porta maggiore tram

#23: Continuavano a chiamarlo Lo Stratega

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Come tutti i venerdì, sto tornando al pub dove lavoro.
Attacco alle sette.
Sono le 21:40.

La macchina sgomma davanti all’ingresso e vi scendo con la valigia di lenzuola che lava mamma e le cuffie hi-tech che sembro appena tornato da un viaggio in America. Ma mica stavo in America: stavo Dentro la Capoccia.

Con la camminata sciolta (reverendo wazza banna!), arrivo all’ingresso e ci trovo due personaggi che mi sbarrano il passaggio davanti alla porta: il Capo e il Buttafuori. Robin Hood e Little John. Parlano un po’ per uno e il buttafuori, dopo mesi di lavoro fianco a fianco, è in qualche modo convinto che io mi chiami Chicco.

“Ao Fe’, come mai ‘sto ritardo? Ho provato pure a telefonarti…”
“… Me dispiace Chicco, te devo menà

“Eh ragazzi, mi dispiace, ho la batteria scarica. Non ho manco potuto avvisare. Comunque posso spiegare…”
“Mejo che me convinci, Chicco!”

“Allora: sono uscito da casa a Roma verso le 4 con la valigia e tutto. Contavo di prendere il treno delle 5:15 e avevo appuntamento a Porta Maggiore con una mia amica…”

“…Bòna?”

“Carina. Sì insomma, vabbè, ci troviamo lì e ci sta un sacco di gente. Troppa più gente del previsto. Perché c’era tutta sta gente? Pensa che ti ripensa, c’era lo sciopero dei mezzi (tanto per cambiare) e allora ci dobbiamo organizzare in qualche modo. Stiamo con le valigie e le borse, ci guadagniamo una panchina al sole e ci mettiamo là. Decido di chiamare Sballo sperando di trovarlo a lavoro.”

“Sballo è quello che ha lasciato da poco Via del Traccheggio per fare un periodo di prova in un’azienda a Roma?”

“Esatto, proprio lui. Mi dice che ha la macchina, ma ce l’ha a via Prenestina. Ha trovato un passaggio e sta venendo a Porta Maggiore pure lui nella speranza di beccare un tram. Allora io e l’amica mia ci mettiamo a chiacchierare per ammazzare l’attesa. Stiamo seduti alle estremità della panchina con i nostri trolley colorati davanti alle ginocchia e le borse tra di noi…”

“… E là hai sbagliato tutto, Chicco! Come fai a provacce se ci stanno in mezzo le borse? C’hai ventisett’anni, ma quando te svegli?”

“Vabbè, ma che c’entra! Figurati, io manco ci stavo a pensà!”
“Sì vabbè, Chicco, vallo a raccontà a qualcun’altro… Insomma sei andato a casa de questa e te s’è fatto tardi?”

“No, macché! Magari! Stiamo lì e stiamo aspettando Sballo. A un certo punto arriva una vecchia con una camiciaccia nera strappata, con alcuni bottoni saltati, una gonna di jeans e una borsa, marca McGuffin. Gli si vedevano dalla scollatura (chiamiamola scollatura) due zinne lardose e cascanti. Gli mancavano un po’ di denti e c’aveva due occhi azzurri ben svegli. Sulla sessantina abbondante. Si pianta davanti la mia amica e gli inizia a chiedere venti centesimi. Dammi venti centesimi, ti prego, sono povera e c’ho fame e bla bla bla. In quel momento mi chiama Sballo:

“Oh socio! Dove stai?”
“Io sto a porta Maggiore, te l’ho detto! Tu dove stai?”

”Ma nemmeno l’amico tuo me può dà qualcosa? Come faccio mo io? Chiediglielo ‘npò!”

“Eh sto davanti alla fermata del tram, quello che va in direzione Prenestina. Cazzo, sbrigati che ne sta arrivando uno proprio adesso!”

Un tram bianco e giallo di quelli vecchi si avvicina lento, con 100 tonnellate di gente sopra. Striscia sui binari e s’avvicina. E quella, la lardosa, ancora là, non schiodava.

