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Cronache dal Lido #4

Il contagio – Michele Botrugno e Daniele Coluccini

C’è la Roma delle cupole e dei marmi di pregio e c’è la Roma del degrado politico e sociale. Matteo Botrugno e Daniele Coluccini non hanno dubbi su quale Roma raccontare: quella dei ricchi che si arricchiscono e dei poveri che si impoveriscono, della corruzione morale che si diffonde come un’epidemia e che contagia tutti, senza esclusione.

Nel pieno rispetto della bipartizione dell’omonimo romanzo di Walter Siti da cui il film è tratto, Il contagio si divide in due sezioni distinte, tenute insieme dall’occhio narrante del Professore interpretato da Vincenzo Salemme, immerso nella periferia perché innamorato del culturista Marcello (interpretato da Vinicio Marchioni e sposato nel film con Anna Foglietta). La prima parte è l’affresco a tinte calde di una fetta di borgata, abitata da persone comuni la cui forza di reagire ai propri piccoli grandi drammi va e viene a giorni alterni, come accade nella vita. La seconda parte abbandona il coro e si concentra sulla scalata sociale di Mauro (Maurizio Tesei), che riesce finalmente a comprare casa a Prati con la moglie Giulia (Giulia Bevilacqua), grazie al denaro guadagnato insieme a un boss di quartiere (Nuccio Siano) lucrando sulle cooperative per immigrati.

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Come un uragano che sradica ogni cosa che trova, Il contagio diventa molto più di un film, si fa esperienza totalizzante dal ritmo vivace e polifonico che supera la dicotomia buoni-cattivi. Emergono così le storie degli ultimi, spesso dimenticate nel cassetto o tra le pagine di un romanzo. Botrugno-Coluccini non hanno la pretesa balzachiana di inquadrare tutto, ma di raccogliere alcuni frammenti di quel tutto, nel loro divenire incessante e drammatico.

Il duo, confermando le promesse dell’esordio Et in terra pax (2010), trova la sua voce unendo l’etica, l’estetica e un pizzico di genere. “La fame di potere è una malattia”, recita la locandina del film, perché quando si vive tirando a campare ogni scelta illogica diventa lecita e ogni individuo sano un essere spregevole, guasto, corrotto.

Alberto Sacco

Il cavaliere elettrico – Sydney Pollack

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Nella giornata della consegna del Leone d’Oro alla Carriera a Robert Redford e Jane Fonda, la Mostra del Cinema di Venezia ha scelto di omaggiare le due star americane con la proiezione di uno dei film più celebri della coppia, Il cavaliere elettrico, loro terza collaborazione dopo La caccia (1965) e A piedi nudi nel parco (1967). Mentre le due star sono tornate per la quarta (e quasi certamente ultima) volta a recitare insieme in Our Souls at Night, presentato fuori concorso e disponibile a partire dal 29 Settembre su Netflix, rivedere al Lido un classico come quello di Pollack scalda il cuore per più di una ragione.

Girato da un Sydney Pollack all’apice della carriera, fresco reduce dei successi di Come eravamo (1973) e I tre giorni del condor (1975), racconta la ballata romantica di un ex campione di rodeo (Redford) impegnato nel restituire la libertà al suo destriero. Sulla sua strada incontrerà, suo malgrado, una giornalista brillante e tenace (Fonda) e insieme riusciranno a sottrarre il cavallo allo sfruttamento mediatico di una grossa multinazionale.

Apologo romantico con evidente messaggio politico ecologista, il film di Pollack riletto nel contesto della Mostra di quest’anno, così densa di spunti di riflessione sull’ambiente, è utilissimo per comprendere quanto l’America sia cambiata negli ultimi quarant’anni. A sorpresa, persino un film del concorso di quest’anno come Lean on Pete di Andrew Haigh, sebbene con tonalità e sfumature completamente diverse, rivela più di un punto di contatto con la storia raccontata da Pollack e Redford. L’America, oggi come allora, rimane un paese di grandi speranze e profonde solitudini. Per uomini di tutte le età.

