unsaccobello

#1: Cose che non si possono assolutamente fare

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Allora, cominciamo: mi sveglio dopo nemmeno cinque ore perché ho delle commissioni da sbrigare. Sono circa la 10 (di mattina ovviamente). Mi trovo in un piccolo paesino dell’Alto Lazio (che potrebbe essere qualsiasi paesino dell’Alto Lazio di due o tremila persone) dove sono nato e cresciuto ma che sto per lasciare per la terza volta. Bologna, Londra e poi questo. Il viaggio più difficile, quello più vicino, quello più desiderato. La prima tappa è la banca. Con gli occhi ancora abbottonati dal sonno trascino i piedi fino all’interno dell’edificio. Come al solito la hall è vuota, nessuno in fila, è un tête a tête tra me e il cassiere. Un tipo ricciolino, sulla cinquantina, col fisico asciutto e un occhio che pende appena verso l’esterno. Camicetta linda e anonima.

“Buongiorno.”
“Buongiorno”

“Dovrei fare un bonifico.”
“Contanti o trasferimento?”

“Allora: ho sia la Genius Card con voi, che i contanti con me. Mi dica lei come conviene di più”
“Ma la Genius Card TE serve apposta per fare tutto online, FAI tutto online!”

(Allora: a parte il fatto che se avessi voluto fare tutto online non credo ci voglia una laurea in psicologia per capire che l’avrei già fatto; poi: devo comunque versarci i soldi e già che sono qui, non avrebbe senso tornare a casa a fare tutto da capo. Riesco, pur avvolto ancora dal sonno, attingendo all’enorme bagaglio culturale che la mia laurea in Scienza del Traccheggio mi ha fornito a esprimere questo sottilissimo processo mentale in due sole parole.)

“Preferisco qui.”

Sconsolato, il mio istituzionale avversario bofonchia qualcosa e tira fuori un paio di fogli da farmi compilare.

“Quanto devi trasferiJE?”
“Mille.”

Fa un gesto con la mano come a dire “caccia li sordi” e gli metto in mano mille euro senza battere ciglio. Neanche il tempo di firmare il primo foglio che torna subito all’attacco.

“Mannaggia! Non se po’ fa!”

Sfodero la faccia più annichilita e allibita che ho, e lui sembra cogliere:

“Ce stanno tre euro de commissione pe’ versa i soldi. Mo co’ 997 euro come fai a mannaJE mille? Niente, non se po’ fa.”
“Guardi, le do altri 10 euro.” (che magia, eh?)
“Fa na cosa, damme 15 che non se sa mai.”

Per quale motivo uno che lavora in banca e fa le stesse cose tutti i giorni debba dire “non se sa mai” non è dato saperlo. Non mi sto inventando niente. Mi è costato più tirare fuori quei 15 euro che i mille sborsati poco prima. Però vabbé, viviamo in mondo duro e crudele. Ecco a lei.

“Me dai la carta?” mi dice come uno che mi sta chiedendo di passargli il sale.
Inizia a copiare i numeri controllando parallelamente schermo e carta, operazione che impiega più di qualche secondo.
Poi, ci risiamo.
“Niente, non se po’ fa.”
Tento con la stessa faccia di prima, aspetto qualche istante ma…
“Niente, non se po fa.”
“Ma scusi, poco fa mi ha detto che avrei potuto fare tutto online, come è possibile che non si riesca a fare qui?”

Al che l’impiegato ruota lo schermo verso di me, esibendomi la carta, sfoderando una moderatissima ma palese aggressività.
“Vedi questi numeri? Li sto mettendo ma il “2” non ci va. Vedi? Gli altri ci vanno ma l’ultimo NO!! il “2”… non ci va!”
Momenti di silenzio, imbarazzo. Entra addirittura un’altra persona che si mette in fila dietro di me e l’impiegato, stimolato da una folla così inusuale, si vede che dà il massimo su quel pc. E infatti viene premiato.

