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Metafisica del dolore

I vivi, i fantasmi e il ricordo nel teatro di Lucia Calamaro

Chi muore prima muore per tutti quelli che dovranno morire. Il suo spirito vaga incessantemente avanti e indietro nella città delle parole. Sono io quello che si chiama Walter Benjamin o questo è solo il mio nome? I morti ci pongono delle domande e si aspettano una risposta.

Questo frammento di Walter Benjamin contenuto nel documentario dello svedese Torben Skøjdt Jensen potrebbe entrare di diritto nelle – tante, a ben vedere – citazioni colte disseminate negli spettacoli di Lucia Calamaro, regista e drammaturga romana tra le più importanti, nonché “letterarie”, del panorama italiano odierno, alla quale il Teatro di Roma ha dedicato recentemente un focus in tre tappe al teatro India.

Già, perché anche nel teatro di Lucia Calamaro i fantasmi dei morti si muovono in una vera e propria città di parole e ritornano tra i vivi per avere delle risposte; o forse, meglio, per fare delle richieste tanto ironiche quanto disperate, goffe e umanissime. Ne La vita ferma, Simona (Senzacqua), sottratta alla vita e alla sua famiglia anzitempo dalla malattia, chiede al marito Riccardo (Goretti) di non dimenticarla. In Tumore, la malata terminale Virginie, unica assente in scena – che apparirà infine come un angelo, in una reincarnazione impossibile fra sua madre e la sua dottoressa –, si chiede anche lei se in futuro non sarà dimenticata.

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Lucia Calamaro. Foto ©teatrodiroma.net

Così, questo percorso a ritroso nella poetica di Lucia Calamaro ha dato modo di osservare, compiutamente espresso, ne La Vita Ferma (qui la recensione di G. Sonno dei primi due atti) quanto già era in nuce in Tumore: il problema dell’oblio nei confronti dei morti. Come si fa a sopravvivere – sembra interrogarsi Calamaro – alla morte o alla perdita di una persona cara, una delle esperienze più sconvolgenti e inaccettabili della vita? E come sopravvivere al senso di colpa dei vivi quando si dimenticano dei propri morti, anche se questi ritornano e chiedono che la vita si fermi al loro ricordo, pur se la vita non può fermarsi?

Se lo domandano anche Alice (Redini) e Riccardo nel terzo atto de La vita Ferma, quando padre e figlia si recano al cimitero in mezzo a tante sagome colorate, per rendersi conto di non ricordarsi neanche dov’è la tomba della loro Simona. Così, la verità è che si sopravvive anche al dolore: è questo lo sconcerto, questa la faglia che attraversa il primo e l’ultimo spettacolo di Lucia Calamaro raccordati in un’unica supplica: posticipare la morte, anche solo per poco, salvare una vita. Un’impossibilità straziante da cui traggono origine gli interrogativi che la regista traduce sul palco in luoghi fisici e mentali imponenti nello spazio e nel fluire di un tempo lento, che sembra dilatare il pensiero all’infinito per trovare risposte indicibili sulla morte, sul dolore e sulla perdita.

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La vita ferma. Foto di scena ©Mariangela Loffredo

Se ne La vita ferma il problema è come venga riassorbita l’esperienza della morte nella memoria dei vivi, in Tumore invece la morte viene indagata nel suo inesprimibile non senso, nel vuoto improvviso e inspiegabile che provoca nell’attimo stesso in cui qualcuno è e improvvisamente non è più.

«Uno spettacolo desolato», recita il sottotitolo, a cominciare dalla scena fin troppo grande, completamente spoglia, che si sviluppa in un’inquietante profondità tracciando una zona di passaggio, di attesa straziante, di speranza disattesa, di solitudine abissale in cui si consuma il calvario di un malato terminale. Sul palco la Madre (Benedetta Cesqui), una nuova Madonna emaciata, pervasa di dolore e dimessa, e una Dottoressa (Monika Mariotti), al contrario più cinica, grottesca e vitale, perché troppo abituata al contatto con la morte; infine, una giovane figlia malata, assente, che sta morendo. Fra luci soffuse (Andrea Berselli), tic lessicali, balbettii, parole oscure e quasi oniriche – da cui le attrici si lasciano attraversare magistralmente – scorre semplicemente la vita in questo non-luogo che ha le fattezze di un sogno a occhi aperti: l’attesa, l’angoscia, perfino l’ironia, mentre una serie di oggetti viene misteriosamente catapultata sul palco come nella speranza di un miracolo che dall’esterno possa sbloccare la battaglia estenuante tra la vita e la morte di Virginie, su cui la seconda, purtroppo, avrà la meglio.

