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Alla scoperta degli artisti “marziani” di Anni Luce

Al Romaeuropa Festival va in scena il nuovo teatro italiano

Se guardiamo all’enciclopedia Treccani, alla voce «marziano» leggiamo

in senso fig., chi si fa notare per la sua stranezza, per la sua diversità; anche, chi in un ambiente o in un gruppo si sente a disagio, spaesato, non inserito.

In alternativa, sul dizionario del Corriere:

persona che ha capacità che la fanno risultare fuori dal comune.

Stando a queste definizioni, gli artisti sono tutti un po’ marziani, perché sicuramente qualcosa «fuori dal comune» ce l’hanno, anche per il solo fatto di riuscire a trasfigurare la realtà o il proprio vissuto personale in un’opera compiuta che possa riguardare la comunità.

Prendiamo ad esempio i protagonisti della II edizione di Anni Luce – la rassegna di RomaEuropa sulla nuova scena teatrale a cura di Maura Teofili –: artisti non più così emergenti ma che, giunti a una delicata maturità espressiva, sono rappresentativi di future tendenze, tensioni ed evoluzioni del teatro contemporaneo italiano. Teofili (da poco nominata agli Ubu 2018 come Miglior organizzatrice) di artisti «marziani» in effetti ne sa qualcosa, visto che lo spazio indipendente Carrozzerie N.O.T – da lei diretto assieme a Francesco Montagna – si distingue per la vocazione all’accoglienza di quei promettenti percorsi artistici che hanno bisogno di cura, spazio e tempo per la creazione, assumendosi la responsabilità del rischio e scommettendo sul maturare di un processo creativo a lungo termine; un coraggio e una lungimiranza progettuale tutt’altro che consueto nel panorama teatrale odierno.

Marziani veri, transgender, artisti e unicorni: andiamo a conoscere più da vicino il pianeta degli artisti “marziani” di Anni Luce (qui le nostre riflessioni sulla prima).

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In Gentle unicorn Chiara Bersani porta avanti la propria ricerca sul corpo politico, vale a dire un corpo che sbatte sulla società suscitando questioni. La performance – di impianto estremamente concettuale – si configura come esplorazione delle possibilità di un corpo “atipico” in scena, di cui il fiabesco unicorno si fa metafora, e allo stesso tempo un esercizio dello sguardo per lo spettatore. Bersani, rannicchiata su di sé e vestita di un bianco candido che richiama (anche) il tappeto spoglio della scena, comincia lentamente a svegliarsi, abituando il pubblico a un altro tipo di aspettativa: non aspettare cosa succederà ma come. Concentrarsi su questo risveglio degli arti che richiede tempo e movimenti minimi, sul respiro, su un’interazione sottile ma evidente fra il corpo, la musica e le luci che creano un dialogo periferico con i «98 cm» del corpo dell’artista, vero fulcro della scena.

La performer cammina fra il pubblico cercando un contatto visivo reale, e la disposizione del pubblico lungo i tre lati agevola, nella sua prossimità, questo sguardo che – come già notava Pocosgnich  è l’assoluto centro della riflessione, e che sembra posarsi sugli occhi dello spettatore come un dardo bruciante. Uno sguardo consapevole, limpido, empatico, gentile, latore di un grande lavorìo interiore che quasi vorremmo emergesse attraverso la voce.

Bersani continua così a percorrere la scena senza nascondere niente della propria difficoltà motoria (l’artista è affetta da una forma medio-grave di osteogenesi imperfetta)—ma questo non vuol dire che non sia a suo agio nel proprio corpo; a disagio, piuttosto, (e a tratti annoiato) è il pubblico, dai sorrisi un po’ tirati, quando invece la performer cerca quegli sguardi con l’unica volontà di essere guardata – attraversata – da un pensiero, invitando tutti ad andare oltre il buonismo, la compassione o una scontata reazione emotiva.

Questo sguardo così penetrante, tuttavia, forse non basta a generare negli spettatori un pensiero sulla performance che possa andare al di là di questo “essere dato” del corpo di cui fare esperienza nel qui e ora della scena. Le riflessioni sul corpo politico potrebbero essere maggiormente ampliate se sostenute da una drammaturgia più solida capace di far emergere i molteplici aspetti dell’unicorno – che nel finale inaspettato ed emozionante trova risonanza in altre melodie lontane – nelle sue possibilità.

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Foto di scena ©Piero Tauro

Qui c’è una bellezza tranquilla. Mi guardo attorno per esplorare la mia nuova casa.

