the shape of water

Cronache dal Lido #2

La Mostra del Cinema di Venezia, giorno per giorno, raccontata dai nostri inviati

The Shape of WaterGuillermo Del Toro

Chi prevedeva nell’ultimo film di Guillermo Del Toro (Crimson Peak) la conclusione della trilogia sulla Spagna franchista e i suoi orrori, iniziata con La Spina del Diavolo (2001) e proseguita con Il Labirinto del Fauno (2006) rimarrà piacevolmente confuso dalla visione di The Shape of Water, in concorso alla 74esima Mostra di Venezia, una fiaba romantica dalle atmosfere oscure (conformandosi a una dominante sete di classificazione), una storia d’amore tra incompleti in cerca di un posto dove nascondersi.

In un’America degli anni Sessanta inquadrata in un clima da paranoia da guerra fredda, Elisa (Sally Hawkins) è una solitaria ragazza senza voce. La sua vita è fatta di semplici azioni che si ripetono giorno per giorno. Lavora come donna delle pulizie in una base militare segreta. È lì che, penetrando in un laboratorio segreto, s’imbatterà in un mostro anfibio, cresciuto come arma da contrapporre ai sovietici. Dall’incontro nascerà un affetto che ben presto si trasformerà in amore e che porterà la giovane a organizzare un piano per salvare la creatura.

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Nata spezzata, Elisa ha trovato nella musica – come l’eroina del Labirinto del Fauno Ofelia con i libri di fiabe – una via di fuga e l’unico linguaggio così universale da permetterle di comunicare anche con un animale selvaggio. Il regista è abilissimo a descrivere la nascita dell’attrazione sessuale tra i due amanti (in principio? un uovo sodo) e nel filmare i loro desiderio sessuale in modo poetico e mai volgare.

Tuttavia se nei film citati in apertura Guillermo Del Toro, coniugando splendidamente la componente realistica a quella fantastica, è stato abile a far emergere un messaggio di denuncia contro un mondo spietato dove l’innocenza non ha alcun valore, in The Shape of Water, seppur con un’unità logico-narrativa che è propria dei migliori autori e che era assente in Crimson Peak, preferisce costruire una storia che ha il solo intento di trascinare a commozione lo spettatore. Le conflittualità nei personaggi sono semplificate al massimo e ne è una conferma la rappresentazione fumettistica del nemico della vicenda: Strickland, un capitalista meschino e ben pasciuto che fa la pipi con le mani sui fianchi.

Pieno d’immagini dal potente impatto visivo il film è come se fosse una bisettrice mozzafiato che unisce l’estetica dei B movie anni Trenta e Quaranta alla ferocia dei dipinti di Goya e alla poetica desolazione di quelli di Hopper. Tuttavia, come accade nei momenti peggiori del cinema di Michel Gondry, la continua ricerca della sorpresa visiva è ossessionata e forzata, fino a perdere di vista il racconto.

Toni Cazzato

First Reformed – Paul Schrader

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Bene e male, grazia e peccato, colpa e redenzione. Sono ancora una volta gli snodi al centro della riflessione di Paul Schrader, controverso padre fondatore della New Hollywood che ritorna in concorso, a Venezia, dopo la presentazione fuori concorso nel 2013 di The Canyons. In quello che Schrader stesso ha definito una sorta di compendio di tutto il suo cinema, un sacerdote in profonda crisi esistenziale incontra una giovane coppia di ambientalisti impegnati in battaglie contro il riscaldamento globale. Una svolta imprevista nel rapporto con loro lo porterà a rivedere le ragioni profonde della sua missione, rivelandogli nuove possibili strade verso cui indirizzare il suo impegno.

Se il nucleo tematico è rimasto lo stesso di tutta la produzione del regista, risulta fondamentale analizzare come questo venga inscritto e attualizzato dentro la nostra contemporaneità. È ancora pensabile, nell’America di Trump, concepire le ragioni di un impegno politico? Sancita la completa disgregazione dei partiti e delle ideologie, una via possibile, suggerisce Schrader, potrebbe essere quella di un maturo confronto con le radici del messaggio evangelico. Controverso, potente e doloroso, si segnala già come uno dei titoli più importanti della kermesse veneziana.

