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#17: Avrete notizie dai miei avvocati, e viceversa

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Mi chiama il mio avvocato e mi fa: “Vediamoci, che ci sono novità sul tuo processo”.
Tipi sbrigativi, gli avvocati.

Allora, come metto giù il telefono mi pervade un po’ d’eccitazione: notizie dal processo, proprio come in televisione! Che bello! (in before: quanto fa figo dire “il mio avvocato”?! Magari rischi vent’anni di vacanza, ma quel senso d’orgoglio nel dire “il mio avvocato” non ha prezzo, non te lo toglierà mai nessuno, ti senti proprio come Cristiano Ronaldo che fa la pubblicità della Clear, per un momento il mondo è ai tuoi piedi. Se non ci sei passato non puoi capire, se ci sei passato… tanto peggio per te).

Le mie beghe con la Giustizia iniziarono in una notte stellata, lontana nel tempo quasi come il giorno in cui alle elementari mi spiegarono la differenza tra peso lordo, peso netto, e tara.
Roba da Codice Penale.
Roba che ti può mandare a sperimentare i comfort della galera.

Il mio coinquilino dell’epoca – che chiameremo Prancesco con la “P” (per tutelarne la privacy) – mi aveva prestato il suo motorino per andare a una mega festa in discoteca ai confini della città (che chiameremo Pologna, per tutelarne la privacy). Andare a divertirsi a una festa, in tempi universitari, non è reato e infatti le forze dell’ordine ci osservavano mentre ci divertivamo ma non ci dicevano niente. Si fecero le cinque di mattina e parlai con un sacco di gente, ma con nessuno delle forze dell’ordine. Uscii dalla discoteca, panino dallo zozzone, mi sedetti sul motorino, casco in testa e via, sotto le stelle, verso casa.

Questo è quello che mi ricordo.
Poi il vuoto, black-out.

A ‘na certa aprii gli occhi e vidi la Luce.
Sotto la Luce, una flebo.
Sotto la flebo, un filo.
Sotto il filo, il mio braccio sinistro.

Ma che è, oh?! Tentai di rizzarmi a sedere per capire dov’ero, che cosa stava succedendo ma non ce la facevo. Clavicola spaccata, testa dolorante, ginocchio e caviglia destra bloccati, sporchi e maciullati. Mi ricordo che tentavo di guardarmi attorno ripetendo “Ma che è oh!?” con un filo di voce. Non vedevo niente, solo sta luce e sta flebo. Poi un angelo della vita, nei panni di un’infermiera venne, confermando il mio sospetto di trovarmi in un qualche ospedale. Si sincerò delle mie condizioni e chiamò un’altra donna, mora e snella, sulla quarantina (che per motivi di privacy chiameremo P-uttana) che iniziò a farmi domande a raffica che mancò all’esame di Maturità.
“Come ti chiami?”
“Indirizzo?”
“Dove hai rubato il motorino?”
“Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”

Cioè, bella mia, ho capito che ti dona il cappello da poliziotta, però datti una tranquillizzata, neanche capisco perché sono vivo, non puoi farmi il terzo grado in un secondo momento?

Vabbé, vi risparmio i dettagli.
Anzi, no: schemino riassuntivo:

1) Un rumeno mi aveva trovato in mezzo alla strada col motorino qualche metro più in là, totalmente privo di sensi, e aveva chiamato l’ambulanza.

2) L’ambulanza, una volta appurato che ero senza documenti (perché qualche buon samaritano che mi ha visto solo e agonizzante in mezzo all’asfalto ha pensato bene di sottrarmi il mio portafoglio con ben 25 euro dentro) ha contattato la polizia.
3) La polizia, vedendo che ero senza patente e il motorino era intestato a una donna, ha pensato “ecco il solito criminale da due soldi, mo so cazzi sua!”.
4) All’ospedale, mi hanno analizzato il sangue. Pur avendo fallito il drug test, ho superato cum laude l’alcool test. Mai bicchiere fu più “mezzo pieno” di così.
5) Alla vista dei risultati dell’alcool test la polizia ha pensato “Sto ladro di motorini lo spediamo al gabbio senza passare dal via”.
6) Clavicola fratturata, contusioni e abrasioni su tutto il corpo.
7) Varie ed eventuali.

Avviarono tutta la procedura. Allora: io capisco che puoi sospettare il furto, capisco che mi accusi di guida in stato di ebbrezza e che vuoi che io paghi per i miei errori (hai ragione: è giusto), capisco che sequestri il motorino e lo porti col carro attrezzi a più di 20 km da casa, capisco che mi fai l’interrogatorio quando ancora non sono in grado di fare 2+2, per carità, capisco tutto. Però cazzo, mille euro di multa perché non ho esibito la patente (dopo che t’ho appena denunciato il furto del portafogli) è un po’ sparare sulla Croce Rossa, no?

