Save the World – Leonardo Diana

Save the World – Leonardo Diana

C’è un sottile brusio che serpeggia in lontananza, all’inizio confuso, grattato, come una vecchia registrazione d’altri tempi; poi i fari emettono una debole luce ed appare sulle assi del Teatro Argot uno scenario lunare quasi deserto: una nebbia concreta, bianchiccia, di plastica, avvolge tutta la superficie del palco.

Sembra di essere tornati su un set cinematografico anni Cinquanta, quando la fantascienza impazzava e dietro storie surreali si raccontavano incubi politico-sociali altrimenti censurati. Ma quando il brusio si fa più chiaro, i rumori cominciano ad articolarsi in parole: «Chi mai fermerà la follia che nelle strade va? Chi da quest’incubo nero ci risveglierà, chi mai potrà?». Ultimatum alla terra? L’invasione degli ultracorpi? Ai confini della realtà? No, la citazione è relativamente più recente: si tratta di Ken il guerriero, manga post-apocalittico degli anni Ottanta.

Save the world mette in scena la partita di un supereroe improvvisato, partorito nella desolazione della plastica sociale moderna, che tenta maldestramente di salvare il mondo dall’infarto morale in cui sembra stia soffocando. Partita, già, perché Leonardo Diana (regista, coreografo e interprete) affronta questa avventura come fosse un videogioco, con tanto di animazioni virtuali (a cura di Ronnie Orroz e Andrea Serraglio) che proiettano sullo sfondo uno scenario interattivo di inchiostro in cui il danzatore cerca di superare ogni livello. L’obiettivo è seminare nuova vita, restituire a un mondo corrotto e inquinato i suoi colori più puri.

Se l’idea in sé e per sé non è proprio una novità, ciò che lascia alquanto perplessi è la scrittura scenica: talmente rétro da sfiorare il confronto con Carosello o i primi videogame in DOS. È una scelta singolare che non sembra richiamare alcuna vera nostalgia vintage (altrimenti verrebbe negata la denuncia stessa dell’opera), e che alla lunga tende a straniare e deludere il già magro pubblico presente in sala.

Un peccato però. Perché questo spettacolo, connubio zoppicante di numerose forme d’espressione, viene presentato con onestà e umiltà encomiabili: due virtù – forse involontarie ma non per questo meno preziose – grazie alle quali davvero si potrebbe “salvare il mondo”, o magari, più semplicemente, da cui ricominciare per costruire uno spettacolo più audace.