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In ordine di sparizione – Hans Petter Moland

«Non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico. Ha persino il pregio di lasciarti la parte del generoso». Così Cesare Pavese descriveva uno dei sentimenti più antichi e affascinanti, un sentimento corrosivo, portatore d’odio e che, a dispetto di quanto si creda, non porta mai serenità dopo averla ottenuta. Non è però il caso di Nils Dickman, la cui vendetta non solo sarà necessaria ma anche pervasa da un retrogusto dolciastro.

Nils Dickman guida uno spazzaneve nel paesino di Beitostølen, una piccola cittadina norvegese. Da poco eletto cittadino dell’anno, la sua esistenza viene sconvolta dalla morte precoce del figlio. Le autorità la archiviano come l’ennesima morte per overdose da cocaina ma il padre, convinto di non aver cresciuto un tossicodipendente, vuole scoprire in che modo il figlio sia finito nel giro del traffico di droga. E più indaga, più le persone che incontra sul suo cammino inizieranno a sparire e, senza neanche accorgersene, ben presto si troverà a sua insaputa al centro di una faida tra norvegesi e serbi per il controllo della droga nell’intera nazione.

Inizia come un noir dai toni gelidi e crepuscolari, si trasforma in una commedia nerissima per poi finire in una pozza di sangue come nella migliore tradizione del gangster movie. Nel nuovo film di Hans Petter Moland, presentato in concorso all’ultimo Festival di Berlino, tanto viene centrifugato ma la scommessa è decisamente vinta: gli omaggi al cinema di Quentin Tarantino, Guy Ritchie e dei fratelli Coen (i primi per stile e storyline, i secondi per umorismo e sarcasmo) fanno sorridere e Moland è bravissimo nello scongiurare un déjà vu continuo o a non rendere il tutto datato. Grazie soprattutto a un cast straordinario (con Stellan Skarsgård da one-man-show), uno script che strappa risate a scena aperta («Sai perché in Norvegia abbiamo il freddo? Per colpa del Welfare. Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, tutti posti con il sole ma senza Welfare. O il sole o il Welfare») e a brillanti quanto stravaganti personaggi ( tra cui “Il Conte”, un individuo pazzo, pericoloso ma anche vegano e ossessionato dalle centrifughe di carota, che dispensa anche ai suoi scagnozzi) il film di Moland si intromette con furore tra i piccoli cult di questo inizio anno, gelido nelle ambientazioni ma pulp nell’essenza.

Forse stavolta è proprio il caso di dirlo: la vendetta è un piatto che va servito freddo. Benvenuti al Nord!