“Allora ti spiego: io mi trovo… c’hai presente dove sta il paninaro che hai descritto in quel racconto? Praticamente io sto…”

Poi, l’illuminazione.
Il tram si ferma a pochi metri da noi. Guardo nello spazio tra me e la mia amica e la sua borsa non c’è più. Mi sale la botta d’adrenalina. Attacco il telefono, mi metto gli occhiali da sole in tasca e scatto in piedi.
Cazzo, la borsa.
Non so come, riesco a intravedere sotto un giacchetto jeans, portato a braccio, un angolino verde della borsa nostra. Al che mi metto a correre. Un fiume di gente che è appena uscita dal tram viaggia in direzione opposta alla mia. Spallate di qua e di là. Il tizio è quasi salito sulle porte. Controcorrente all’umanità. Mi sento solo io nella folla che faccio “Oh! Ooohhh!!”. La borsa la borsa. Poi, eccomi. Arrivo e mi gli pianto davanti. Io e lui. Attorno solo il brusio..

“Te prego Chicco, dimme che almeno a questo gli hai menato, perché se no te meno io!”

E lui: “sorry?”
Lo guardo un attimo in faccia. Pare cieco, tanto è strabico. È più basso di me, ma più robusto. Rossiccio di capelli e sui quaranta, porta una barba di tre o quattro giorni. Con la coda dell’occhio, noto alla mia sinistra un tizio marocchino, decisamente più alto, con una giacca al braccio pure lui. Qua so cazzi. Torno a guardare il mio avversario: il tipo non si muove, è una statua. Io non lo tocco, lui non mi tocca. Immagino alla mia destra (ma non oso distaccare lo sguardo da Lui) una platea di gente curiosa sul tram, con gli occhi e i palmi spiaccicati sui finestrini.

“DAI DAI DAI. Dammi la borsa, daje.”

Quello non si muove. Non parla. Pare incantato. Il marocchino alto che si fa sempre più vicino. Non mi stava a passà un attimo.

Poi finalmente decide, e succede quello che doveva succedere.

Sfila la borsa da sotto la giacca e me la ridà; sorry, dice. Sorry, una ceppa. The bag is on the table. Come dice Pizzul: Qui mi sa che ce la portiamo a caaaaa-sa.

Sono consapevole di aver lasciato la mia amica sola con la vecchia e tento di riguadagnare la postazione-panchina in fretta.
E poi la vedo, l’amica mia. Mi viene incontro un po’ emozionata dallo spavento, con le braccia protese e i capelli puliti, che dolce, quasi corre. Le faccio:

“Ma do’ cazzo vai, deficiente!? Ma che non lo vedi che là ci sta tutta la roba mia?”

E là penso di averla conquistata.

“Sì, si, pure secondo me.”

Eh, ma mica finisce così. Stiamo ancora mezzi internati dalla botta, seduti sulla stessa panchina e RITORNA LA CICCIONA DI PRIMA. Si mette sula stessa mattonella e fa:
“oh. OCCHIO CHE QUA RUBANO eh!”

Ah. Lei dice?

“essì, qua dovete sta attenti! Meno male che ce stava l’amico tuo eh signorì!? Questo tiettelo stretto che questo è un bravo ragazzo!”

“Diglielo signò!” le faccio.

Al che, a questo punto della storia, interviene – giustamente – il mio capo. Mi chiede, con un’aria di una composta e sincera curiosità.

“Ma scusa, eh, te posso fa una domanda?”
Prego!

“Ma tu (no?) – per colpire la tua amica – hai cercato appoggio e sostegno da una che le aveva appena cercato di rubare la borsa? MA come ti chiamano, lo Stratega?”

In effetti.
Comunque vabbè. Il tram successivo passa dopo un’ora, la tangenziale è intasata e per uscire di Capoccia ci vuole una vita. Ecco spiegato il ritardo. Sono ormai le dieci ed iniziano ad affluire i primi clienti. Porto la valigia in magazzino e mi vado a mettere il grembiule della Ceres. Mentre me lo allaccio, all’altezza dei fianchi penso che in fondo sò contento.

Penso alla mia amica che si starà dicendo Devo stare più attenta!, alla lardosa – seduta da qualche parte – che conta i soldi dei colpi riusciti, al ladro e al marocchino che fanno i calcoli di cosa non ha funzionato, cercando di diventare più professionali.

Domani la nostra convivenza ricomincerà, sotto l’eterno, azzurro, caotico cielo di Roma.