmi qualche bravo sganassone.

«Proprio adesso. Mentre la aspettavo.»
«Beh: congratulazioni!…»

(!)

«…è un’ottima cosa. Sei appena uscito da un Master e hai bisogno di fare esperienza sul campo e di lavorare. Sono molto contento per te, bravo. Cerca di farti valere e di apprendere il più possibile. Torna pure da Martina e spiegale la situazione. Stai tranquillo, pure se hai giurato eterno attaccamento all’azienda non più di dieci minuti fa, capirà.»

E così, buono buono, come sono arrivato, me ne rivado.

Mentre faccio il percorso a ritroso verso casa, ancora frastornato, guardo la gente in pausa pranzo in zona Lepanto, i filippini che smontano le tende delle bancarelle. Le anzianotte che affollano i sedili della metro con le buste di sedano e carote e la faccia tristemente affaticata. Quando arrivo alla Stazione Termini, piove già.

Mi fermo un momento davanti ai binari e mi guardo intorno.

Gente di ogni forma e colore che apre e chiude ombrelli correndo in tutte le direzioni. Gente che parte. Gente che controlla orari e scadenze. Sono una particella che non conosce la sua posizione, né la sua direzione di marcia, in mezzo ad altre milioni di particelle impazzite, impossibili da collocare nello spazio e nel tempo. Avvolto da tutta questa umanità in fremente movimento non riesco a capire come sia possibile decidere quando la nostra vita cambierà.

Non riesco a capire se le cose arrivino gradualmente o no.

Penso che anni e anni di scelte e lavoro e amicizie e esperienze e ricordi e speranze e rimpianti, quando vai a stringere, vai tranquillo che te li giochi in meno di un minuto. Non è che te li giochi… Lunedì.

Non esiste il Lunedì.