Ma vabbé. Ne è passata di acqua sotto ai ponti. Ha scavato tutti i sassi del Po, ha creato un po’ di disagio nelle zone terremotate dell’Emilia ed è venuta giù per gli Appennini. Sarà passata in qualche villaggio toscano, poi Viterbo; poi il Tevere che accoglie tutto e tutti, fino a passare sotto al Ponte Pietro Nenni, vicino al bar del tribunale, dove il mio avvocato, mi attende.

È seduto solo soletto in un tavolino quadrato con davanti fogli e cartelline, telefonini, occhiali da sole. Sta togliendo un capello dal suo completo spezzato e non mi vede arrivare. Sto per scoprire l’esito del televoto. Tento di sfoggiare la faccia più rilassata e umana che posso.

Tipi sbrigativi, gli avvocati.

Adesso mi dirà COLPEVOLE o INNOCENTE e mi manderà a reagire da qualche altra parte. Invece no: mi sorprende e – dopo i convenevoli – inizia proprio da C’era una volta

“Allora Federì: alla prima lezione all’università ti insegnano che la legge è uguale per tutti.”

Ve lo giuro davanti al web, ha esordito proprio così!

“Invece al primo giorno di praticantato ti insegnano che un grado di giudizio in più di fronte alla Corte, è un grado di giudizio in più che ti pagano… è anche per questo che i giovani hanno tanta difficoltà a trovare lavoro. Troppa differenza tra Teoria e Vita Reale, capisci?”

Macché capisco! Cioè, sto sudando. Voglio sapere se e come potrò andare avanti con la mia vita. Ma di che cosa stiamo parlando?

“Sto seguendo il caso di un signore che ha un ristorante di lusso ai Parioli e oggi me l’hanno appena rinviato alla Cassazione”

E sticazzi? Non ce li vogliamo mettere?

“Lo sai che cosa ha fatto? Gli è venuto un controllo della Guardia di Finanza (lui ha quattordici camerieri, tutti in regola) ed è andato a parlare col Generale. Gli fa: «il titolare non c’è».
(e il titolare era lui, capito che roba?) E allora il Generale controlla i documenti di tutti i dipendenti e trova tutto regolare… beh, tutti tranne uno: Lui. E gli fa la multa… ma aspetta: lo sai qual’è il bello?…”

No avvocà. Non c’è niente di bello in questa situazione. Non me ne frega un cazzo: se non ti sbrighi a dirmi del mio processo gli vado a dare fuoco al ristorante dei Parioli… Un po’ di pietà!

“Il bello è che il Generale si sbaglia a mettere la data sul verbale (che il titolare firma, dichiarando il falso di fronte alla Legge) e, invece di addebitargli 50 euro al giorno (di multa) per 20 giorni (che sono mille euro) mette l’anno precedente e gli addebitano 385 giorni a 50 euro al giorno (che sono mil-a euro di multa) quando in realtà bastava che lui dicesse la Verità (“Sono il titolare”) che non gli avrebbero fatto niente.”

Avvocato, io adesso, ti pongo le mani in faccia. Cioè, ci stai mettendo del tuo…

“Oggi è appena finito il secondo grado di giudizio e tutto andrà in Cassazione. Ecco, io sono contento: a me, mi pagano. Però insomma, c’è qualcosa che non va se pensi che questo processo va avanti dal 2002…”

E a questo punto, prendo il coraggio a due mani. Come dice Jim Jarmush, una guerra non può essere evitata: può solo essere rimandata a vantaggio del tuo nemico. Faccio LA domanda:
”Sì avvoca’… ma per quanto riguarda il processo mio?”

“Ah già! Il tuo processo tutto a posto. È andato tutto in prescrizione.”
“Sarebbe a dire?”
“Sarebbe a dire: niente. Tutto a posto. È passato troppo tempo e sono decorsi i termini di legge per poter applicare sanzioni ai reati di cui ti hanno accusato. Non ti possono fare più niente”.

Beh: pensavo peggio.

Rumeni samaritani, ladri di portafogli, autisti di carro-attrezzi, poliziotte, infermiere, autisti di ambulanza, vigli urbani, giudici di pace, avvocati, genitori, segretarie di tribunale, code agli sportelli, referti medici, lastre, patenti da rifare, coinquilini col motorino sequestrato, quattordici camerieri in regola,acqua che viaggia… sapete che c’è? Abbiamo scherzato: tutto in pasto ai cani.

Giustizia è fatta.

Il sole accarezza le tende del Bar Minerva tra il Tribunale e il Tevere, in un fiorito pomeriggio di primavera Dentro la Capoccia.

Cameriere, due caffè: uno per me e uno per il mio avvocato.

P.S.: ci tengo a salutare il mio avvocato, uomo di cultura, spirito calmo e sconfinata ironia (oltre che fedele lettore di questa rubrica) e dirgli che lo voglio bene. Già che ci sono colgo l’occasione per salutare anche tutti gli amici del bar, i tifosi occasionali, Louis Prima, la mia fidanzata immaginaria e Kevin, il Pastore Maremmano che non ho mai avuto.