chirurgia

#16: Visita alla mamma e alla zia di Lorenzino Mio

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Va bene che sono abituato fare le cose sempre all’ultimo momento però oggi non mi sto regolando proprio. Cammino schivando la folla che esce dalla fermata di Castro Pretorio con passo svelto e la testa bassa. 40 minuti di ritardo, non ci posso credere!, inizio a sudare, sono pure un po’ in ansia, no no, non ci siamo proprio.

Mi squilla il telefono.

“Pronto?”
“Sì mamma, sto andando.”
“Sì mamma lo so che sarei già dovuto essere lì, ma se mi tieni al telefono non è che volo, e arrivo prima
“No no: che c’entra!? lo so che la dottoressa non ha tempo da perdere con me, ho capito che mi hai preso un appuntamento apposta, dai!”
“Ho capito che forse mi devono operare, ma che devo fare? Ormai sono in ritardo, che faccio, non vado?”
“Va bene, ti chiamo quando finisco, dai mamma, lascia stare… dai. Ok, ciao.”
Ciao.

Arrivo alle 18:00 e suono al campanello della lussuosa clinica a Piazza Fiume. Lo studio è gestito da due gemelle bionde, chirurghe, sulla sessantina: le conosco da tempo, ma le ho incontrate raramente. Due donne di ferro, dedite alla causa della Medicina, toste come due Siciliane con la pistola, pane al pane vino al vino. Gemelle Kessler, versione sanità italiana.

Oltre la porta c’è la segretaria, una donna senza età, come se ne vedono negli sportelli di tutto il Mondo. Non sono mai state giovani, e non saranno mai vecchie. Non hanno né bellezza, né fascino, né stile. Non devono piacere a nessuno. Sono al sicuro. Sono civili senza essere mai veramente cortesi; intelligenti e informate senza nutrire mai un autentico interesse per nulla. Sono quel che diventa un essere umano quando baratta la vita per l’esistenza e l’ambizione per la sicurezza. Dietro di lei spicca una foto di Humphrey Bogart nei panni di Philip Marlowe, e questo mi dà un certo sollievo.

Mi dà un numerino: 55.

Mi butto sopra un divano e aspetto: sono raccomandato, mi chiameranno subito, penso.
Mi chiamano dopo un’ora.
Non siamo all’ospedale.
Mentre seguo l’infermiera nel corridoio, mi squilla di nuovo il telefono.

“Dai mamma, te l’ho detto: ti chiamo quando finisco! Perché mi devi stressare? Mi hanno appena chiamato!”
“No mamma, non ti ci faccio parlare con la dottoressa, devo ancora fare tutto, è meglio che si concentra, no?!”
“Dai ok; OK. Ciao.”

Che ansia, oh.

Percorro i lunghi corridoi, stretti e dai muri bianchi, seguendo passo passo l’infermiera che mi conduce in una sala che sembra il set di “Occhi del Cuore”. Arriva perentoria la dottoressa, in camice celeste, e mi si para davanti, proferendomi parola dalla massiccia forza dei suoi 160 cm d’altezza:
“Io mi ricordo di te: sei quello che studia cinema. E quindi non c’hai voglia di fare niente. Dai spogliati e fammi vedere sto problema…”
Mi scappa un sorriso e mi tolgo la maglia.
Lei, alla vista della protuberanza che ho sul petto cambia bruscamente espressione “AH però!”, fa.
Sorrido un po’ di meno.
“AH bello mio, qua bisogna che ti operiamo subito, che dovemo fa’!?”

Daje.

Seguo la dottoressa per altri corridoi fino all’anticamera della sala operatoria, firmo un paio di fogli, mi ritolgo la maglia e mi sdraio sul lettino. Prontamente l’infermiera mi piazza un cuscino sotto la colonna vertebrale e una tovaglietta di carta sul petto. Mi punta la luce da soffitto sul torace. Sto come una banana a pancia in su, e rimarrò così per la prossima ora e mezza.
Arriva la dottoressa coi guanti, e attacca:

“Cioè, figlio mio, ma si può essere più stupidi di te? Ma tua madre ha un’attività avviata, ma ti puoi mettere a studiare cinema!? Ma sei proprio scemo! Tu ti pensi che tanto ci stanno i genitori a camparti per sempre e così: vai avanti a gioca’. Ma che te credi che puoi stare sempre a gioca’? Alla fine noi moriremo prima di voi, e dopo che fai? (Cara, mi passi la siringa?)”

L’infermiera (alla mia destra) le passa una siringa da mezzo metro con un liquido bianco e inizia a iniettarmela in molteplici punti al centro del petto. Ma non basta a frenarle la lingua, c’ha voglia di chiacchierare, si capisce che è abituata a esprimersi totalmente e liberamente, beata lei, ci può stare, mi sta pure simpatica.

“Ecco Cara – vedi – io su questo non mi posso lamentare: con tutto che mio figlio ha quasi trent’anni, con la medicina non vuole mollare. Mi dice Mamma, io vado avanti, da grande voglio fare il chirurgo!, e passa spesso a trovarmi qui in clinica, pure oggi è passato Lorenzino Mio, hai visto?… Mi passi il bisturi.”

