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Cronache dal Lido #3

La Mostra del Cinema di Venezia, giorno per giorno, raccontata dai nostri inviati

Human Flow – Ai Weiwei

Ai Weiwei, artista concettuale cinese, attivista sempre in lotta per i diritti umani e civili, dirige Human Flow, sua opera prima nel lungometraggio, mastodontico documentario sui dolorosi crocevia attraversati dai profughi di tutto il mondo, in competizione per il Leone d’oro.

Le immagini in apertura sono sorprendenti: migliaia di rifugiati siriani avvolti da coperte termiche color oro aspettano speranzosi le procedure d’ingresso sulle spiagge dell’isola greca di Lesbo. Presto scopriranno che la frontiera Macedone è chiusa e che la comunità internazionale non ha interesse a prendersi cura di loro. Mosul, Calais, Gaza, Turchia orientale, Bangladesh, Giordania, Ungheria, Messico sono solo alcuni dei paesi in cui il regista ci conduce, luoghi con barriere fatte di cemento e filo spinato che uccidono la dignità e la speranza di esseri umani in fuga dal dolore.

«Non rimandateci indietro all’inferno» urla in lacrime una donna. Ai Weiwei si rifiuta di seguire i rifugiati da dietro la macchina da presa, resta al loro fianco per dargli conforto, beve e ride con loro. Gioca con i bambini con lo sguardo di chi ha vissuto un’infanzia da sfollato durante la rivoluzione culturale cinese.  Nell’accumulo di storie rimane nella mente l’emozionato racconto dell’astronauta siriano Muhammed Faris, oggi rifugiato ad Istanbul, che ricorda come osservandola dallo spazio la Terra gli apparisse come una grande casa che ci accoglie tutti, dove ogni persona è un individuo unico. Empatia e realismo.

West of Sunshine – Jason Raftopoulos

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L’ovest del sole del titolo è quel posto nella mente di ognuno dove non esiste il tramonto, è la destinazione cui tutti tendiamo e che nessuna mappa indica.Tale luogo non è Melbourne per Jim, padre irresponsabile con un rapporto con il riservato figlio Alex fatto di errori e silenzi, il vizio del gioco d’azzardo e un grosso debito con la malavita locale da saldare.

La scelta di ambienti naturali, di personaggi ed eventi collocati in un contesto di quotidianità, di un parlato semplice, danno a West of Sunshine – presentato nella sezione Orizzonti – un respiro tipico delle pellicole neorealiste (la storia richiama spudoratamente Ladri di Biciclette). Tuttavia, l’esordiente regista australiano Jason Raftopoulos non  riesce a far emergere in modo appropriato uno spaccato sociale interessante né alcun sentimento umano, decidendo di lavorare non sull’alchimia della coppia padre e figlio (anche nella vita reale, come accadeva in Paper Moon di P.Bogdanovich), bensì sull’accumulo di azioni simboliche e immagini evocative imbarazzanti nella loro banalità.

West of Sunshine è un’opera prima arrivata dall’Australia che, se non altro, come è stato per il compatriota Hounds of Love nella passata edizione, tenta con coraggio di cercare una propria identità autoriale.

Toni Cazzato

The Insult – Ziad Doueiri

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A Beirut il capomastro di una impresa edile, profugo palestinese in Libano, ripara la grondaia di un residente, che percepisce il gesto come una provocatoria invasione di campo. Un primo “insulto” che ne scatena molti altri, da una parte e dall’altra, riportando in superficie le tensioni provocate da una difficile convivenza. Il processo a carico del palestinese segnerà un momento di confronto tra due identità che non hanno mai avuto la volontà di conoscersi e riconoscersi reciprocamente.

All’interno di un concorso finora segnato in profondità dalle grandi questioni politiche e sociali del nostro tempo, The Insult, del regista libanese Ziad Doueiri, sembra quasi assolvere ad un obbligo di rappresentanza sul nodo israelo-palestinese. Senza voler mettere in discussione i nobili intenti pacificatori e di profonda umanità che caratterizzano il film, più di una perplessità deriva dalla sua costruzione formale. Televisiva e verbosa nella sua quasi totalità, prima di sciogliersi in un finale roboante appesantito da una certa retorica. Molti comunque gli spunti di riflessione, in un film dal taglio didattico e di forte impegno civile, che tuttavia fatica ad emergere in una kermesse alle primissime battute ma già ricca di grandi film.