Stefano Lorusso

Suburbicon – George Clooney

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Gli anni di collaborazione con i fratelli Coen sembrano essere stati estremamente utili a George Clooney. La regia di Suburbicon (in concorso) è senza dubbio molto buona, ma il punto di forza del film è la sceneggiatura, firmata appunto Joel e Ethan Coen. Senza mai toccare l’altissimo livello di Fargo, la storia richiama le dinamiche del capolavoro coeniano: a Suburbicon, classica cittadina americana, non è più la neve a coprire la meschinità della borghesia, ma le villette tutte uguali, munite di staccionata e prato ben curato. La (apparente) armonia che regna a Suburbicon viene sconvolta dall’arrivo di una famiglia afroamericana, guardata con ostilità dalla comunità locale. In realtà, i bianchi e borghesi abitanti della tranquilla cittadina nascondono uno spirito ripugnante, crudele e animalesco. L’elemento tipicamente Coen, ovvero il black humour, è preponderante e decisamente riuscito. La regia di Clooney è meno noir rispetto a quella dei fratelli Coen, ma riesce comunque a rendere giustizia a una sceneggiatura davvero brillante. Inoltre, Matt Damon è perfetto come (white) everyman represso, mentre ancora più divertente è l’interpretazione di Julianne Moore nei panni di una diabolica casalinga senza scrupoli. 

La villa – Robert Guédiguian 

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Un luogo ha il potere di influenzare le idee e la sensibilità di una persona. Così come il mare della Liguria ha influito sulla poetica di Montale, l’atmosfera marina ha suggestionato anche Robert Guédiguian per il suo film, La villa (in concorso). Nel film del regista francese, si ritrovano molte reminiscenze del nostro poeta ligure: la stessa malinconia, la stessa tensione verso il mare e la contemplazione. La villa del titolo, che si trova in una baia nei pressi di Marsiglia, è un luogo del passato, pieno di ricordi, è un luogo quasi metafisico, una sorta di Casa dei doganieri, di cui ci si è dimenticati, ma a cui si deve per forza ritornare per completare il proprio viaggio. La villa è anche un film sulla famiglia: c’è chi è rimasto in quel luogo sospeso, inseguendo un ideale di vita semplice e comunitaria (il padre e uno dei fratelli) e chi è andato via, scappando dai traumi di quel luogo (l’altro fratello e la sorella). Tutti però sono costretti a riunirsi quando il padre di famiglia si ammala gravemente. Il regista Robert Guédiguian racconta con grazia e poesia i drammi interiori dei suoi personaggi, li fa approdare sulla stessa riva per far loro affrontare i ricordi e le ferite. «Il viaggio finisce qui», alla Casa sul mare, da cui si può guardare verso il proprio passato, ma anche verso un nuovo l’orizzonte.

Giulia Bona

La Mélodie – Rachid Hami

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La Mélodie dell’algerino Rachid Hami, nella lista delle pellicole fuori concorso, è un apologo sociale sull’integrazione razziale, che si presenta come una prova d’orchestra di un direttore svogliato che annoia troppo in fretta. L’anziano Simon è un violista sul viale del tramonto che pur di avere un lavoro accetta di essere il docente di una classe di stranieri provenienti da diverse etnie, vivaci ragazzi da zero in condotta che nulla sanno della musica. Durante la preparazione della Sharazad per il concerto di fine anno l’interrogativo morale del professore sarà se formare un gruppo unito oppure riconoscere incoraggiare il talento del solista.

Come succede per le zuppe fatte in fretta, in La Melodie c’è troppo poco di ogni ingrediente perché emerga un sapore deciso. La tematica della funzione maieutica della musica poteva essere il nodo della vicenda, ma questa è brutalmente appiattita dall’orientamento dal regista che preferisce costruire una debole allegoria della società parigina con un risultato scolastico, dallo sviluppo troppo lineare e prevedibile.

Toni Cazzato