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Crimson Peak – Guillermo del Toro

“I fantasmi esistono” afferma risoluta la protagonista in apertura di film quando, avvolta nel sangue, giace sullo sfondo bianco e glaciale di una neve impassibile. Guillermo del Toro si approccia con questa assoluta certezza alla sua nuova creatura, tuffandosi in picchiata nel gotico puro. Il genere preferito dal regista mischia romanticismo e orrore, come da tradizione letteraria, avvalendosi di minacciose figure, umane e non.

Nei primi anni del Novecento la giovane protagonista Edith Cushing (Mia Wasikowska), figlia di un ricco imprenditore che si è fatto largo con successo nell’alta società americana, vive tra le sue aspirazioni di scrittrice di storie di fantasmi e le reali, e terrificanti, apparizioni della defunta madre. Edith è in contrasto con le idee aristocratiche del suo mondo e si lascia ammaliare dall’’eccentrico baronetto Thomas Sharpe (Tom Hiddlestone). L’enigmatico ragazzo viaggia, con l’altrettanto ambigua sorella (Jessica Chastain), alla ricerca di investitori per la sua invenzione: una “macchina infernale” per estrarre argilla rossa dalla terra. Dopo la misteriosa morte del padre, Edith sposa Thomas e si trasferisce, assieme alla sorella del marito, in un edificio meraviglioso e decadente.

Il fatiscente palazzo è il luogo dove i fratelli Sharpe hanno vissuto la loro infanzia. “Crimson Peak” – ribattezzata così per via della terra rossa che filtra attraverso la neve – è una dimora antica, simbolo di un passato oscuro, e s’innalza dunque a protagonista assoluta della pellicola. Esteticamente inebriante, la casa conserva gli orrori trascorsi nel tempo – come da consuetudine nel genere – e funge da magnete per Edith. La ragazza infatti, attraverso spaventose apparizioni, riuscirà a ricostruire una storia antica e ad ottenere la consapevolezza del suo presente. I fantasmi pertanto non sono altro che “rappresentazione del passato” , come afferma la giovane nella costruzione del suo romanzo: un espediente narrativo.

Crimson Peak balza agli occhi per la sua splendida forma, il film di del Toro è bellissimo a livello visivo. L’’opera si immerge totalmente nel genere, citando, omaggiando, copiando, inglobando immagini evocative e suggestioni d’atmosfera. Crimson Peak è Lovecraft ed Edgar Allan Poe, Mario Bava e Roger Corman, un agglomerato di fantasie, desideri e immaginario del regista messicano, c’’è Shining di Stanley Kubrick, Gli Invasati di Robert Wise fino a Il giro di vite di Henry James.

L’’estetica di del Toro però non è degnamente coadiuvata dal contenuto, Crimson Peak non ha un’anima che brilla di luce propria. Il ritorno alle esperienze di La Spina del Diavolo e Il Labirinto del Fauno non porta gli stessi risultati. Il film risulta finto e tradisce le ambizioni dei pionieri del genere, a causa dell’altissimo budget si discosta dai lavori artigianali e gli archetipi romantici del gotico classico. Il regista punta a risultati commerciali, tradendo la ricerca autoriale presente nei suoi primi film. Il prodotto finale è un enorme contenitore di idee già viste, una grande abbuffata di sangue finto – in ricordo di Dario Argento – e cattivi involontariamente grotteschi. L’autore tenta di prendere al balzo la palla con cui giocava ossessivamente la bambina di Operazione Paura, scena riproposta in questo film. Purtroppo Mario Bava è soltanto un ricordo sbiadito nel tempo: uno spettro del passato che agita fasti ormai sepolti.