Amleto FX – Paolocà Vicoquartomazzini

Amleto Fx – Gabriele Paolocà

E torneremo a parlare di Amleto. La nuova stagione teatrale romana non ha fatto in tempo ad aprirsi che il principe di Danimarca ha già calcato le tavole del palco dell’Argentina, nell’Hamlet di Baracco presentato a Roma Europa, ed è stato, solo con le sue battute e spogliato di ogni controparte, impersonato dal navigato mattatore Roberto Herlitzka al Teatro Lo Spazio. Anche al Teatro dell’Orologio va in scena un Amleto solitario: Amleto Fx, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Gabriele Paolocà, uno dei fondatori della compagnia Vico Quarto Mazzini.

Tutta l’umanità sta dentro l’Amleto, dice l’autore. E Amleto si trova nelle infinite variabili dell’esperienza umana. Anche nella contemporaneità più spinta, più alienata. L’“Fx” del titolo sta per “effects”, le risonanze del segno Amleto nei più vari contesti, ma potrebbe forse anche ricordare la notazione matematica della funzione, cioè quello strumento di calcolo che attribuisce un valore diverso a un’entità a seconda dell’insieme, del contesto, del quadro di riferimento, in cui si viene a trovare. Questo Amleto è un ragazzo che esce troppo poco dalla sua stanza. Ha un padre morto e una madre “troia”. Elabora un lutto ignorando le feste di Orazio, l’amore di Ofelia, la socialità richiesta a un principe di Danimarca con domicilio romano. La sala dell’Orologio è la camera di un giovane in contemporaneo – facilmente condivisibile, immediatamente riconoscibile da un pubblico di coetanei – stato di alienazione.

Gabriele Paolocà lavora sul testo originale ibridandolo, citandolo e parodiandolo, immergendolo in un bagno di multimediale e “post-tutto” contemporaneità. Soprattutto costruisce una rappresentazione perfettamente tagliata sulle sue doti attoriali, sulla capacità di variare i toni, di cambiare voci e travestimenti, di calibrarli sui più diversi registri, di mimetizzarsi in un’ampia e svariata nebulosa di citazioni e rimandi. In uno dei momenti più divertenti si sdoppia alla Rezza in una versione di Rosencrantz e Guildenstern da cinepanettone, una romanesca piaggeria alla Christian De Sica obiettivamente esilarante.

Ci sono Marylin e Amy Winehouse, Facebook e il grunge, i Joy Division e Robin Williams nella stanzetta di Amleto. Ma con intorno tutta questa folla di fantasmi – a ben vedere l’unico fantasma che manca è il canonico spettro paterno – Amleto è solo. Ed eccolo qua lo spirito del bardo che si ripresenta, l’eterna modernità del classico per eccellenza ancora una volta rinnovata: nell’infinito variare degli effetti, delle funzioni-Amleto che ogni teatro di ogni città dell’Occidente mette in cartellone ogni anno, resta alla fine sempre in scena un uomo terribilmente isolato. Vivere o morire, essere o non essere, amare o dormire, ancora e sempre da soli. Amleto, la cifra assoluta dell’umana solitudine. Anche nella versione con il teschio sul desktop del Mac.

La Pelanda, Roma – 21 novembre 2014