gemelli roma

#22: Io sono il mio lavoro (ma almeno fammi finire l’arrosto)

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Dai, dai, sbrigati!

È mattina. L’unica cosa che riesco a pensare, mentre mi affanno per raggiungere la Stazione Termini a fianco di Miofratèllo Londinese, è che fino a tre ore prima stavamo ingerendo alcool con l’imbuto tra le luci di una discoteca. Stiamo quasi correndo, con la bocca secca di dentifricio, tequila e caffè, e la testa ovattata. Esperienze che… manco ai cani. Preferirei suonare il basso tuba scalando il Monte Bianco che continuare a condividere il mio hangover cercando di tenere il passo di uno che vive a Londra (dove notoriamente i pedoni sono schegge impazzite che viaggiano ai duecento-novantanove-mila Km al secondo). La situazione è più grave del basso tuba stesso: siamo in ritardo, e – come si suol dire – chi non ha buona testa ha buone gambe.
E allora daje, sbrigate, cammina.

Dribbliamo le centinaia di persone che corrono appresso alle loro vite sotto il cupolone di Termini/Vodafone, andiamo alla biglietteria automatica e, non si sa come, abbiamo giusto i tre euro per il biglietto. Mentre eseguiamo la transazione sopraggiunge una zingara, con la gonna a fiori e il viso scuro, che protende il palmo della mano callosa.

“Dàmmi un éuro!”

E Miofratèllo:

“Ma che vòi!? Ma va a lavorà, cammina!”

Entriamo sulla metro A, direzione Valle Aurelia.
Ricapitoliamo un attimo: Miofratèllo deve fare un controllo all’ospedale e ha appuntamento col dottore, suo caro amico dai tempi della scuola, alle 11:00. Sono le Undici e cinque e dobbiamo ancora arrivare a Sud del Tevere, scendere dalla metro, prendere il treno e fare un pezzo a piedi. Solo problemi.
Mentre ci godiamo la lussuosa situazione di chi è in ritardo ma non può fare niente per accelerare i tempi, con la metropolitana a lavorare per noi, imbocca uno di quei tizi col violino che fa i grandi classici del passato, col bicchiere del McDonald’s da una pinta a mo’ di salvadanaio. Indossa una camicia slavata e un cappellaccio scucito, ma la tecnica c’è. Avrà fatto pure una qualche specie di conservatorio, nel suo paese d’origine. Usa come custodia del violino una sacca per le racchette da tennis nera, che porta a tracolla, marca Prince. Una volta esaurito il repertorio inizia il giro di colletta e un po’ di rintinnìo di monete qua e là si sente, pure noi gli diamo qualcosa. È pur sempre uno che sta lavorando.
Una volta finito il giro, però, succede una cosa strana.

Il musicista, che la pagnotta se l’era già guadagnata, si mette davanti alla porta della vettura, faccia a 20 centimetri dal vetro, e inizia a suonare lievissimo il Concerto per violino e orchestra di Čajkovskij in fa maggiore, nel disinteresse generale. Tre napoletani in piedi accanto a me continuano bellamente a parlare delle performance di una qualche automobile e intanto il panciuto straniero con la sacca da tennis fa scivolare le note leggere per tutto il vagone. Il massimo che ottiene è una ragazza che stacca il viso dal suo Iphone per guardarlo di sbieco una frazione di secondo. Ma questo lui lo sa già. Se no non si sarebbe messo in faccia alle porte. Perché mai uno che fa questo lavoro, si dovrebbe esibire dopo che ha riscosso il suo – pur esimio – compenso? La musica si era impossessata di lui, e suonava per il gusto di suonare, di ascoltarsi e far ascoltare. Non al denaro, non alla vanità, non alla gloria. Non è forse questa la forma di arte più rara, pura e nobile che c’è?

Non lo so.
Non ci pensiamo.
Un’ora di ritardo.
E allora daje, sbrigate, cammina.

Sballottolati qua e là dalla folle folla dell’Urbe, talmente di prescia che ci mancano solo i fantini a sculacciarci, schiviamo i senegalesi delle bancarelle piene di cianfrusaglie colorate nel sottopassaggio e intraprendiamo la scalinata che ci porta all’ingresso del portentoso Policlinico Gemelli. Scalino dopo scalino ci si rivela questo enorme castello bianco, pieno di finestre pulite, delineato dall’azzurro limpido del cielo.
Attraversiamo il cortile pieno di gente di tutti i tipi.

“Oh ma lo sai almeno dove dobbiamo andare?”
“Sì al settimo piano, ci sono già stato l’altra volta. Sto provando a chiamare il dottore ma non mi risponde, speriamo che non se ne sia andato…”
“La prossima volta potresti valutare l’opzione di svegliarti presto e di non andare a ballare la sera prima, che ne pensi?”
“Sì, come tu’ zia!”