Stefano Lorusso

Under The Tree – Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

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In Islanda ci sono pochi alberi. In Islanda però c’è anche poco sole. Ed è proprio la presenza di un albero, piantato nel cortile di casa di una famiglia, a infastidire con la sua ombra i vicini. Un albero, simbolo per eccellenza di famiglia e di relazioni, è l’elemento che scatena la tragedia descritta nel film islandese Under The Tree, presentato nella sezione Orizzonti. La storia, come ha spiegato il regista Hafsteinn Gunnar Sigurðsson alla fine della proiezione, è una storia di guerra: se un banale litigio tra vicini si può trasformare in un’esplosione di crudeltà, è facile comprendere come molte tensioni fra popoli, etnie, capi di stato sfocino in catastrofi e genocidi. Le radici non hanno più presa nel terreno, l’albero crolla. Under The Tree mette in scena, a colpi di un nordico e grottesco black humour, lo sgretolarsi dei rapporti umani in una climax ascendente di follia. Un vento glaciale soffia dall’Islanda fino al Lido, portando una chicca che mette in dubbio la possibilità di una convivenza pacifica fra gli uomini.

Espèces menacées – Gilles Bourdos

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Gli Orizzonti di questa seconda giornata di festival vanno nella direzione del pessimismo. Dopo la rottura dei rapporti umani vista in Under The Tree, anche il film francese Espèces menacées lavora su tematiche affini: la dissoluzione della famiglia e la crudeltà delle relazioni interpersonali. Il regista Gilles Bourdos, ispirandosi a film-mosaico come Crash e America oggi, costruisce tre storie diverse che in qualche modo si toccano e si influenzano. Quello che ne esce è uno spaccato, non sempre riuscito, su problemi contemporanei: violenza domestica, famiglie disfunzionali, alienazione. Il rischio di un film multi-lineare è quello di non riuscire a bilanciare in modo corretto le varie trame, di creare scompensi fra una storia più avvincente e d’impatto (quella della giovane coppia in cui il marito violento picchia la moglie) e altre meno accattivanti a cui viene dato spazio minore. Probabilmente questo Espèces menacées, insieme a Under The Tree, porta a una riflessione sulla “specie a rischio” (gli esseri umani) che non sono capaci di coltivare un albero senza creare ostilità e, citando il nostro Calvino, di «riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio».

Giulia Bona

L’ordine delle cose – Andrea Segre

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Parlare d’immigrazione in questi tempi significa sempre affrontare un argomento estremamente delicato. Andrea Segre ci prova con L’ordine delle cose, presentato come proiezione speciale. Fulcro del racconto è l’annosa questione libica: quella di migranti stipati in veri e propri campi di prigionia, torturati nel corpo e nello spirito da caporali collusi con interessi economici di proporzioni incalcolabili. Segre racconta il costo umano delle migrazioni posizionando la macchina da presa vicino a Corrado (Paolo Pierobon), funzionario del Governo italiano incaricato di negoziare direttamente con la Libia la possibilità di bloccare i flussi già dai porti di partenza. Ci troviamo quindi dalla parte dei “cattivi”: di quelli cioè che vedono i migranti come semplici numeri da sommare o da ridurre in percentuale, anziché come individui.

Il tempismo perfetto rispetto alle cronache cui siamo purtroppo diventati soliti non è sufficiente a salvare il film dal suo difetto principale: una bidimensionalità di personaggi e scene che, trascinandolo fuori dalla narrazione convenzionale, lo condanna all’eterna e irrecuperabile latenza.

Orizzonti Corti

Astrometal, L’ombra della sposa, Meninas formica, Gros Chagrin, Himinn Opinn, Awasarn Sound Man

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Quando si parla di corti d’autore la linea di confine tra cinema e videoarte si fa sempre più impercettibile. La selezione di cortometraggi che propone quest’anno la Mostra del Cinema, perlomeno in questa prima tranche, è attraversata da un fil rouge formale: un sentore narrativo biblico fatto di voci magniloquenti che commentano immagini dalla fotografia impeccabile, deliziose per gli occhi ma che, fotogramma dopo fotogramma, hanno il potere di allontanare lo spettatore dal senso ultimo del racconto. A dimostrazione del fatto che il delirio di onnipotenza autoriale, quand’è gratuito, origina una patina di insofferenza che fa stridere i denti.

L’unica eccezione è Gros Chagrin della regista francese Céline Devaux, godardiano fino al midollo nella messa in scena e nel montaggio, che si sforza davvero di spostare il linguaggio un poco più in là. Il flusso di coscienza di una coppia al capolinea tenta l’impresa di far vivere in prima persona quanto sta accadendo ai personaggi, senza strafare, senza stancare. A dimostrazione che no, un cortometraggio d’autore non per forza di cose deve essere prolisso.

Alberto Sacco