UNIVERSITA' LA SAPIENZA

#12: Una storia da scrivere

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

PREMESSA: Paolo Bertello, professore universitario e critico cinematografico, è una delle massime personalità del panorama italiano per quanto riguarda lo studio e l’analisi dei film. I suoi libri sono studiati da tutti gli studenti di cinema d’Italia, in ogni ateneo. Attualmente insegna “Storia delle Teorie del Cinema” e “Analisi di film” all’Università La Sapienza di Roma.

Vabbè, cominciamo.

“Ce l’ho io una storia da mettere sul tuo blog!” – mi fa un mio compagno del Master.

“Perché dici così?”

“Beh, perché è una storia che parla dell’Università di Roma, e quindi di Roma; perché ti fa capire come funzionano le cose qui, e non ci sarebbe sulle guide turistiche: puoi trarne un sacco di insegnamenti. Credo che sia una storia da scrivere”

“Vabbè dai, sentiamo.”

“Allora: questa storia è successa un paio d’anni fa. Dovevo dare Storia delle teorie del cinema. Come sai Storia delle Teorie del Cinema è come Diritto per gli studenti di Giurisprudenza, lo spatolato per gli imbianchini, l’anatra all’arancia per gli chef: è tostissimo. Qua alla Sapienza si fa con Bertello. Lui è, come gran parte dei professori più preparati e famosi, uno stronzo di caratura immensa. Cioè capito, no? Sono quegli esami che se li passi e strappi un 18 prendi tre giorni e tre notti di sbornia, tipo i matrimoni Vudù…”

“… superare st’esame è un miracolo…”

“Bravo: arrivo lì alla mattina e scopro che il professore ha avuto un impegno e ci stanno solo gli assistenti. Ah, che bellezza! Si sa com’è con gli assistenti: vabbè che sotto a un albero di pero non ci può cascare un fico, ma è sempre vero che gli allievi non superano mai il maestro…”

(E la gatta frettolosa fece i figli ciechi, rosso di sera bel tempo si spera, Venezia è bella ma non ci vivrei…)

“Si, vabbè: nel senso che comunque è un esame difficile, ma per diventare stronzi come Bertello ci vogliono gli anni, gli assistenti c’avranno avuto tre o quattro anni più di me, non li temevo. Tant’è che iniziano a interrogare e fanno le domande più banali possibili; non chiedono i film della filmografia (io non ne avevo visto manco mezzo): distribuiscono trenta e ventotto come caramelle; Erasmus promossi brillantemente senza spiccicare una parola in italiano, un paradiso. Io ero il numero 69 della lista, ancora me lo ricordo.

Senonché poco prima della pausa pranzo chi ti spunta dalla porta? La barba di Bertello. Saluta gli assistenti e fa: «Va bene, ragazzi. Sono tornato. I numeri dal 65 all’80 vengano con me nel mio studio, li esamino lì.»

Cioè, capito che sfiga pazzesca!? Mi è toccato prendere la mia roba e andare con gli altri nel suo studio. Mo questo mi fa il culo, ho pensato. Arriviamo lì e inizia a esaminare. La prima ragazza sapeva tutto e ha strappato 18 per miracolo. La seconda se n’è andata in lacrime alla seconda domanda, il terzo rinuncia prima di cominciare… e poi tocca a me. Arrivo e mi siedo.

«Buongiorno, professore.»
«Buongiorno. Lei è la prima volta che dà quest’esame?»

