Photo gambling chips on the dark

#24: Matematiche certezze

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Odio dormire sul divano, avete presente? Luce negli occhi da tutti gli angoli possibili, persone che sbattono il cucchiaio dei cereali e si preparano il caffè a due metri da te, gambe che escono fuori, schiena storta, cuscino o bracciolo, sbuffamenti sofferenti e tutto quel tran tran di odiose minuzie.

Non ci dormo più sui divani. Tra le tante, tre cose mi sono ripromesso in vita mia: che avrei chiuso per sempre col poker nei circoli, che non avrei mai più scritto un racconto per “Dentro la Capoccia”, e che – appunto – mai più avrei dormito su un divano.

Ma andiamo con ordine.
Arrivo davanti a un circolo pokeristico a cinque minuti dalla Stazione Tiburtina e decido di non entrare subito, non tanto perché ho mezza sigaretta ancora a disposizione o perché alla radio passano magicamente i Cornershop, quanto perché vengo letteralmente rapito dal discorso di due signorotti sulla quarantina che fumano davanti alla porta di picche, quadri e cuori, che si erge dal marciapiede. Il più alto, con la bocca seminascosta dal bavero del cappotto blu sdrucito, gli occhi scuri che si fanno spazio a fatica, tra sottili capelli sporchi e quel naso da tucano, freme per raccontare al suo interlocutore le sue ultime disgrazie al tavolo verde.

«Avevo due assi» dice «Due assi! Capisci? Ero troppo contento! Avevo proprio bisogno di una mano del genere per risollevare le mie sorti e allora dico, dai, mi gioco tutto. ALL IN. E passano tutti fino al grande buio: l’ultimo a parlare. Ci pensa e ci ripensa poi fa: “Vabbè. Gioco. Call.” e gira un Jack e una Donna. Ok che aveva un sacco di fiches, ma ti rendi conto!? Giocarsi un all in con un Jack e una Donna è roba da deficienti, da cerebrolesi! Il dealer gira la prima carta: un asso! Un altro asso, stai a capì? C’avevo già tris! Dico dai, è fatta… e invece non gli va a uscire scala?! Scala a lui, e ci stava pure a pensa’, ma te rendi conto? Lui all’inizio aveva il 15% di possibilità di vincere e m’ha fregato. Non ce posso crede, cazzo

Neanche il tempo di arrivare dunque, che mi ritrovo subito la strada sbarrata da uno dei motivi che mi avevano obbligato a promettere che non avrei più attraversato una porta con picche, quadri e cuori disegnati: il gambler abituale.

I gambler abituali sono disseminati ovunque nella nostra società. Sono quelli che ASPETTANO L’OCCASIONE per risollevarsi e non capiscono che un evento che si verifica il 15% delle volte, succede 15 volte su cento, non una su un miliardo. Quando non sono impegnati ad essere sconfitti da una qualsiasi entità più grande e potente di loro, passano il tempo a lamentarsene con ogni interlocutore gli capiti a tiro, accertandosi accuratamente che quello capisca bene la loro sfortuna. Ho passato tutta la vita a tenermi alla larga da gente così e mi sto tuffando a pesce nel loro covo: il circolo di poker “sportivo”.

Come al solito, al mio ingresso, mi accoglie il ticchettare fremente delle fiches che sbattono sui tavoli, guidate da mani nervose di ogni età, sesso ed estrazione sociale. Apro la porta e mi ritrovo una schiera di soldati con le cuffie hi-tech e le felpe col cappuccio, silenzioso esercito del tavolo verde che sta per cominciare il torneo: saranno un centinaio e pare, per un attimo, che tutti si voltino a osservarmi. Mi avvicino alla reception, poi ci ripenso e torno indietro: “Vattene Fe’, chi te lo fa fa’?!”.

Poi ancora: “No dai, son venuto apposta!” e mi riavvicino. Poi ancora esitazione. Mi passano davanti due donzelle che si vanno a iscrivere. Aspetto. Mi riavvicino, mi riallontano. Esito. Sì, no, boh, forse, e dopo tre o quattro minuti buoni di balletto lì davanti mi avvicino alla reception. Il tipo che raccoglie le iscrizioni, in qualche modo, deve avermi notato (chissà come, visto che ero proprio davanti a lui) tanto che mi fa:

«Ao, che hai deciso, li cacci o no ‘sti 30 euro?»
«Beh in realtà, no: sono qui per l’annuncio.»
«Ah. Guarda: vai dalla direttrice di sala, è quella riccia là: per queste cose ci pensa lei.»

Daje.
Attraverso il cordone rosso e punto dritto alla riccia. L’esitazione è scomparsa, ormai è cominciata: prima ti sbrighi e prima te la levi dal cazzo, sai com’è.

Ha due occhi profondi e scuri, un portamento militare, un’aura di forza silenziosa e se ne sta in piedi, da sola a un angolo, a visionare tutta la sala. La sua sala. È un tantinello sovrappeso (tipo 30 Kili) e quella camicia bianca non la aiuta: se non fosse così intimidatoria nello stare immobile, sarebbe la porchetta d’Ariccia.
Mi fermo al suo cospetto, a ottanta centimetri, e le faccio un sorriso.