“Ecco. Ho RISOLTO.”
Afferma seccamente con l’aria del bravo artificiere che eroicamente ha compiuto la sua missione. È addirittura tanto compassionevole da illuminarmi:
“Vedi, non era da mettere questo numero, era da mettere quest’altro: è più corto.”
Tutto è bene quel che finisce bene. Esco dalla banca e vado verso l’incontro più difficile: quello all’ufficio dell’anagrafe.

La strada da fare è poca, pochissima.

Il comune è l’edificio immediatamente adiacente alla banca, neanche il tempo di scrivere queste due righe che sono già lì. Devo andare a farmi fare un codice fiscale provvisorio per ritirare dei voucher, circa 300 euro (che non sarà un patrimonio, ma prima di trasferirsi in una città nuova, sono buoni come il pane). Arrivo allo sportello ed è vuoto. Se aguzzi le orecchie puoi sentire il canto morbido dei grilli e delle cicale. Mi sento ticchettare su una spalla e mi volto. Una donna con la tipica faccia da impiegata, forse ci siamo.

“Buongiorno. :)”
“CIAO, che devi fa?”

“Dovrei richiedere un codice fiscale provvisorio. :)”
“Usa la tessera sanitaria.”

“Non ce l’ho. Ho perso tutto il portafogli.”
“Eh ma figlio mio, come se fa co’ voi!? Ve perdete sempre tutto!”

“Ho capito ma mi serve. Che devo fare?”
“L’impiegato adesso non c’è. Torna dopo le Feste.”

“E dove sta?”
“È uscito.”

“Questo me l’ero immaginato. 🙂 Comunque, lo aspetto qui. L’ufficio rimane aperto al pubblico per altre due ore”
“Vieni con me.”

Forse stupita dalla mia serena determinazione, forse mossa da umana compassione, la donna che aveva tutta l’aria di essere un’impiegata comunale (e lo è) mi porta con sé in un tour di tutti e tre i piani dell’edificio. Bussa in ogni ufficio, affacciandosi e chiedendo se c’è il nostro uomo: nessuno dice di no, ma la risposta è comunque unanime:

“è uscito.”

“Va bene, non c’è problema. Lo aspetto, grazie.”
“Tanto non se po’ fa, fai come ti pare” pronostica, dall’alto della sua maturata esperienza nel palazzo.

Il campanile della chiesa segna le 11:05 e opto per un caffè al bar. Siamo in un paesino e il bar più vicino è a dieci metri dal comune e otto dalla banca. Entro e ordino. Mi volto un momento verso la porta a vetri e vedo l’impiegata comunale che si sta sbracciando verso di me, facendomi ampi gesti come a dire “ho un’urgentissima cosa da dirtiii!”. Esco dalla porta e mi fa, urlando da un lato all’altro della piazza:“è passato, è passato! Ha detto che devi andare a farlo a Rieti!”

Sono confuso, le faccio cenno di attendere un momento che il barista ha appoggiato il mio caffè sul bancone. Bevo e torno all’anagrafe: saranno passati tre minuti da quando sono uscito. L’impiegata mi aspetta nel corridoio nella posa della receptionist: mani congiunte nei palmi, una spalla più alta dell’altra, un piede più avanti tipo ballerina classica, un sorriso microscopico e poco sincero.
“È passato l’impiegato e ha detto che avevi ragione: il codice fiscale provvisorio qui si può richiedere.”
“Ah ecco, meno male.”

“Poi ha detto che il Ministero dell’Interno ha appena cambiato le password per accedere al computer e che non si può fare niente. Devi andare a farlo all’Agenzia delle Entrate, dopo le feste”.

Il classico esempio di “tu c’hai ragione, ma io pure c’ho ragione”.
“Va be’. Ci parlo un attimo.”
“No. Se n’è riandato.”
Partirò con 300 euro meno del previsto. Chiederò all’alimentari del pakistano sotto casa se posso pagare la spesa in voucher lavoro. Robe così. Non fa niente: di fronte alle grandi svolte nella vita certi dettagli, che altrimenti potrebbero apparire fondamentali e vitali, passano inesorabilmente in secondo piano. Ho sonno, me ne torno a letto.

La caparra è stata versata, ho una casa in Capitale. Sticazzi dei trecento euro.
Roma, arrivo.