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Crocevia della morte

Il gangster movie come non te lo aspetti

Nel 1989 i fratelli Coen hanno all’attivo solo il noir d’esordio Blood Simple e la commedia Arizona Junior quando si presentano nelle sale americane con il gangster movie Miller’s Crossing (Crocevia della morte), visitando così il terzo diverso genere di quella che sarà una lunga serie nel corso della loro carriera. La prima occhiata non potrebbe dare una sensazione più rassicurante, siamo infatti nel pieno delle convenzioni: negli anni del proibizionismo in un’imprecisata città americana si scontrano Leo (Albert Finney), il boss irlandese che comanda in città, e Caspar (Jon Polito), capofamiglia italiano che ambisce ad un sempre maggiore potere. Ci sono tutti gli ingredienti del classico film di gangster, dagli abiti di sartoria ai mitra e poi whisky, donne fatali, politici corrotti, durissimi guardaspalle e infidi bookmakers. In questo ambiente sembra aggirarsi come un pesce nell’acqua Tom Reagan (Gabriel Byrne), fidato consigliere del boss Leo, che nel prologo vediamo agitare un whisky on the rocks con aria sorniona mentre assiste impassibile allo scontro tra i boss a proposito degli imbrogli del bookmaker Bernie Bernbaum (John Turturro).

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Abbandonato il prologo, che cita l’apertura di Il Padrino, dopo i titoli di testa sulle note di Carter Burwell con la camera che guarda il cielo attraverso gli alberi ci mettiamo poco a capire che siamo di fronte a qualcosa di radicalmente diverso. Il nostro eroe ideale da gangster movie non si sveglia ubriaco subissato dai debiti di gioco e non va a letto con la moglie del boss. Prendere un genere (che in quanto tale è rigidamente codificato) per costruire un’opera che ha tutto per essere contemplata all’interno ma che in realtà porta elementi detonanti in grado di scardinare la struttura classica e di portare ad un risultato completamente nuovo: è una delle dinamiche tipiche dell’arte postmoderna che ha trovato nel cinema americano i più radicali apostoli all’alba degli anni Novantain autori come i Coen e Tarantino. Humour nero, la più evidente cifra stilistica delle sceneggiature di Joel e Ethan, e poi citazionismo, sarcasmo, manierismo delle riprese: ecco il tritolo che fa esplodere dall’interno il gangster movie.

JON POLITO EN LA PELICULA MUERTE ENTRE LAS FLORES

Vediamo allora dove questo film mostra il suo volto di nipote irriverente, smaliziato e sarcastico dei gloriosi film di gangster degli anni d’oro. Eccoci allora di fronte allo straordinario protagonista: Tom Reagan. Figura a prima vista bogartiana («così figlio di puttana e così fiero di esserlo», come sussurra innamorata Verna) con il suo borsalino sempre in testa, il whisky facile e la battuta pronta, Tom è ben lontano però dall’eroe senza macchia e senza paura che ci aspetteremmo. Consigliere fidatissimo e amico del boss Leo si innamora della donna del capo, Verna, di cui non vuole però proteggere il fratello bookmaker, per poi saltare la barricata offrendo i suoi servigi agli italiani. Eterno perdente ai cavalli, braccato dai creditori, pestato spesso e volentieri dagli scagnozzi di entrambe le parti, perde pure l’aplomb di tipo brillante quando viene portato nel bosco delle esecuzioni (il crocevia di Miller del titolo). Tom appare per tutto il film sballottato dagli eventi, elegante ma inerme come il borsalino che ondeggia al vento nei suoi sogni.

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La caratterizzazione dei personaggi è assolutamente personale e nuova per il genere. Il boss Leo (Albert Finney) sotto l’aria da duro è l’ultimo romantico, pronto a rovinarsi per salvare il fratello della donna che ama. Al suo rivale, l’italiano Johnny Caspar, manca invece completamente il phisique du role: grasso e sudaticcio è spettacolare creazione linguistica con il suo alternare detti napoletani, coccole al figlio obeso e sorprendenti squarci di moralistica saggezza («l’amicizia è uno stato mentale», tanto per dirne una). E poi in quale altro film del genere troveremmo al centro della trama gli intrighi di un improponibile triangolo amoroso omosessuale comprendente due bookmakers (Turturro e Buscemi) e il superduro luogotenente di Caspar? In mezzo a picchiatori che si offendono per una sediata e autorità (politici e poliziotti) che assistono alla guerra tra bande come se fossero allo stadio per fortuna i Coen ci lasciano la femme fatale: Verna (Marcia Gay Harden) è bellissima, enigmatica e calcolatrice come prescrivono i manuali di gangster movie.

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Come per il loro protagonista anche per i Coen lo stile è tutto. La mano inconfondibile della regia si vede in tutti gli aspetti del film che appare perfettamente equilibrato e compiuto, sempre uguale a sé stesso. L’occhio cinico e sarcastico emerge potentemente oltre che nella costruzione dei personaggi anche nella scrittura di dialoghi serratissimi: scambi di battute geniali e incredibili equilibrismi linguistici sono presenti ovunque nel film che ha forse i più forbiti e raffinati parlatori tra i gangster della storia del cinema. Un prodotto che riesce nell’impresa di essere così perfetto e stilisticamente raffinato senza perdere nel pathos e nel serrato incedere della trama. Capolavoro manieristico assoluto è la sublime scena dell’attentato a Leo: i sicari di Caspar entrano in casa del boss mentre questi è a letto, la camera insegue l’azione e la musica crea un’atmosfera di rilassata grandiosità accompagnando per tutta la sequenza il rombo dei mitra e la luce guizzante delle fiamme mentre Leo finisce i suoi attentatori con la stessa sicurezza e tranquillità con cui si stava fumando il sigaro a letto. «Il vecchio con il mitra è ancora un artista» è la chiosa del guardaspalle che potrebbe benissimo riferirsi alla tecnica di Joel e Ethan.

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Crocevia della morte è una sinfonia perfetta che ritorna continuamente su sé stessa, un meccanismo a orologeria che corre inevitabile alla conclusione, tra necessarie esplosioni di violenza e inopinati capricci del caso. Crocevia della morte va dove lo porta Tom Reagan, l’eroe in preda al vento come il suo cappello è in realtà l’unico (con i Coen e come non sarà mai lo spettatore) che ha chiara la via in mezzo al labirinto costruito dalle bugie, sue e di tutti gli altri personaggi, e dagli arbitri del destino.