Sono le parole del lander insight della Nasa atterrato su Marte con successo proprio in questi giorni. È partita infatti dalla California la sonda Insight, grazie alla quale sarà possibile aprire i pannelli solari su Marte ed esplorarne il sottosuolo, a dimostrare quanto il Pianeta Rosso sia sempre presente nell’orizzonte conoscitivo dell’essere umano. Lo sanno bene i VicoQuartoMazzini che in Vieni su Marte parlano davvero di marziani, quelli che nella versione immaginaria della compagnia pugliese disegnano stelle e che hanno uno spettro emotivo molto più ridotto di noi umani.

Marte diventa così la metafora di un altrove dove poter ricominciare ma anche il sintomo di quella tendenza più controversa a colonizzare, a sentirsi superiori nonché a riprodurre i propri schemi di comportamento ovunque. E allora che senso ha cambiare luogo se rimaniamo sempre uguali? Ma forse la vera domanda è: cos’è andato tanto storto sulla Terra se pensiamo che su Marte possa andare meglio?

Sono solo alcune delle riflessioni che scaturiscono nei video motivazionali delle persone reali (le candidature ammontano a 202.568!) che si sono proposte a Mars One, il progetto del 2012 che prevedeva di stabilire una colonia permanente su Marte. Questi video, ora buffi ora strampalati ora idealisti – che suscitano una sincera tenerezza ed empatia per quell’umanità disposta a rinunciare a tutto pur di ricominciare – si intersecano nello spettacolo con i quadri squisitamente teatrali interpretati da Michele Altamura e Gabriele Paolocà al di qua di un velatino che conferisce alla scena un’atmosfera rarefatta e onirica.

Ecco susseguirsi allora l’insegnante precario che deve trasferirsi su Marte per lavoro; due “marzianacci” di provincia che parlano dei nuovi “negri” (gli umani); una signora anziana che, per volontà del marito defunto deve spedire la sua bara su Marte, in conversazione con un attore-barbone che sogna di portare il teatro di Bernhard sul Pianeta Rosso. Il tutto gravita attorno alla scena “madre”: le sedute di psicoterapia tra un marziano sempre più “umanizzato” da uno psicologo tiranno.

Così, attraverso una lente non naturalistica, il tema del viaggio, e quindi della separazione nelle sue sfaccettature, è un pretesto per parlare anche di razzismo, colonialismo, precariato, morte e sentimenti. Paolocà e Altamura spaziano fra dialetti e identità, sperimentano registri interpretativi, generi (commedia, commedia dell’arte, dramma) e linguaggi (grazie all’apporto cinematografico), intersecando in modo puntuale e organico finzione e realtà, teatro e letteratura. In soli 70 minuti la compagnia riesce a dischiudere una riflessione limpida e ben delineata sui crucci esistenziali e le inquietudini contemporanee dell’essere umano. Uno spettacolo pervaso da una vena malinconica in cui la speranza di poter ricominciare da capo va di pari passo con la frustrazione e un senso di fallimento che questa umanità si porta dietro come uno strascico.

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Ne La Classe Fabiana Iacozzilli parte da una vicenda autobiografica per riflettere sul legame imprescindibile fra infanzia e età adulta, di come quel passato sommerso sia la diretta conseguenza del presente. Ispirato lontanamente a La Classe Morta di Kantor, se per il maestro polacco i manichini erano delle escrescenze del passato, piccoli cadaveri di sé stessi aggrappati sulle spalle degli attori, qui la vita dell’infanzia è a pulsare vivida attraverso le marionette create da Fiammetta Mandich—vere piccole protagoniste della vicenda.

Così, immersi in un tempo sospeso, che a tratti deve ancora trovare un ritmo omogeneo fra un quadro e l’altro, eccoci nella classe elementare di Iacozzilli e dei suoi compagni con tanto di lavagna e banchi di scuola, a osservare le prime lezioni, i primi piccoli passi verso il mondo esterno lontani da mamma e papà, ma anche le prevaricazioni della violenta suor Lidia che imprimerà per sempre il loro immaginario.

Ecco affiorare allora le paure, le angosce, la violenza fisica e psicologica, le ingiustizie, l’innocenza e l’incapacità di comprendere fino in fondo di quei bambini aspetti che trapassano attraverso gli occhi grandi, i tremori dei piccoli arti, le esclamazioni di questi pupazzi manovrati amorevolmente a vista dai performer (Aiello, Balan, D’Amore, Meloni, Meneghetti). Niente è nascosto nell’ingranaggio di questo viaggio nella memoria: una memoria che rivela falle, inciampi, epifanie, come risulta evidente dalle registrazioni audio dei compagni, ormai grandi, che intervengono nelle scene determinando una compresenza fra infanzia e età adulta quando ormai i ricordi si trasformano per ognuno in qualcosa di diverso e persino di contraddittorio.