Arrivando all’ascensore abbiamo modo di sperimentare la potenza delle parole. Come le parole possano farti cambiare umore, idee, programmi. A volte ne bastano poche dette al momento giusto, a noi ne sono bastate due, scritte in rosso su un foglio A4 appeso alle porte:

ASCENSORE GUASTO

Ripeto: Houston! Houston! Manco ai cani!
Allora prenditi tuo fratello, il tuo mal di testa, le tue due ore di sonno, i tuoi litri di alcool nel sangue, la tua voglia di un cuscino lontano kilometri e mettiti a fare sette piani di scale coi Jeans che ti scendono e le gambe indolenzite.
Tanto, liMortacciSua, avevamo camminato poco!

Arriviamo in vetta più morti che vivi e, strascicando i piedi, andiamo a bussare alla porta dell’amico, dottor Colarieti.
Niente. Tutto tace.
Un attimo di scoramento e poi ci sbuca alle spalle e ci salutiamo.

È sui trenta, curato nell’aspetto, con la maglia aperta sul petto in mezzo al camice. Cammina con quell’eleganza e quella sicurezza fresh, tipica del giovane uomo in carriera con una grande passione per il proprio lavoro. Conobbe mio fratello, come dicevo, ai tempi del liceo quando uno era all’ultimo anno, e l’altro al primo. In qualche modo si fecero simpatia e sono rimasti in contatto per anni, sentendosi di rado, ma col cuore. Era il dottore stesso che si era offerto di curare mio fratello aggratis.

La visita vera e propria, alla fine dei conti, andò così:

“Guarda: la cicatrice sta bene, richiede solo più tempo del previsto; dipende dal tuo tipo di pelle, non ti preoccupare, è normale. Dagli una ventina di giorni e si cicatrizza del tutto. Può capitare. Adesso ti do queste garze, prendi questa pomata antibiotica e mettila tutti i giorni sulla ferita, cerca di bagnarla meno possibile e non ti preoccupare, che passa tutto. Non avete una borsa eh? Vabbè, guarda avvolgile nel giacchetto e nascondile bene. Trafugale con cura che se no c’arrestano, ok?”

Quanto ci vogliamo bene in Italia eh?

E allora ci prepariamo sto fagotto (tipo quello che si faceva una volta) e, saluti e abbracci sinceri, ci avviamo verso la porta con la pressione di dover portare fuori sto cavallo di Troia della Nike.

Ascensore sempre più guasto. Una volta scese, col fagotto nel braccio, milioni di scale ci ritroviamo nell’atrio e rifacciamo tutto il percorso a rovescio, ma con più calma. Quando siamo quasi ritornati alla Stazione: ci scappa pure una chiacchierata fraterna.

“Sei un coglione, Miofratè! Hai fatto aspettare un’ora il dottore, ci sei venuto da Londra, mi ci hai fatto svegliare dopo una serata allucinante, mille mezzi pubblici, da una parte di Roma all’altra, e per che cosa? Per una cosa normale! Ma che è, un film?”
“Federì, ormai è andata così. Non ci pensà. Dobbiamo tornare all’ospedale.”

“Prego?”
“Sì, devo andare al bagno, annamo.”

E allora ripijate tu’ fratello, il fagotto de medicine, baracca e burattini, ri-schiva tutte le bancarelle colorate del sotto passaggio e rivattene al castello bianco. Se facciamo altri 20 metri ci regalano la pettorina della maratona di New York.

Mi siedo ad aspettare su una panchina all’ombra avanti all’ingresso e mi accendo una sigaretta. Due bambini corrono appresso ai piccioni fregandosene delle centinaia di ammalati dietro di noi. Un’altra anziana fuma sola e affaticata come me (forse è andata a ballare pure lei ieri, ce la vedo a fare la cubista). Davanti a me, tre infermierine, consumano il loro panino senza proferire parola e con lo sguardo nel vuoto. La stanchezza le avvolge come un’aura di nebbia. Sembrano proprio operaie in pausa mensa, sfiancate dalla catena di montaggio.

Ecco: troppo spesso la gente si scorda che fare l’infermiera, o il dottore, o un sacco di altre cose, è un lavoro. In teoria è semplice da capire no? Durante il pranzo della vigilia di Natale, andreste mai da vostro cugino muratore che ha l’arrosto sotto al mento, a dirgli “Scusa, mi andresti a impastare un po’ di calce, per favore, che ho bisogno?”. No eh? Però magari al cugino farmacista una consulenza per quel dolorino alla spalla… Come se questi poveri cristi non fossero persone come noi, con la voglia di starsene per i fatti loro, a svagarsi un po’. Legati alla loro professione come il Tigri all’Eufrate all’interrogazione. Come se avessero il lavoro cucito addosso e per colpa della loro accesa voglia di fare non potessero avere una vita al di fuori di esso. Come a dire: un medico non è un uomo, è un medico. Crocefisso alla propria passione. Tutti al nostro servizio, tutto ci è dovuto, lo fanno per passione.

E così, mentre guardo un’infermiera che si alza, e si toglie le briciole dal camice per tornare ai suoi pazienti penso che certe volte è strano, questo Mondo.

E poi – oh! – non mi va a cascare in testa il tizio in Metro che suonava il violino?