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#11: Padri globalizzati

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

“Dovrai camminare molto. Non fare mai viaggi a vuoto, e porta sempre qualcosa con te. E ricordati che le cose o le fai bene, o le fai due volte. Sorridi, cerca di capire le situazioni e guardati sempre attorno, cerca di stare attento. Stai tranquillo: è meno difficile di quello che sembra

Questa fu la risposta di mio padre. Le parole destinate a rispuntarmi in testa nei luoghi più improbabili e nelle situazioni più disparate per tanto, tanto tempo da quel lontano giorno di dieci anni fa in cui gli chiesi consiglio.

Ah, la domanda era: “Papà, come si fa a fare bene il cameriere?”

Per esempio, queste parole mi sono tornate in mente oggi, sull’88, direzione Verano.

Somewhere Over the Rainbow, gli autobus passeranno pure in orario, dicono. Ma siamo a Roma, e io e i miei occasionali compagni di viaggio stiamo andando verso il Verano: ecco, io lo capisco che uno al cimitero voglia arrivarci più tardi possibile, ma, cari amici dell’ATAC, a sto punto mettete pure il servizio di pompe funebri con l’abbonamento, che se continuiamo ad aspettarvi con questa frequenza, conviene che ci vediamo direttamente sotto terra.

Fuori piove che Dio la manda, sono pieno di pacchi, pacchetti e valigie, tanto zuppo che piovo anch’io. Schiacciato e attorniato da persone che non conosco, sballottolato dalle buche e unico italiano in mezzo a un mezzo che sembra il pulmino per fare il tour dell’Unione Europea. Gente che riesce a chiacchierare col proprio vicino in lingue che non riesco a localizzare, con sti quintali di roba sulle spalle che si fanno sempre più pesanti botta dopo botta, buca dopo buca.

Guardandomi attorno quel poco che riesco, tra le fessure di ascelle e borse, al di là dei finestrini gocciolanti, inizio a maturare l’idea che le macchine che invadono le strade di Roma, il celeberrimo traffico romano, non servono alla gente per spostarsi da casa all’ufficio, o dalle scuole ai centri commerciali: serve semplicemente per sfogarsi, se no non si spiegherebbe. Clacson impazziti, queste mani destre protese verso interlocutori sconosciuti, intente a mandare scongiuri, improperi e parolacce a quelli che infrangono il codice della strada.

L’autista intanto, deciso a non far salire più nessuno per non far esplodere la vettura decide di mandare bellamente un sms mentre un gruppo di zingari (vestiti da zingari) inizia ad aumentare il timbro della voce, in tono di protesta. Non si capisce cosa contestino ma sono uniti e convinti e la tensione del bus inizia a salire. Tutti si girano verso di loro cercando di tenere sotto controllo la situazione e, all’occorrenza, di mettersi in salvo.

L’autista fa l’ultima fermata prima del capolinea e le porte si aprono. Tutti a controllare gli zingari. Parlano sempre più forte, fanno sempre più caciara. Le porte stanno per chiudersi ma…

… Dalle retrovie spunta uno zingaretto sui quattordic’anni che sguscia tra la massa umana, arraffa la borsa di una signora rumena e si fionda fuori in strada, correndo come una scheggia. Tutti gli altri zingari, manco a dirlo, continuano a borbottare minacciosi tra loro davanti alle porte che si stanno già richiudendo, bloccando il flusso d’uscita.

E così, pieno di pacchi e pacchetti, attorniato da gente che non conosco, con fuori una pioggia che Dio la manda, con la testa bombardata dalle sbroccate della signora rumena che cerca di sovrastare gli zingari sia vocalmente che fisicamente, penso:

Ma vuoi vedere che i lavori si fanno tutti allo stesso modo, e che il padre dello zingaro ha insegnato a suo figlio le stesse cose che mi ha insegnato il mio?