Non è tanto la storia in sé, che quella generazione può ricordare molto simile, a decretare l’originalità della proposta di Iacozzilli, quanto la ricerca approfondita dei mezzi teatrali con cui far riaffiorare alla superficie un’urgenza personale, portando in scena un uso inedito del teatro di figura che si contamina con l’indagine documentaria. Pur essendo d’ispirazione autobiografica, La Classe diventa d’interesse collettivo perché racconta della necessità di prendersi cura di ciò che siamo stati e di come sia possibile un riscatto nel presente. Come quando la regista stessa entra in scena per proteggere i pupazzi dal freddo: quel gesto catartico e di premura che nessuno aveva avuto nel passato vale più di tutto il dolore attraversato ed è reso possibile solo grazie al teatro.

La Classe, dunque, parla dell’importanza di custodire il ricordo del passato nel bene e nel male, quel male che, suo malgrado, modella la personalità proprio come il bene. In fondo il primo spettacolo di Iacozzilli ebbe luogo proprio grazie a suor Lidia, che un giorno chiese alla futura regista la domanda cui ogni artista dovrebbe rispondere: «Fabiana, tu ce l’hai un segreto?»

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Foto di scena @Tiziana Tomasulo

Il marziano, infine, se torniamo alle definizioni iniziali, è anche chi «in un ambiente o in un gruppo si sente a disagio, spaesato, non inserito». Ci sembra questa una metafora calzante per introdurre Un Eschimese in Amazzonia di Liv Ferracchiati, ultimo capitolo della Trilogia sull’identità, il cui intento è proprio quello di riportare il transgender a una condizione di “non – marzianità”, di non esclusione. Dopo la scoperta della propria identità nell’infanzia (Peter Pan guarda sotto le gonne), dopo l’esplorazione di sé nell’età adulta (Stabat Mater), Ferracchiati in un Eschimese (Premio Scenario ex aequo 2017) chiede una tregua tra il transgender e la società, concependo un format teatrale fuori dagli schemi, senza una trama precisa e che lascia ampio spazio all’improvvisazione, in cui finalmente prova a far capire alla platea cosa vuol dire vivere come un eschimese in Amazzonia.

Chi è il transgender? Che fa? Che pensa? Come si rapporta agli uomini e alle donne? Questo confronto è presto detto, letteralmente, in scena: da un lato quindi c’è una società robotica e conformista, perfettamente all’unisono nei movimenti, nelle parole e nel vestiario, che assume le sembianze di un coro (Cappelletti, Dondi, Marettelli Priorelli, Raffaelli) ossessionato dalle solite domande indiscrete sul sesso; dall’altro il transgender, lo stesso Ferracchiati, impacciato e timido, in felpa e pallone, che tenta a fatica di parlare sopra al coro. Dall’iniziale incomunicabilità fra le due parti, lo spettacolo è un graduale processo di conoscenza e avvicinamento reciproco affrontato con ironia e disincanto.

L’«Eschimese», per farsi conoscere, attingerà a un calderone pop con chiari riferimenti agli anni Novanta, e non solo: c’è Trump, Masterchef, Vita spericolataLady Oscar, Amanda Lear – citazioni che a volte sembrano procedere più per accumulo che per necessità drammaturgica e che rischiano di confermare lo stereotipo che si vuole combattere –; dappoi ironizzerà sulla sua presunta autobiografia leggendo un brano di Preciado, interagirà con il pubblico coinvolgendolo con un linguaggio fresco, diretto e scanzonato.

Proprio la brillante scrittura scenica collettiva, unita alla ricerca di un linguaggio teatrale che si avvale della danza e dell’interazione con la musica, ravviva e sfida il percorso molto essenziale, quasi didascalico, dello spettacolo. Dopo lo scontro e gli abbracci stritolanti, infine quella società si spoglierà dei propri abiti e rientrerà in scena come “persone vere” con una propria voce, un proprio modo di vestire, di ragionare, parlando non del «transgender», ma dell’Eschimese per quello che è: una persona normale con pregi e difetti.

Con Un Eschimese in Amazzonia Ferracchiati conferma così la volontà di sradicare i pregiudizi sulla questione dell’identità di genere e di osservarla – come già notato su queste pagine – da una prospettiva più ampia che è quella dell’identità tout court.

