Foto di scena ©Manuela Giusto

Riccardo III – Michele Sinisi

“Sgradevole, penoso, uno spettacolo da evitare”. Sembrerebbe il giudizio di un critico dissennato e invece no è quello di certi, molti, troppi spettatori, ma non di teatro – di strada, che appena posano lo sguardo su quei poveri diavoli che dormono nei cartoni con i vestiti pieni di giornale sproloquiano di igiene sociale, cementando una distanza già dolorosa nell’indifferenza quotidiana. This is true, not false.

Ad attendere dietro la porta dell’Orologio non aspettatevi di trovare il fratello di re Edoardo IV né lo storpio conte di Gloucester, niente grandi cerimonie né abiti quattrocenteschi, nell’angusta sala Gassman c’è un dolore acre fatto di disinfettante e vernice spray, c’è la schizofrenia coatta dello scarto della società, c’è la dimensione dell’emarginazione. This is true, not false.

Non è necessario conoscere l’intricata genealogia regale britannica, né studiare la trama del famoso dramma storico shakespeariano, per scoprire il Riccardo III di Michele Sinisi bastano i primi versi: l’intero spettacolo è condensato nel monologo iniziale del protagonista. Riccardo è il villain per antonomasia, colui che vuole essere tale, dacché è condannato a essere diverso dagli altri e pertanto li odia e li disprezza con tutto sé stesso, non tollera le loro chiacchiere affettate né la loro sufficienza. Come ogni emarginato ripercuote dentro di sé l’abbandono, fino a scindersi in due anime, una crudele contro l’altra; e così esplode. This is true, not false.

Il Riccardo di Sinisi potrebbe essere un clandestino, un black bloc, un attore caduto in rovina: è un orfano della società, storpio di attenzioni e accoglienza, egli blatera il suo monologo con testardaggine e livore, ci inciampa e ci ritorna. In questo sottosuolo di umori, l’unico arredo di scena – un freddo tavolo in acciaio – si fa luogo di sfogo, parole e disegni vengono scritti e cancellati in continuazione in un finto movimento che è contorsione vertiginosa della psiche. Tutto prorompe di esalazioni pungenti, urla e boati, ma la stanza si riempie soltanto di un’eco vuota che sottolinea lo scarto interiore. This is true, not false.

E questa è appunto la “verità”, non la messa in scena; è un telefono che squilla nel bel mezzo dello spettacolo e (ci) parla per spot pubblicitari: un’intromissione che potrebbe apparire secondaria, ma che la reiterazione trasforma in chiave di lettura dello spettacolo. “Questo è la nostra emarginazione” sembra dire Sinisi, non un Re storpio pieno di astio. O come ripete ogni volta, per l’appunto: “This is true, not false“.

Uno spettacolo-performance che rimacina le parole originali – in inglese – determinato a restituire loro una voce più profonda e aperta. Ma ad emergere è soprattutto la violenta e schietta fisicità – con una cinica ironia da Monsieur Merde di Carax ( guarda qui) – che mostra verità senza artifici, stratificando dure ma necessarie consapevolezze. Suggestiva a questo proposito la chiusura: spogliato, spossato, svuotato, Riccardo si accovaccia infine sul suo freddo tavolo di omicidi verbali: la rabbia ormai si è spenta, sul suo volto non rimane che uno sguardo – sperso, terrorizzato, solo. Ma quanti sapranno vederlo? This is true, not false.

Teatro dell’Orologio, Roma – 5 novembre 2014

In apertura: Foto di scena ©Manuela Giusto