Foto Adriano Ferrara.

Il ventre cavo della guerra

Giuliana Musso dà voce al dolore delle madri

Nei primi dieci giorni del Muharram – il primo mese del calendario islamico e uno dei quattro sacri per l’Islam – gli Sciiti celebrano un rito molto particolare per commemorare la morte di Husayn, figlio di Fatima e nipote di Maometto. Le donne si radunano in Moschea e, mentre l’Imam recita la storia legata al martirio di Husayn, piangono e pregano singhiozzando. Ognuna di loro è la madre piangente e addolorata del martire che si dispera per la morte del figlio. Un rito sopravvissuto nei secoli che ha radici molto più antiche dell’Islam e ha come protagonista la Dea Madre. Simbolo di stabilità, certezza e solidità, antepone le scelte della Natura – come la morte del figlio – alle proprie, per accelerare il processo di rinascita e nuova vita. Lo spettacolo di Giuliana MussoMio Eroe – torna a parlarci in maniera laica e distaccata del culto della Dea Madre.

Foto ©Adriano Ferrara

Madri sono le tre protagoniste dello spettacolo, tre donne senza più un figlio, sacrificato per la patria in una guerra lontana, che da 16 anni continua a mietere vittime: l’Afghanistan. Il cimitero dell’Impero, così viene chiamato, il paese dove negli anni ‘60 gli hippy andavano a ritrovare se stessi verso la via dell’Oriente e dove oggi la fine della guerra iniziata nel 2001 sembra essere ancora lontana.

Giuliana Musso spoglia la morte in guerra di ogni retorica e concentra il suo lavoro sul dolore e sullincapacità di accettare linnaturalità della morte di un figlio. Nascono in questa maniera tre monologhi costruiti sullo schema tradizionale del teatro di narrazione: scena, racconto e rapporto con il pubblico. Le tre donne differenti tra loro, per provenienza e carattere vengono unite da una drammaturgia del dolore che si identifica in racconti di storie di vita quotidiana, prima e dopo la scomparsa del figlio.

In scena è raffigurato una sorta di altare del dolore dove non c’è posto per la commemorazione retorica e le medaglie. Dal trauma per la perdita del figlio le tre donne elaborano un discorso etico e critico nei confronti dell’assurdità della guerra. Le loro parole arrivano a svelare la cruda verità sui conflitti contemporanei, smascherando i potenti che li hanno originati. Gridano «Il re è nudo!» queste tre donne, ma non lo fanno con l’innocente ingenuità del bambino della favola di Andersen, ma con la rabbia e la forza di una Dea Madre che vuole cercare di fermare uno degli atti più innaturali del genere umano: la guerra.

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