#14: E il naufragar m’è dolce a Settebagni

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Il Teorema di Lagrange, alla fine dei giochi, dimostra che l’insieme dei numeri compresi tra “0” e “1” ha lo stesso numero di elementi dell’insieme che va da “1” a “∞“. Non essendo in condizioni di poter confutare Lagrange (ieri sono andato a una festa) bisognerà dedurne che per descrivere il Mondo è sufficiente descrivere Roma. E per descrivere Roma sarà sufficiente a sua volta descriverne un pezzetto solo.

Tant’è che questa rubrica, invece di “Dentro la Capoccia”, avrebbe potuto chiamarsi “Dentro l’Autobus” che tanto… ogni settimana un’avventura.

Sono di nuovo alla Stazione Tiburtina con la mia valigia di lenzuola che lava mamma e le mie cuffie Hi-tech. Arrivo di corsa e per prima cosa vado all’edicola, a fare il biglietto. 😉

Mi mischio nella calca dell’apertura delle porte e riesco miracolosamente a procurarmi un posticino vicino all’autista. Il bus è mono-piano e riusciamo miracolosamente a trovare tutti posto. Oggi c’è pure lo sciopero dei treni, e allora i pendolari aumenteranno, sono stato baciato dalla fortuna, lo so.

Sono seduto. Le cuffie che pompano Radio 102.7 (uno lo ricordi, uno lo vivi) la valigia sulle ginocchia, il mio bravo biglietto in tasca, oggi niente mi fermerà. Sono le 16:10 e il bus, pieno come un cesto di ciliegie, parte, dando il via all’Odissea, direzione Rieti.

Dopo un paio di fermate, che il bus riesce a sudarsi in mezzo al traffico romano, siamo ancora a Viale Libia e già la situazione è – appunto – da Terzo Mondo. L’autista, riparato dal gabbiotto di vetro, lo vedo bello deciso a finire il suo turno senza intoppi. Guarda fisso avanti mentre dietro di lui si è formato un tetris umano destinato a scoppiare. Gente che torna a casa. Gente che va fuori di Capoccia. Gente con le buste. Gente stanca dal lavoro. Gente ovunque. Gente gente gente. Uno appiccicato all’altro, direzione Rieti.

Non sarebbe durata.

Sguscia tra l’indistinguibile massa umana un ometto con gli occhiali che riesce affaticato a guadagnarsi la postazione vicino all’autista. Si ferma un attimo a prendere fiato, poi fa:

“Allora, sono del Comitato Pendolari. Se non ferma il bus, chiamiamo la polizia. Non si può viaggiare in queste condizioni.”

Non sarei voluto essere nei panni del conducente. Lo vedo che fa un paio di chiamate in azienda e poi accosta, all’altezza di Settebagni, di fronte alla fermata già piena di nuove persone che forse, pur di tornare a casa per il weekend, sarebbe salita pure sul tetto della vettura.
Si immette nello spiazzo, spegne il motore e apre le porte.
Bloccati a Settebagni da un signore con gli occhiali che dice di essere del Comitato Pendolari. È bastata la parola POLIZIA a interrompere il viaggio di decine di persone verso casa.

Il mio primo pensiero è: “Cazzo! A saperlo, non facevo il biglietto!”. Intorno a me, manco a dirlo, la tensione è alle stelle. Nasce un vero e proprio dibattito pubblico tra persone totalmente diverse per sesso, corporatura, estrazione sociale, tutte rigorosamente appiccicate una sull’altra. Un’insalata umana urlante e arrabbiata che vuole far valere le proprie ragioni.

È la sagra del Commento:
“Ma chi cazzo è il Comitato Pendolari!?”
“Io ho fatto il biglietto, me ne voglio andare a casa!”
“Ma che dite?! Il comitato fa bene. Sono anni che va avanti così!”
“L’autista non deve più far salire persone, quando l’autobus è pieno! La colpa è dell’autista!”
“Il comitato deve avvisare l’autista prima che il Bus sia pieno: facendo così interrompe il servizio per tutti e non torna a casa nessuno. Almeno quelli che salgono alla stazione potrebbe pure portarli a casa!”
“Oggi c’è pure lo sciopero dei treni! Non è proprio il caso di fare una protesta del genere!”
“Viva la fregna!”
“Svegliatevi Italiani! Per una volta che le persone si associano per migliorare le cose in questo paese, guardate come reagite! Pensate solo ai cazzi vostri!”
“Devono mettere più autobus!”

E avanti così. Voci su voci, su voci. Il conducente intanto è sceso e si è attaccato al telefono, con quelli del Comitato. Le persone iniziano a defluire rassegnate nello spiazzo. Qualche metro più in là ci sono due prostitute che si avvicinano esibendo il curriculum.

La situazione è complessa, grandiosa.

A) L’autista è obbligato a far salire i passeggeri alle fermate: se non lo facesse potrebbe beccarsi una denuncia per interruzione di pubblico servizio.

B) Il comitato, prendendosela con l’autista che svolge il suo turno, non risolve il problema. Il problema è l’azienda.

C) L’azienda non ha abbastanza autobus. Semplicemente non ha i soldi per comprarne a sufficienza.

D) I passeggeri con l’abbonamento o il biglietto si sentono privati del loro legittimo diritto al pubblico trasporto.

E) Il comitato, per poter manifestare alla Stazione deve chiedere autorizzazione all’azienda contro cui andrebbe a manifestare, e non può quindi organizzare azioni prima che il bus parta.

Schierarsi è arduo, impossibile.
Arriva la pattuglia della polizia.
Le prostitute se ne tornano da dove erano venute.
Le macchine sfrecciano sulla Salaria a pochi metri da noi.
Dopo una mezz’ora che siamo lì a cercare di capire come andrà a finire, arriva un altro autobus (questo a due piani) ancora più stracolmo di persone, che si ferma dietro al nostro.
Due autobus, una pattuglia della polizia e centocinquanta persone che non sanno se e come torneranno a casa per il week end.

Saluti a tutti da Settebagni, Roma, Italia.