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The Rider

Un western contemporaneo fatto di uomini fragili, mai deboli.

The Rider, presentato nel 2017 al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, prima di arrivare nelle sale americane ha fatto un lungo giro presso i principali festival internazionali: Telluride Film Festival, Toronto International Film Festival, BFI London Film Festival e Sundance Film Festival – ricevendo di volta in volta critiche sempre più entusiaste. La pellicola è poi uscita negli Stati Uniti nell’aprile 2018 con una distribuzione tutto sommato dignitosa, rimanendo ininterrottamente in programmazione da Aprile fino a Dicembre, con un tetto massimo di 244 schermi per un incasso totale di $2,416,254. Lean on Pete di Andrew Haigh -per fare un paragone con una pellicola che, almeno all’apparenza, potrebbe assomigliargli- reduce dal successo di 45 years, presentato in concorso a Venezia 2017 e distribuito dall’onnipresente A24 (Hereditary, Lady Bird, Moonlight) e con un cast di richiamo (Steve Buscemi, Chloe Sevigny e Charlie Plummer) a stento ha superato il milione.

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Quello di The Rider è un neorealismo americano filtrato dallo sguardo della regista cinese Chloé Zhao, qui al suo secondo lungometraggio. Il suo esordio al sul grande schermo risale al 2015 con Songs My Brothers Taught Me, anche questo proiettato nella Quinzaine des Réalisateurs.  The Rider è un film girato completamente con attori non professionisti, nel ruolo di… sé stessi, e sebbene la trama riprenda proprio quelle che sono le loro reali biografie non si tratta né di un documentario né di un biopic. Ambientato nel mondo dei rodeo tra i calanchi del Sud Dakota – dove era ambientato anche il precedente Songs My Brothers Taught Me, che gettava uno sguardo sulla riserva indiana di Pine Ridge- The Rider segue le vicende di Brady Jandreau, una star del rodeo che si vede, suo malgrado, costretto a mettere in stop la propria carriera, forse in maniera definitiva.

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L’epica dei paesaggisti americani dell’Ottocento si riflette nella regia e nella fotografia di The Rider, che diventa una ricognizione dal sapore quasi etnografico. Grande protagonista, assieme a Brady e alla sua passione per il rodeo, è la “wilderness” americana. La camera indaga una natura troppo vasta, troppo vuota e troppo monotona, che nonostante la presenza umana è ancora, per tratti in credibilmente ampi, incontaminata e solenne. L’identità americana passa (anche) da qui: dalla natura monumentale, testimonianza di una storia priva di templi e cattedrali, dal ritratto di una terra all’apparenza ancora vergine dove aleggia, quasi palpabile, un’intensa solitudine.
Su tutto l’incontenibile panorama si estende una calma sinistra che sembra generare un eterno istante di sospensione assoluta. Il film si muove tra momenti di silenziosa e tacita spiritualità rurale e attimi di dolorosa umanità. I personaggi vivono, piegati al proprio destino, tra i riflessi di un ultimo sole prima di accese notti color indaco, rischiarate da lune gelide e smaglianti o da falò caldi e tremolanti.

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Il paesaggio, vera e propria materializzazione dell’american dream, appare come creato con delicatezza meticolosa, con il vibrante nitore della porcellana. L’uomo invece è spezzato dal dolore, dalla malattia e dalla fragilità della vita. Brady è reduce da un incidente a cavallo che gli ha procurato una grave ferita alla testa e che pare aver messo fine alla sua carriera da cowboy. Di fronte a una diagnosi che gli proibisce il ritorno in sella paura e impotenza si fanno strada in lui. A complicare la situazione c’è il rapporto conflittuale col padre, avvinazzato avvezzo al gioco d’azzardo, la sorella minore, Lilly, affetta da autismo e soprattutto la situazione in cui versa il suo migliore amico, Lane. Dopo un incidente durante un rodeo Lane Scott è rimasto semi paralizzato, perdendo l’uso della parola e la propria autosufficienza. Ognuno interpreta sé stesso, e porta sullo schermo la propria storia e la propria condizione di fragilità.

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The Rider raggiunge così un miracoloso equilibrio tra quanto sceneggiato e quanto osservato, dando modo a ognuno dei protagonisti di incarnare sullo schermo le proprie vite malconce in un film che con attori professionisti probabilmente avrebbe perso la propria ragion d’essere. Non rimane incastrato però nella “semplice” ricostruzione documentaristica e allestisce un bellissimo affresco in cui vanno in scena lo scontro tra l’uomo e la natura, tra le ambizioni e il sacrificio, tra i sogni e le responsabilità dell’essere adulti. Chloé Zhao descrive con grande dignità un’umanità che, dietro a silenzi e panorami dall’aspetto immutabile, ribolle di passione, regalandoci un grande film, toccante e commovente senza essere ricattatorio.