Stefano Lorusso

Our Souls At Night – Ritesh Batra

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Our Souls At Night (fuori concorso) è presentato da Netflix. Appena è comparsa sullo schermo l’inconfondibile scritta rossa, si è sentito in sala qualche timido fischio. Dopo l’acceso dibattito primaverile sullo scontro tra Netflix e il Festival di Cannes (leggi qui) era scontato aspettarsi un po’ di ostilità. Ma nel momento in cui il film è cominciato e si sono visti Robert Redford e Jane Fonda, ci si è dimenticati del resto. Semplicemente ci si immerge in una storia d’amore e di buoni sentimenti. Infatti, durante il festival di Cannes si è parlato molto più delle polemiche e meno del film Okja (di Bong Joon-ho), che si è trovato nell’occhio del ciclone. E dunque, evitando speculazioni sul contesto di produzione,  vorrei concentrarmi sul film, sul suo coinvolgente romanticismo. Ogni tanto serve un film come questo: leggero e gentile, senza però essere melenso o banale. In Our Souls At Night il regista Ritesh Batra mette in scena una storia d’amore fra due persone anziane, sole ormai da molto tempo. La notte infatti è il momento della solitudine e l’unico modo per superare le tenebre è condividerle con qualcuno. Tender is the night: l’oscurità si riempie di ricordi, racconti, parole, le anime stanche dei protagonisti si aprono e si confidano. Quello di Ritesh Batra è un film delicato e intimo, dove l’affiatamento tra Robert Redford e Jane Fonda, a cui viene assegnato il Leone d’Oro alla carriera, diventa il fulcro della storia. Ed è sempre un piacere vedere attori di questo calibro continuare a recitare a ottant’anni con una simile passione.

Invisible – Pablo Giorgelli

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Una giovane ragazza rimane incinta e non sa come comportarsi. In Juno la protagonista è esuberante, eccentrica e lo stile di Jason Reitman è colorato, pop, vivace. All’opposto Ely, la protagonista di Invisible, è normale, poco appariscente e il regista argentino Pablo Giorgelli sceglie un ritmo dilatato e semplice per raccontare la sua storia. Invisibile, infatti, è la regia di Giorgelli che lascia spazio alla sua protagonista di muoversi, sempre da sola, in un microcosmo di indifferenza. Invisibile, poi, è anche questa ragazza che continua a vivere la sua vita come se nulla fosse successo proprio perché nessuno si accorge davvero di lei. Invisible – presentato nella sezione Orizzonti – è una sorta di “anti-Juno fino in fondo: se il film di Reitman si chiudeva in modo positivo, in questo caso la vita di Ely non cambia, continua a scorrere solitaria e invisibile agli occhi di tutti, tranne che a quelli degli spettatori. Paradossalmente l’invisibilità di Ely si mostra in tutta la sua tragica profondità grazie a Pablo Giorgelli.

Giulia Bona

Lean on Pete – Andrew Haigh

Leon On Pete

Lean on Pete è il nome di un cavallo da corsa alla fine della sua carriera agonistica e ormai prossimo alla soppressione. Charlie Thompson, invece, è un quindicenne senza una madre alla ricerca di un senso da dare alle cose. Gli basta lavorare un giorno nel ranch di Del per capire a quale causa dedicare il suo futuro prossimo: sottrarre Lean on Pete dalla morte certa, a qualunque conseguenza.

Tratto dal romanzo di Willy Vlautin, Lean on Pete è un film con poche sbavature, ma che soffre della mancanza di una meta precisa: del resto, non è esattamente così anche la vita di ogni adolescente? Charlie Plummer (classe 1999) regge il film sulle sue spalle; l’adolescenza che incarna è fisica e viscerale, fatta di sofferenza interiorizzata, smorfie memorabili e scatti d’ira spaventosamente credibili. Steve Buscemi, dal canto suo, si adopera per rendere il personaggio di Del – a tratti mentore e a tratti crudele – disilluso, finito, imbruttito da una vita di sacrifici che non hanno dato frutto; in una parola: adulto.

Andrew Haigh prende le distanze dalle storie a cui ha abituato il suo pubblico fidato (come Weekend o Looking, entrambi gioielli troppo spesso sottovalutati). È una scelta comprensibile, ma che in molti rimpiangeranno. Quanti avevano trovato nel regista inglese il portavoce di un nuovo cinema LGBTQ davvero al passo coi tempi e rispettoso di storie e personaggi dovranno aspettare, forse, qualche altro anno.

Alberto Sacco