«Si, è la prima volta»
«Bene, allora cominciamo…»

Inizia e mi chiede la teoria del montaggio di Ėjzenštejn. Gli dico qualcosa ma mi corregge mille volte. Poi mi chiede un’altra cosa: un po’ la sapevo ma niente da fare, perfeziona sempre le mie risposte, aggiunge sempre dettagli che sui libri manco ci stavano, insomma si inizia a incazzà. Senonchè arriviamo al punto clou dell’esame. Mi fa questa domanda:

«Parliamo di Ombre Rosse di John Ford. L’ha visto?»
«Beh, ecco professore, veramente no. Sarò sincero: non ho potuto guardare i film della filmografia…»

Pausa. Pensa per un secondo e poi sbotta:

«Ma insomma, ma scherziamo? E lei si definisce amante del Cinema?! Arrivate qui e non sapete una mazza! Uno vi fa una domanda fuori dai libri e andate subito nel panico… e per di più non siete manco in grado di vedere i film… e io dovrei perdere il MIO tempo con voi!? Ma siamo pazzi!?»

Poi vabbè, persa per persa, gli rispondo: «Ma scusi, lei prende lo stipendio per insegnare e per valutare gli studenti. Che perdita di tempo è?»

«Ma lei è stupido, o che?!» – mi fa – «Lei non ha mai fatto un cazzo in vita sua! Dovrebbe solo che stare zitto! Non sa niente, non capisce niente, e ha pure la faccia di rispondere! Lei dovrebbe solo tacere. Taccia, e se ne vada.»

E lì, m’è partita la Sciabba Labba.
Non lo so manco io che m’è preso: non c’ho visto più. Mi sono alzato, sono passato dall’altra parte della cattedra, l’ho preso per la camicia e l’ho attaccato al muro. Stavo schiacciando al muro uno che aveva scritto più libri delle candeline che avevo spento all’ultimo compleanno. Mi gli metto a un centimetro dalla faccia e gli dico: LEI CI DEVE RISPETTARE, PERCHÉ LEI NON CI CONOSCE.

Aò, quello avrà visto pure tre miliardi di film, ma in quel momento aveva sbiancato: si stava a cagà sotto, te lo dico io. Lo lascio e faccio per andarmene. E prima di uscire lo sento che dice:

«Visto? Voi comportatevi come questo gorilla qui, e poi, se volete una laurea è meglio che cambiate ateneo. O forse vi conviene proprio cambiare città. Andiamo avanti: chi è il prossimo?»

Mentre uscivo pensavo: tu professò qua hai sbagliato di brutto. Tu non sai chi sono io. Mo t’aggiusto io.

Vado al bagno, mi lavo la faccia, e torno nella stanza dove c’erano gli assistenti.

Mo t’aggiusto io.

C’era proprio l’ultimo studente a fare l’esame, un’assistente era libera. M’avvicino tutto affannato e gli fò:

«Scusi, professoressa, ho avuto un imprevisto e mi sono dovuto allontanare. Lo so che avete praticamente finito, sono il numero 69, faccio in tempo a dare l’esame?»

Lei mi dice che sono proprio fortunato, altri 5 minuti e non avrei trovato più nessuno. Acconsente e mi fa la prima domanda.

«Mi parli della teoria del montaggio di Ėjzenštejn.»

Ecco a quel punto non solo gliela dico alla perfezione, ma c’aggiungo pure tutte le considerazioni e le correzioni che m’aveva fatto il professore: faccio un figurone. Poi mi fa la seconda domanda, identica a quella che m’aveva fatto lui nell’altra aula. Dall’albero di pero, il fico non ci nasce. Gli ripeto tutto, per filo e per segno quello che m’aveva appuntato il professore nell’altra aula, e dopo un minuto che parlo come una macchinetta, quella mi blocca e mi fa: «Guardi, ho capito, lei è troppo preparato, le do 30 e lode e la mando a festeggiare coi suoi amici…»
Mi becco sto votone, firmo il libretto, e me ne vado.
Cioè, capito che roba?”

“In effetti – amico mio – è una bella storia: che insegnamenti bisognerebbe trarne?”

“E che ne so: come tutte le storie, ognuno ci può vedere quello che gli pare. Io ti posso dire l’insegnamento che c’ho tratto io…”

“E qual è?”

“Che Paolo Bertello me deve solo che ciuccià il cazzo.”