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#10: Pane, amore e ingegneria

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Il mio professore si chiama Edoardo Galliano, è un ingegnere, e io lo odio.

Sta parlando da più di due ore (senza mai sputare la saliva) di numeri, onde energetiche, frequenze, codice binario, settore terziario, calcoli tecnici e tutta sta roba. Gli riconosco un’assoluta precisione nei termini che sceglie. Pur essendo chiaro, il suo discorso è piatto. Non sa spiegare. Se potesse ridurrebbe la Nobile arte della Musica a una banale alternanza irregolare di frequenze, rendendola poco più che una serie di numeri e di relativi grafici. Riduce tutto alla matematica, alla fisica, alla chimica. Pensa in digitale e parla come un navigatore. Avrà una memoria spaventosa, perfetta, mangerà pane e numeri, se no non si spiega. Ha una cultura sconfinata costruita su Google e sui manuali di ingegneria, mai un romanzo, mai una poesia, mai una gioia.

Mi piacerebbe portarlo di fuori in cortile, durante la pausa di metà lezione a vedere come riduce i suoi studenti con i suoi 160 minuti di esposizione ininterrotta e linearissima: gente che spacca i telefonini sugli spigoli delle aiuole come fossero martelli, altri che danno testate al muro finché sangue non ci separi, qualcuno che torna a pensare al suicidio, più per le due ore passate, per le altre due ore che lo aspettano.

Cioè, per carità, io mi rendo conto che esporre una gloriosa sapienza scientifica a un gruppo di studentelli del DAMS, viziati e coccolati in tutto, che sono buoni solo a criticarti (senza peraltro aver mai combinato un cazzo di concreto nella loro vita), non è che sia l’asso di coppe. Mi rendo conto che un ingegnere non può essere appassionato e coinvolgente come, chessò, un attore. Non è nella sua natura: sarebbe come avere la botte piena e la moglie ubriaca, la Salernitana e la Lazio, il menù completo a 7 euro. Non è semplicemente possibile. Eppure sarà capitato a tutti di sorbirsi lezioni insormontabili (quelle che ti fanno rimpiangere di non aver perseguito la via della vanga): si sa, quant’è frustrante.

Potete immaginare dunque la mia sorpresa, al rientro dalla pausa, quando, dopo una decina di minuti di numeri e robaccia scientifica per me del tutto indecifrabile, Edoardo Galliano, oggi professore, ma di solito ingegnere, se ne esce così:

“Il cinema, con la sua sequenza di ventiquattro fotogrammi al secondo, sfrutta la persistenza della luce sulla retina. Se il nostro occhio fosse PERFETTO, noi vedremmo ventiquattro fotografie al secondo. E non un’immagine in movimento.”

Cioè, capito che roba?
E continua:

“Se il nostro occhio fosse stato perfetto, se noi fossimo stati perfetti, non avremmo mai visto un film. Di Caprio starebbe a confezionare patatine al McDonald’s, Woody Allen sarebbe ancora vergine, non ci saremmo mai incontrati con la nostra fidanzata davanti a un multisala, niente. Tutti i macchinisti e gli elettricisti e i fotografi dei set di tutto il mondo passerebbero le loro giornate su Kijjji.it a cercare qualche straccio di lavoro al call center o a farsi concorrenza l’un l’altro nella giungla del libero mercato. E poi Sofia Loren, Martin Scorsese, Totò. La storia del Titanic, le colonne sonore di Nino Rota e Ennio Morricone, Hollywood. Tutto sacrificato alla perfezione del nostro occhio, alla nostra perfezione. Meno male che siamo imperfetti, eh ragazzi? Se no io non beccavo manco i vostri soldi per fare ‘ste lezioni.”

A questo punto c’è una domanda che mi opprime la testa: “Ma questo durante la pausa, che s’è fumato?”
Roba buona, pare, perché non ha mica finito così:

“Quante altre meravigliosità ci saremmo persi, se fossimo senza nei? Non sono proprio i difetti di una persona che ce la fanno ricordare volentieri? Trovare la banconota da 20 euro in un paio di jeans che stavamo per buttare, non provoca un potente impeto di pace con l’Universo? Eh ragazzi!? I treni persi, le relazioni sbagliate, tutti i pensieri tipo “dovevo fare così!” o “da quando ho fatto quello sbaglio”… Non è questo che facciamo tutti noi, in continuazione? Cercare di migliorarci, di abbattere i nostri limiti, diventare sempre un po’ più perfetti? Pensate a noi ingegneri: passiamo la nostra vita così, accumulando dati, cercando di dimostrare scientificamente congetture, portando la tecnologia, passo dopo passo, sempre un po’ più avanti. Ma la perfezione, cari ragazzi, è un’utopia. È impossibile per l’uomo arrivare alla perfezione. Cercare di arrivare all’utopia è come farsi i bagagli, dare un bacio alla mamma, andare in spiaggia all’ora del tramonto, tuffarsi e cercare di raggiungere il sole a nuoto. È impossibile raggiungere il sole a nuoto, no?

Ma allora – direte voi – a che serve tutto questo?

A questo serve: ad andare avanti: a nuotare.
Perché chi si ferma, affonda. E poi muore.

Ma va beh, andiamo avanti con la lezione…”

Ma perché non abbiamo mai abbastanza pazienza con chi ci parla?

Il mio professore si chiama Edoardo Galliano, è un ingegnere, e io lo amo.