Foto di scena ©Massimo Agus

In Canto e in Veglia – Elena Bucci

«Esitare» sta per incagliarsi, arrestare il passo, rimanere sospesi fra una strada e l’altra.
Apparentemente una stasi indefinita, eppure nell’esitazione c’è il seme del dubbio, un arrovellarsi sul da farsi, un pensiero che tende alla conquista dell’azione: andare o tornare, cambiare o insistere, vivere o morire?

È in questa sospensione che ha luogo In Canto e in Veglia di Elena Bucci (autrice, regista, interprete unica), nella dimensione interiore di una donna che si confronta con il dolore della perdita. Nella piccola sala dell’India soltanto un parete dura, di un grigio sporco, ripiegata come un paravento in cui raccogliere e raccogliersi nel lutto; al centro una sedia, vuota, come quell’assenza che non si osa colmare (scene Giovanni Macis).

Elena Bucci si avvicina piano, i suoi passi tendono a quello spazio stretto e opprimente, ma il pensiero la porta a indugiare, e così il corpo cede la strada alle parole. È un viaggio introspettivo, fragile e combattuto come quei lunghi guanti di gala senza dita che quasi sembrano evocare le fasce di un boxeur; un percorso che si sviluppa lungo un flusso di coscienza accidentato, disseminato di ricordi, fantasie, rimpianti, canti, realismo magico.

Foto di scena ©Massimo Agus

L’intima odissea della donna si riversa allora sulla scena plasmando le ombre, irradiando le pareti di colori (luci Loredana Oddone), arrivando a superare quel muro di sartriana memoria che schiacciato sullo sfondo lascia finalmente posto a un brillare di stelle foriero di un’armonia ritrovata con la vita (E quindi uscimmo a rimirar le stelle).

Foto di scena ©Massimo Agus

Felicemente poetico, senza mancare di oscillare tra il sentimento e l’ironia, In canto e in Veglia tuttavia forse patisce un eccesso di immagini che a tratti tende a saturare le atmosfere evocate rubando il respiro al silenzio, al dolore, a quella splendida esitazione che dà motore all’intero monologo; seppur notevole, insomma, lo spettacolo rischia di eccedere nel narrativo-didascalico a discapito di una tacita e poetica intesa con il pubblico che si ritrova sicuramente affascinato – indiscutibile la prova di Bucci – eppure come privato di quella stessa umanissima e stimolante esitazione.

Teatro India, Roma – 20 marzo 2015