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#26: Omaggio al Poeta Citelli

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Aridatece Poggi e Volpi

V’è mai successo de rimane’
da soli in un locale de la grande Capitale
senza gnente da fa’, se non guardare
tutt’attorno la gente che sta a fare?

A me sì.

Me ne stavo assiso a un tavolino
co’ la pretesa de non caccia’ il telefonino.
“Ma te pare” – me dicevo – “che oramai, l’essere umano
non possa fa più niente, senza er cellulare in mano?”

Ma poi me sento un vibro en la saccoccia, e che fai?
Meglio vede chi te cerca, ha’ visto mai…
Magari è de lavoro, magari ‘na pischella, magari è la tua svorta, che ne sai?
… E cosi viddi, mentre la mano se ‘nfilava in tasca, ancora un’altra vorta,
la Pratica mette’ la Teoria alla porta.

“Te chiedo un bel favore, caro mio amico de na vita fa”,
me scrive er compagno del liceo, che non sento da tant’anni ormai
“dovresti da descrive’, in quella tua rubbrica, come mai
Poggi e Volpi non semo mai riusciti a ritrova’”.

Per chi non lo sapesse, ve erudisco, sti du’ campioni
hanno scritto la storia dell’anni Novanta
non tanto per le imprese ch’hanno fatto in serie A
quanto perché pe’ vedelli in faccia – garantisco! – amo speso milioni su milioni!

Davano in regalo, co’ certe caramelle, un album “Figurine Calciatori”
che ci divertivamo a appiccicà, a cento lire a botta,
sopra a un quadernetto preso apposta
pe’ raccoglie’ insieme tutti quanti i giocatori.

Ecco che ‘sta moda prese piede, ve lo dico,
dalla punta giù in Sicilia fino a Londra
e la gente riempì tutto, tutto il plico
ma di Volpi e di Poggi manco l’ombra.

E mentre rinsaccavo il cellulare, pensando a quanti
pe un par de figurine strangolerebbero un leone,
guardavo a quell’Istessa mia generazione
e i grossi passi che aveva fatto avanti.

A un angolo del bar, poco più in là
una coppietta parlava a voce alta e s’arrabbiava:
ma no robba d’amore eh: robba de soldi!
Ognuno co l’iPhone suo, parlava co’ la mamma o col papà.

A un tavolo centrale, statue di pischelle in comitiva
se ne stavano in silenzio, ferme e tristi
fin quando una disse: “Famo er selfie!”
Illuminando i sorrisi, quelli finti
(che finti non so’: se dice “Indie”)

che durarono giusto il tempo dello scatto.

Vicino a me, se lamentava un Poro Cristo
del fatto tutt’altro che banale
che aveva preso solo tre “Mi piace”
“Ma te pare!? Un post così fiaccotto era imprevisto!”

Ma che fine avrà fatto ogni singolo bambino
che pe’ avecce l’album fatto e finito
era disposto a tutto il necessario?

Ma che, finivi l’album pe’ annallo a fa vede?
No! E allora? Perché mo te sei così accanito
col mostrà la tua faccia, la tua casa, il tuo diario?

Da quando è più importante
fasse vede ar telefono, impegnato co’ qualcuno assai distante
piuttosto che scambiasse du parole, insieme co’ la ggente circostante?

Decisi in quel momento, ve lo giuro
che avrei trovato un senso a tutto questo
servisse pure solo per pretesto
e come monito per il futuro:

voglio capì la fine che facciamo
quando la vita co’ lo specchio barattiamo
(e diventiamo riflessi de noi stessi),
scambiando l’Esistenza e l’Apparenza

in un balletto che ce lascia senza
la libertà di fare quello che ci pare
per riverenza a chi ci sta a guardare.

E poi, co’ un po’ d’impegno, che ne sai?
A forza de raggionamenti, dimenasse e batte colpi
Pure se il Senso non lo incontro, hai visto mai?
Magari ve ritrovo Poggi e Volpi.

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La storia si ripete

Voi mette a confronto
il phòno e il vento
il sesso e il porno
oppure, che ne so,
il saldo co’ l’acconto?

Come dici?! Non c’è paragone?
Allora, caro amico, damme retta: c’è da andà allo stadio
se voi vedé una partita de pallone:
lasciala perde la televisione!

All’Olimpico (per dire) c’è gente
che c’arriva da lontano
pe’ vedesse quello scontro da titano
senza che magari ce capisce niente:

in curva accanto a me (per dire)
ce stava na famiglia americana
venuta pe’ una gita all’italiana
che s’aggustava il clima, senza alcuna simpatia nutrire,

stavano là – forse – giusto pe’ vedesse
il gran soffrire dell’essere umano
che stava circospetto a chiede: “Vinceremo?”
e se sentiva dì: “Pò esse”.

E tutt’attorno la folla che riecheggia
e inneggia ai nomi dell’idoli sui:
“Daje, corri bestia! Sei ‘na scheggia!
Non sei ‘na pippa come dice lui!”

Infatti, se la curva non canta tutta in coro
tra gli individui regna er disaccordo
ognun con le sue idee da far valere
ragliando e gridando a più non posso.

“Leva un difensore, metti Klose dai!”
“Ma che sei matto!? Co’ tre in difesa non li fermi mai!”
“ma quello nun se move! Quanno cori!? Che, nun t’arzi da sta branda!?”
“Mannagga a te Lotito! E mannaggia il giorno che arrivò Cavanda!”

E così: tutt’attorno a quel pallone, che pare
tanto piccolo in mezzo al popolo raccolto dall’evento
co’ le sciarpe, li striscioni e le bandiere al vento,
(più gente qua che in un porto de mare)

pensi che la storia se ripete, è proprio vero!
Chissà perché, negli anni der duemila
come ai tempi der somarello e der bue
a parlà so sempre centomila
e a giocà so sempre ventidue.