Mi guarda.
Sorrido ancora e tendo timidamente la mano: «Ciao, sono Federico…»
Mi guarda fisso.
«… sono qui per l’annuncio: ho visto che cercate dei croupier…»
Mi fissa.
«…il ragazzo alla reception mi ha mandato qui da te.»
«Vie’ co’ me.»

Mi scorta a ritroso per tutto il percorso e torniamo di fronte alla reception, ripassiamo dal “Via” stile Monopoli. Mi tengo in disparte.

«Ao, Pie’, scusa eh, ma perché avresti mandato da me QUESTO RAGAZZO?»
E lui: «Eh…»
«Je devo fa’ il table test, ve’? Vabbe daje, spojate.» Mi fa.
E mentre mi tolgo giubbotto, sciarpa, cuffie e cappello avverto la pressione di quattro occhi che mi scrutano. Provo a stemperare:
«Tipo dal medico, eh?» 🙂

Lei mi fissa imperturbabile: «sì».

Mentre ci avviciniamo ad un tavolo, provo ad entrare un po’ in sintonia: è pur sempre un colloquio.

«Allora, ti dico: ho fatto questo lavoro per circa tre anni, ma sono fermo da altrettanti tre anni, potrei essere un po’ arrugginito.»
«Tanto sto lavoro o lo sai fare, o non lo sai fare, non è che te lo scordi.»
«Ah, dici che è tipo andare in bicicletta? :)»

Lei si blocca. Si volta. Mi fissa e fa: «“Sì.»
Pronuncia solo una sillaba, come a dire: “Senti a coso, quanno hai finito co’ ste similitudini demmerda devo vede se sei in grado de smista’ un mazzo de carte sur tavolo, così finimo ‘sta cafonata e me rimetto all’angolo mio… ‘sta caca’rcazzo…“.

Non benissimo.

Il dealer che stava lavorando mi cede il posto e distribuisco la prima mano. Controllo le puntate, assegno il piatto, liscio come l’olio. È vero: quando ce l’hai dentro non esce più. Faccio per alzarmi dallo sgabello ma la Porchetta d’Ariccia mi gela con lo sguardo: “Ah coso, sta là, nun t’ arza’: fa le carte: mòvite!

(È strano come uno sguardo freddo e identico di volta in volta ci comunichi sempre qualcosa di diverso, a seconda delle nostre sensazioni del momento: non pensavo di trovare l’applicazione pratica della Teoria del Montaggio di Ejzenštejn in un circolo di carte a Piazza Bologna. Però vabbé.)

Alla seconda mano, attratto dal destino, si concretizza l’incubo di ogni poker-dealer in prova (nella fattispecie incarnato da me stesso medesimo): un all in pre-flop in un 4-way pot. Non vi sto a spiegare i dettagli: è un macello. Però pure stavolta va abbastanza bene, tanto che l’Ariccia, guardandomi, muove il mento di un grado verso il basso, che nel suo gergo dovrebbe significare tipo: “Vabbè, basta”. Cedo il posto al dealer (che mi era rimasto accanto tipo gufo) e, fianco a fianco con la direttrice, torno a riprendere la mia roba.

«Sono stato un po’ lento forse. Mi rendo conto. Gliel’avevo detto che ero un po’ arrugginito. Lei che dice, sono andato bene?»

Mentre tornavo a casa, coi pini del Verano sopra di me, il silenzio della città che ha altro da fare attorno a me (e la Legge Morale dentro di me) la mente tornava in continuazione a quelle tre parole.

«Sono andato bene?»

Ho ripensato a tutte quelle notti a lavoro con la schiena dolorante. Tre ore e mezza senza pausa sigaretta a dare carte. Ai papponi con le cicatrici in faccia e la manicure fatta che perdevano somme che io impiegavo una settimana a guadagnare. All’esame di Teoria del Montaggio, non dato perché la notte prima avevo fatto tardi al lavoro. Alle risate allegre condivise con i miei colleghi cartari, unici sorrisi in mezzo a musi di giocatori sempre troppo lunghi per colpa di un Asso o un colore avversario.

«Sono andato bene?»

Pensavo a tutta la dedizione dedicata, alla passione per quel lavoro, per quella vita annientata da quelle tre parole. Mai avrei creduto che tutte quelle notti, quei mesi, quegli anni, potessero essere messi in discussione nell’arco della mia sola unica vita, e invece:

«Sono andato bene?»

Tutto spazzato via. Da che? Non lo so. Qualcuno dirà dal Tempo, qualcuno dal Cambio, dalla Vita… non lo so.

Matematiche certezze: beato chi ne ha.

E così; mentre me ne tornavo a casa, con il passo lento e la testa piena, mi squilla il telefono nella tasca. Un messaggio del mio coinquilino:

Oh, bellazzio: ho rimorchiato una
al locale qua sotto, non è che
potresti dormire sul divano?