notturno bus

#13: L’insostenibile leggerezza del controllore

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Ecco cosa sono: sono un bravo ragazzo italiano.
Sì, Sì: do del lei alle persone che non conosco, dico “buongiorno!” e “buonasera!”, non urlo in pubblico, mi metto il deodorante, sorrido educatamente dal tabaccaio, cedo il passo alle signore, gioisco per i successi della Nazionale e per gli Oscar che ci portiamo in Patria, e faccio un sacco di altre belle cose.

Oggi ad esempio devo tornare a casa, fuori dalla Capoccia, coi mezzi.

Non ti porti il fumo ad Amsterdam.
Non ti porti la macchina a Venezia.
Non ti porti la fidanzata a La Havana.
Non ti porti la cocaina a Bogotà.

Cioè, capito no?, paese che vai, usanze che trovi. Pure qua ci sarà qualcosa che non ha senso fare (ce ne saranno un miliardo) ma su tutte, al momento, ne direi due:

1) Andare a guardare il pavimento della Cappella Sistina
2) Fare il biglietto sugli autobus

Come insensatezza, siamo lì. Tu li vedi questi autobus bianchi e blu, sempre strapieni di gente stanca, sudata, senza documenti. Se vedono qualcuno che compra il biglietto, gli fanno la foto e la mandano agli amici su WhatsApp. Oggi, ringraziando iddio, c’è il bus a due piani e, pure se è venerdì, c’è posto per tutti. La King’s Cross Station de Noantri.

Mi metto in fila e guardo con fastidio quelli che si accalcano a tutti i costi vicino alla porta: c’è posto per tutti, un po’ di civiltà!

Alla fine, mi porto la mia bella valigia con le lenzuola che lava mamma al piano di sopra, mi metto le mie belle cuffie hi-tech, partiamo e mi godo il panorama. Dieci minuti dopo, quando vedo spuntare, scalino dopo scalino, un tizio con la giacca del Co.tra.l mi sento come uno che vede Babbo Natale per la prima volta (però che i doni non te li porta, te li leva): il controllore esiste.

Ahia.

Con mia estrema sorpresa, quelle poche persone avanti a me esibiscono con orgoglio – tipo distintivo dello sceriffo – abbonamenti e biglietti giornalieri ciancicati dalle tasche. Provo a pensare a qualcosa ma è troppo tardi: mi si pianta davanti. Mi tolgo le cuffie con aria interrogativa, ma pure un po’ spaventata.

Mi si avvicina, alza un po’ le sopracciglia, e mi sussurra: “Biglietto?”

Gli fò una faccia come a dire “è magra!”, ma non mi do per vinto, gli faccio un timido cenno con la mano di aspettare e tiro fuori dalla tasca della giacca un bigliettaccio della metropolitana, mezzo appallottolato, con la polvere sopra, che fa una tristezza eterna solo a guardarlo. Lo prende tra il pollice e l’indice, lo esamina un po’ come un diamante e un po’ come un pezzo di spezzatino e mi fa: “Guarda, questo biglietto in teoria è buono fino a Settebagni: o scendi lì e ti vai a comprare il biglietto, o fai il biglietto a bordo: prezzo unico, 7 euro. La multa costa 100, fai te”.

Poi lo vedo che ammicca, che vorrebbe dirmi “ma tanto io mo scendo, che te frega, se vede che sei un bravo ragazzo, non te preoccupà pe sto bijetto…” e io penso “Daje, dimmelo, dimmelo! Che mi rimetto a sentire la musica”….
Ma niente da fare.
Intorno c’è troppa gente che ha addrizzato le orecchie e sta concentrata sul nostro dialogo, qualcuno dietro di me potrebbe avvalersene nelle discussioni che potrebbero seguire per i loro biglietti e allora niente, mi guarda, sta zitto e passa oltre.

C’è da essere contenti, no? Basta che vado giù, caccio 7 euro invece di 100 e tutt’a posto, è un buon affare, no?

Ma manco per il cazzo!

Inizio a guardarmi intorno con la massima educazione e a chiedere in giro: “Scusate, avete un biglietto in più da vendere?” Cioè il biglietto costa 2 euro e 40, dall’autista 7: in matematica non sarò una cima, sarò pure bravo, ma mica so’ scemo.
Niente.
Allora mi alzo e inizio proprio il giro del bus, prima il piano sopra e poi il piano sotto, a chiedere a tutti: “Scusate, avete un biglietto in più?” E loro, che il biglietto l’avevano pagato e colpevolmente non ne avevano uno in più per me mica mi guardano con disprezzo. Mica mi fanno la ramanzina. Mica mi dicono “ma scusa, mi sono comprato il biglietto, vattelo a comprare pure te!”. Macché! Mi guardano nei miei begli occhioni di bravo ragazzo italiano e mi sussurrano con sincera commozione. “No, mi dispiace” quasi prendendomi le mani, manco fossimo al funerale di mio figlio.

Senonché, rassegnato, mi avvio con passo rimesso e funebre, verso l’autista, sempre con la massima educazione (ci mancherebbe). Mi scusi tanto sa, dovrei fare il biglietto.

E lui:
“Eh. M’hanno rotto er cazzo! Mica VOI eh? Io lo so che VOI ci marciate: hai deciso di rischiare? Bene! So cazzi tua! Ti deve fa la multa… ce l’hai spicci almeno?”

Cioè mi ha dato del VOI come se fossi uno di LORO. Un criminale, un evasore, un approfittatore. VOI. Sta cosa mi dà un sacco fastidio, talmente tanto che gli dico:

“Sì guardi, ho sette euro, giusti giusti…”

E mi dà il biglietto. Nel frattempo la macchinetta per timbrare è rotta. Sopraggiunge il controllore che mi dice, non ti preoccupare, te lo scrivo io. E sotto sotto siamo tutti contenti: l’autista che evita problemi durante il suo turno di venerdì pomeriggio, il controllore che domenica a messa si ricorderà della sua buona azione e io, che ho risparmiato 93 euro.

Ah! Dovreste vederci in testa al bus, mentre attraversiamo le colline della Via Salaria, quanto siamo belli.

L’autista, il controllore e il bravo ragazzo italiano.

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