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Foto di scena ©Ilaria Scarpa

L’artista per sua vocazione è quindi felicemente “marziano”, ovvero strambo, non conforme, diverso rispetto a una società buonista, conformista, sfiduciata o addirittura violenta. Anni luce, allargando quest’anno il suo raggio d’azione agli artisti di tutta Italia, si conferma un osservatorio prezioso in continua evoluzione: se l’edizione precedente aveva dato spazio ad artisti sicuramente più emergenti e (alcuni) meno conosciuti al di là del territorio romano, quest’anno la scelta è ricaduta su spettacoli più affermati e/o sostenuti a livello produttivo (pensiamo a Gentle Unicorn di Chiara Bersani, coprodotto dal Festival di Santarcangelo o alla Trilogia sull’Identità di Liv Ferracchiati, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria e presentato alla Biennale Teatro 2017, e ancora ai VicoQuartoMazzini che hanno debuttato con Vieni su Marte al Festival delle Colline Torinesi). Forse la più “marziana” (e la meno emergente) è Fabiana Iacozzilli – che finalmente con il Romaeuropa festival trova una possibilità di visibilità maggiore che possa andare oltre la realtà romana – il cui spettacolo, proprio in virtù di questa più accentuata “fragilità” (e di un lungo periodo di gestazione), rientra perfettamente nello spirito di Anni Luce e negli obiettivi che questa rassegna si pone. Sono spettacoli che si sono dimostrati un terreno fertile di confronto, poiché accomunati tutti dalla volontà di non barricarsi in riflessioni autoreferenziali ma al contrario di aprirsi allo sguardo dell’altro e alla sua partecipazione, facendo sentire il pubblico meno “marziano” al cospetto del teatro contemporaneo.

Ascolto consigliato

GENTLE UNICORN

ideazione, creazione, azione Chiara Bersani
musiche Francesca De Isabella
disegno luci Valeria Foti
direttore tecnico Paolo Tizianel
consulenza drammaturgica Luca Poncetta
drammaturgia Gaia Clotilde Chernetich
coach Marta Ciappina
mentoring Alessandro Sciarroni
occhio esterno Marco D’Agostin
organizzatore di produzione Eleonora Cavallo
cura, promozione Giulia Traversi
consulenza amministrativa Chiara Fava
produzione Associazione Culturale Corpoceleste_C.C.00#
coproduzione Santarcangelo Festival, CSC – Centro per la Scena Contemporanea (Bassano del Grappa)
creazione realizzata presso le residenze artistiche Centrale FIES (Dro, Trento), Graner (Barcellona)
residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t (Roma), Gender Bender Festival (Bologna), CapoTrave/Kilowatt (Sansepolcro)
Chiara Bersani è tra i 7 artisti sostenuti per il 2018 dal progetto ResiDance XL – luoghi e progetti di residenza per creazioni coreografiche azione della Rete Anticorpi XL – Network Giovane Danza D’autore coordinata da L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
foto ©Roberta Segata_Courtesy Centrale Fies art work space

VIENI SU MARTE

uno spettacolo di VicoQuartoMazzini
diretto, interpretato da Michele Altamura, Gabriele Paolocà
drammaturgia Gabriele Paolocà
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri
costumi Lilian Indraccolo
riprese, video editing Raffaele Fiorella, Fabrizio Centonze
tecnica Stefano Rolla
produzione VicoQuartoMazzini, Gli Scarti
con il sostegno di Officina Teatro, Kilowatt Festival, Asini Bardasci, 20Chiavi Teatro
sostegno MiBACT, SIAE
nell’ambito dell’iniziativa ‘Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura’

LA CLASSE – UN DOCUPUPPETS PER MARIONETTE E UOMINI

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica
collaborazione alla drammaturgia Marta Meneghetti, Giada Parlanti, Emanuele Silvestri
performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
scene, marionette Fiammetta Mandich
luci Raffaella Vitiello
suono Hubert Westkemper
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
foto di scena Tiziana Tomasulo
consulenza Piergiorgio Solvi
organizzazione, comunicazione Giorgio Andriani, Antonino Pirillo
coproduzione CrAnPi, Lafabbrica, Teatro Vascello, Carrozzerie | n.o.t
supporto Residenza IDRA, Teatro Cantiere Florida/Elsinor nell’ambito del progetto CURA 2018
e con il supporto di Settimo Cielo/ Residenza Teatro di Arsoli e di Nuovo Cinema Palazzo
un ringraziamento speciale ai miei compagni di classe

UN ESCHIMESE IN AMAZZONIA

scrittura scenica di e con (in ordine alfabetico) Greta Cappelletti/Coro, Laura Dondi/Coro, Liv Ferracchiati/Eschimese, Giacomo Marettelli Priorelli/Coro, Alice Raffaelli/Coro
costumi Laura Dondi
disegno luci Giacomo Marettelli Priorelli
suono Giacomo Agnifili
organizzazione Sara Toni
ufficio stampa Roberta Rem, Francesca Torcolini
progetto della compagnia The Baby Walk
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Centro Teatrale MaMiMò, Campo Teatrale, The Baby Walk
in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare presso Caos – Centro Arti Opificio Siri (Terni)
la presentazione della Trilogia sull’Identità in un’unica visione è una produzione del Teatro Stabile dell’Umbria in collaborazione con The Baby Walk

La Pelanda, Roma – 23-28 ottobre 2018