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Tumore. Foto di scena ©Matteo Barale

Infine, l’amore nel suo rapporto imprescindibile con il dolore scandisce L’origine del mondo (tre Premi Ubu nel 2012: nuovo testo italiano, miglior attrice protagonista a Daria Deflorian e miglior attrice non protagonista a Federica Santoro): un amore conflittuale e tagliente come può essere solo quello che lega tre donne della stessa famiglia, indagate nelle loro complesse dinamiche psicologiche che, quasi come in un film di Ingmar Bergman, vengono scandagliate in profondità fra sarcasmo e disperazione, quotidianità e psicoanalisi, attraverso una parola vertiginosa e abissale che sembra voler interrogare l’origine stessa del dolore.

Una madre, Daria (Deflorian), che soffre di depressione; una figlia succube (Federica Santoro) – sovrapposta alla figura di una psicanalista –, che ne sente l’attrazione; e una nonna volitiva ed energica (Daniela Piperno) sono alle prese in scena con un serrato confronto con la propria e l’altrui interiorità, in un immenso ambiente domestico – familiare quanto straniante grazie alla maestria del disegno luci di Gianni Staropoli – che succhia le energie, che rassicura dal mondo esterno, che blocca la vita in un getto continuo di parole che inibiscono l’azione.

Sono donne appartenenti alla schiera dei fragili, degli spezzati, dei soli, con l’anima sballottata fra il dentro e il fuori, al cospetto di grandi elettrodomestici innocui e imperscrutabili, testimoni inermi del malessere e della fatica di vivere di queste donne estremamente colte e infelici. Eppure, forse proprio l’essere troppo colti può rivelarsi d’ostacolo ne L’origine del mondo (un po’ come succede anche ne La vita ferma): perché nonostante la straordinaria interpretazione delle attrici, in stato di grazia fra l’enorme sforzo introspettivo richiesto e momenti d’ ironia più distensiva, è proprio la parola che qui rischia di avvitarsi su se stessa fra troppi riferimenti psicoanalitici e intellettualismo sancendo una distanza con il pubblico; come anche l’eccessivo indugiare su una condizione depressiva che rischia di ridurre i tre atti in un unico grande atto sul dolore che cede fin troppo all’autocommiserazione e al vittimismo.

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L’origine del mondo. Foto di scena ©Claire Pasquier

Non si può scrivere sulla morte, sullo strazio di una perdita, sullo svanire del ricordo. Eppure si può parlare dei morti, di chi soffre, dei fantasmi rimossi che tornano alla vita.

Così, Lucia Calamaro porta in scena l’esperienza dell’indicibile: ciò che si lascia al pudore, al silenzio, forse addirittura alla vergogna in questi tempi di felicità obbligatoria e rimozione del dolore, che – per quanto universale – ciascuno vive a suo modo, nella propria solitudine e incomunicabilità. Calamaro invece strappa il dolore al suo silenzio e lo rende teatro, con una parola letteraria – spesso “peccando” di troppo autocompiacimento intellettuale – che non può, non sa o forse non vuole scindersi dalla sua dimensione corporea e umorale, e quindi squisitamente teatrale, per farsi tutt’uno con chi la pronuncia.

In questi tre spettacoli, dunque, si delinea un universo popolato da personaggi piccoli, comuni (che non a caso portano gli stessi nomi degli attori che li interpretano), alle prese con problemi più grandi di loro e quindi simili a chi li osserva dalla platea. Forse è per questo che a volte si rivolgono al pubblico, non tanto per coinvolgerlo attivamente ma per trovare un’affettuosa complicità in chi li può capire. E forse è per questo che continuano a macerare ancora nella mente di chi li guarda e a chiedere anche loro delle risposte, proprio come fanno i morti—e i personaggi della migliore letteratura.

Ascolto consigliato

Teatro India, Roma, 7, 16, 21 maggio 2017

LA VITA FERMA
Sguardi sul dolore del ricordo. Dramma di pensiero in tre atti

scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Riccardo Goretti, Alice Redini, Simona Senzacqua
assistenza alla regia Camilla Brison
scene e costumi Lucia Calamaro
contributi pitturali Marina Haas
direttore tecnico Loic Hamelin
produzione Sardegna Teatro, Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro di Romacoproduzione Festival d’Automne à Paris / Odéon-Théâtre de l’Europe
in collaborazione con La Chartreuse – Centre national des écritures du spectacle
e il sostegno di Angelo Mai e PAV

L’ORIGINE DEL MONDO

scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Daria Deflorian, Federica Santoro, Daniela Piperno
disegno luci di Gianni Staropoli
realizzazione scenica di Marina Haas
aiuto regia Francesca Blancato
produzione e comunicazione 369gradi, PAV | Diagonale artistica
prodotto da ZTL_pro con il contributo di Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali in coproduzione con Armunia e Santarcangelo 41 Festival internazionale del teatro in piazza
in collaborazione con Fondazione Romaeuropa, Palladium Università Roma Tre, Teatro di Roma


TUMORE
Uno spettacolo desolato

scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Benedetta Cesqui, Monika Mariotti
luci Andrea Berselli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con Compagnia Malebolge, Rialto Sant’Ambrogio
con il sostegno del Teatro di Roma