Inizia a recidermi il petto con una fermezza impressionante. Quando l’ha chirurgicamente squartato e ha modo di sbirciarci dentro, si rivolge seccamente all’infermiera (visibilmente impressionata):

“Vai subito a chiamare mia sorella.”

Qua si mette male, era meglio se non studiavo cinema.

Arriva dopo venti secondi l’altra gemella, di buon passo, ho la faccia mezza coperta da un fazzoletto e guarda direttamente al buco “AH, però!” fa. E chiede i guanti pure lei.

Da questo momento in poi diventa un concerto a quattro mani. Per tutto il tempo che segue la mia visuale è costituita da questa grande luce tonda sul soffitto che delinea il contorno di queste due gemelle dai visi identici intente ad aprirmi il petto, con l’infermiera che sbuca ogni tanto per passargli forbici, e attrezzacci vari. Vedo dal riflesso dei loro occhiali (sia di qua, che di là) il mio petto squarciato al centro che butta fuori sangue, con una specie di massiccia ciste al centro, mezza attaccata al muscolo, che non ne vuole sapere di mollare la presa.

Il bello della situazione è che, all’interno di quest’inquadratura perfettamente simmetrica, loro parlano bellamente dei cazzi loro.

“Ho visto che è passato Lorenzino Tuo oggi, fammi indovinare: gli servivano soldi eh?”
“No, no”. E basta.

E la voglia di chiacchierare, dottoressa, che fine ha fatto?

“Ma insomma, quello c’ha quasi trent’anni e ancora studia. Ma che si pensa che può giocare tutta la vita? Ma che non lo sa che noi moriremo prima di lui? Che farà dopo? E TU? Che ti ridi sotto ai baffi che in mezzo al petto c’hai una braciola da mezzo Kilo?”

E avanti così, a tagliare e chiacchierare, sgozzare e insultare, con inframezzi per me e per l’infermiera, umili personaggi secondari di tutta la situazione.
“AO, me coaguli qua? Me porti le forbici GRANDI?”
“Ao, tu nun me svenì eh? Vedi che devi fa’, resisti, perché io mica posso sta’ a perde’ tempo co’ te! Io c’ho da fa’ stasera, a Lello!”

Poi, finalmente, il parto. Con le pinze estraggono un cumulo di carne di circa 3 cm di diametro. Lo esaminano sotto la lampada e l’ombra della ciste mi copre tutto il naso.

“Certo, è bella grossa: bisogna aspettare l’esame istologico: nella migliore delle ipotesi, è una ciste sebacea…”
“Scusi, dottoressa, e nella peggiore delle ipotesi?”
“Oh questo, che scemo!”- mi fa – “nella peggiore delle ipotesi te mòri

Ah già. Che scemo, ci potevo arrivare da solo.

Mentre mi lasciano alla mia solitudine un paio di minuti per farmi riprendere dall’anestesia penso alle sensazioni che avrei provato se l’operazione si fosse svolta in un ospedale pubblico.

Un dottore che ti dice che bisogna operare subito e nel mezzo dell’operazione manda a chiamare un altro dottore. E mentre ti mettono i ferri dentro al petto parlano dei cazzi loro, dei loro figli, dei loro programmi per la serata rigorosamente in slang romanesco, con fare bonario e aggressivo. Ma vi immaginate, che brutto? Sarei stato a ripetermi per tutto il tempo che questi dottori non hanno la minima idea di quello che stanno facendo, che non sanno come approcciarsi al paziente, che era meglio andare in una clinica privata. La stessa identica operazione, fatta allo stesso identico modo, avrebbe suscitato in me reazioni totalmente opposte, ne sono sicuro. Ecco, non è una cosa triste?

Ma vabbé, il mio tempo sta per scadere, sono di nuovo nell’anticamera e mi sono appena sorbito tutte le raccomandazioni.

“E mo’, a casa come ce torni?”
“Eh, come sono venuto qui: a piedi.”

“Ma allora lo vedi che sei scemo? Tu da qua a San Lorenzo a piedi non ci torni manco per niente! Ti sei appena operato: se ti senti male che fai? Prendi un taxi, o al limite un autobus, vedi tu!”
“Ma scusi, che autobus prendo da qui?”

“Oh questo oh! Ma che ne so io! Io faccio il medico, mica l’autista dell’ATAC, ennamo! Senti pigliate st’antibiotici (e non te pensà che te li sto a regala, poi famo tutto un conto) e va a casa. E ricordate quello che t’ho detto!”

E allora me ne vado mezzo barcollante, con la testa ovattata dall’anestesia, un dolore al petto e senza avere la minima idea di dove sia una fermata del bus. Ma, checcazzo, sono pur sempre italiano: anche nelle situazioni più difficili e articolate noi troviamo sempre una soluzione, una scappatoia, qualcosa che ci possa togliere dagli impicci. Siamo famosi per questo.

E allora esco dal portone.
E chiamo mamma.