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Ave Cesare! – Joel & Ethan Coen

Il cinema contemporaneo è un medium sfasato rispetto al contesto mediale di oggi, nel quale tutto è organizzato, prodotto e fruito tramite il grande cervello, il computer. Proprio in virtù di tale sfasatura -– riferendoci qui a Giorgio Agamben -– il cinema è ancora in grado di essere critico, rispetto al contemporaneo e rispetto al proprio passato. Joel & Ethan Coen fanno leva su questa sfasatura, giocano con il passato della storia del cinema per poter tessere l’intreccio di un discorso al presente, filtrato dal sarcasmo pungente delle loro penne e della loro regia.

Ave, Cesare! riesce quasi immediatamente a collocarsi in cima alla lista della filmografia dei fratelli del Minnesota con un inizio spiazzante: i toni cupi da noir con i quali ci viene introdotto Eddie Mannix (Josh Brolin) si sgretolano pochi attimi dopo quando quello che sembrava essere un tipico detective privato si rivela essere il produttore alla guida della Capitol Pictures che sta cercando di salvare dallo scandalo una sua attrice. Questo meccanismo iniziale è lo stesso che tornerà nel corso di tutto il film: si prende un genere della Hollywood classica, si stabilisce un setup e, infine, lo si ribalta sarcasticamente nella grande commedia che fa da cornice generica.

Una struttura vertiginosa a mise en abyme, facilmente visualizzabile come una serie di cerchi concentrici che nel film dei Coen, a pensarci bene, diviene quasi una rappresentazione dantesca della Grande Hollywood. La trama del film, poco importante e per questo esile oltre che, ovviamente, coenianamente assurda, ci presenta il produttore Mannix alle prese con un roster di attori e registi difficili da maneggiare, sempre tendenti al comportamento scandaloso, sempre un po’ viziati e un po’ sciocchi. Il cast a disposizione di Mannix (e dei Coen) è una carrellata di mostri simpatici: Baird Whitlock (George Clooney), attore belloccio, ma poco intelligente, Hobie Doyle (Alden Ehrenreich), il texano che sa solo cavalcare e cantare, Laurence Laurentz (Ralph Fiennes), il grande regista di melodrammi, DeeAnna Moran (Scarlett Johansson), tipica interprete di musical acquatici che nella realtà non ha nulla della grazia che traspare nelle pellicole, Burt Gurney (Channing Tatum) interprete di musical. E molti altri, ovviamente, popolano l’’universo dei Coen.

Qui i personaggi si incrociano con quelli del genere di film del passato a cui rimandano, ma al tempo stesso ritornano a sé stessi come star della Hollywood di oggi, in un incrocio citazionista e ludico che rischia di collassare su se stesso quando Whitlock/Clooney viene ritrovato a sorseggiare un Martini comodamente sdraiato su una poltrona. Presente, passato, realtà, rappresentazione: un unico calderone di sarcasmo che i fratelli Coen lasciano bollire e sbollire davanti allo spettatore attraverso momenti memorabili in cui le interpretazioni degli attori e i giochi di parole si scontrano con il procedere della narrazione, sospendendola momentaneamente per lasciar spazio ai tempi comici.

Se qualcuno ha mai pensato di collocare Joel & Ethan dentro una cornice ben definita, i due registi/montatori/produttori/scrittori ci tengono a precisare, una volta di più, che ciò non è proprio possibile. In una visione del mondo totalmente personale, in cui il fattore dell’’imprevedibilità prende il sopravvento, sembra assurdo provare a inquadrare in un discorso antico due dei cineasti più moderni del panorama contemporaneo. Con Ave, Cesare!, i Coen ci consegnano tutti i loro stilemi per renderci definitivamente evidente il loro statuto autoriale, in caso qualcuno avesse dei dubbi a riguardo.

La composizione del film è fluida, malleabile. Il procedere è quasi fantasmatico. Un viaggio nel tempo attraverso i generi della storia del cinema, i corpi e i ricordi di un passato glorioso e vanesio, con situazioni che crollano a imbuto dentro altre situazioni, una storia nella storia continua: il tutto è solo a distanza di una dissolvenza incrociata, di uno stacco di montaggio fluido e incerto, di un salto spaziale e temporale che crea un flusso dalla temporalità confusa. La logica qui è pienamente contemporanea, digitale. Un universo circense di buffoni, in cui gli attori sono meschini festaioli che amano godere dei privilegi della loro vita e del loro fascino, animali smorfiosi di uno zoo che non può fermarsi mai; in cui gli sceneggiatori sono comunisti impegnati a infarcire le storie con principi marxisti; in cui, infine, il produttore è perennemente impegnato a mantenere intatta la patina gloriosa di un mondo che non esiste. Che sia il cinema o qualunque altro tipo di ideologia –- vedi la credenza religiosa o lo schieramento politico -– tutto finisce nel tritacarne coeniano. È il bello dell’’essere contemporanei, bellezza.