Foto di scena ©Manuela Giusto

Boheme! – VicoQuartoMazzini

C’è chi dice che l’arte contemporanea sia in crisi, chi preferisce i paroloni e la chiama deriva del postmodernismo o chi più semplicemente si rassegna all’idea che la cultura – quel gran faldone che non si sa mai tanto bene, poi, cosa contenga – non abbia più nulla da dire: come fosse un lusso per chi ha da perder tempo o una voce da varie ed eventuali che si può anche tagliare dal bilancio.

Boheme! della compagnia VicoQuartoMazzini mette in scena proprio questa intramontabile crisi culturale che investe il presente ed estende la sua ombra arida perfino sul passato. Un clownesco ministro della cultura, ammalato di sindrome di depurazione, rievoca nei suoi deserti uffici niente meno che Giacomo Puccini: l’obiettivo è riportare in auge la cultura con una moderna, grottesca ed improbabile rivisitazione della Bohème.

Il risorto compositore però va in crisi: stretto fra la morsa di un bohémien francese, sua creazione, che tenta di difendere la nobiltà del suo mondo lirico, arrivando a minacciare strampalati suicidî, e lo spregiudicato ministro che invece corrompe il musicista lucchese con droghe e promesse di gloria purché gli lasci snaturare a suo piacere l’opera.

Scena dopo scena, il Teatro dell’Orologio si gonfia di fumo, pantomime, oggetti bizzarri, luci abbaglianti, invettive, turpiloqui, urla: in quest’uragano fagocitante di espedienti anche la morte trova il modo di morire, senza lasciare spazio ad alcuna rinascita degna di essere chiamata tale. La cultura qui, insomma, muore due volte: corrotta nel presente e sfigurata nel ricordo. Crisi totale, dunque? No, semmai satira pessimista. Il problema è che in Italia, ormai, si usa la parola crisi solo per metà: la metà più semplice e disfattista, quella della demolizione. Peccato però che crisi presupponga anche un secondo momento: di selezione, vale a dire di ricostruzione, di nuova fondazione.

In uno spettacolo come Boheme! c’è molta critica, molta denuncia, molta berlina: ma tolto questo cosa rimane? Una scrittura poco originale (meno divertente di quanto vorrebbe) costruita su intuibili ripetizioni, dalla recitazione veemente, e con una scelta formale discutibile: vittima, forse, di quello stesso impoverimento culturale che sembrerebbe voler denunciare. Insomma, manca completamente la lezione di quel grande buffone di Ubu, genio anarchico della rottamazione: «Non avremo demolito tutto se non demoliamo anche le rovine! Ora, per questo, non vedo altro modo che equilibrarle in begli edifici ben ordinati».