Good Vibrations CANI

Good Vibrations – CANI

Corpo e respiro allo Zoom Festival

Dopo Miniballetto n.1, sul palco dello Zoom Festival di Scandicci, anche la performance Good Vibrations del gruppo di ricerca coreografica CANI (Ramona Caia, Giulia Mureddu e Jacopo Jenna) muove i passi dal “respiro”, alla ricerca della sostanza di corpo e suono.

Partendo dalla figura del fisico sovietico Lev Sergeevič Termen e dalla sua omonima invenzione, il Theremin per l’appunto – strumento musicale elettronico che suona senza essere toccato (guarda qui) ma attraverso un’interferenza nel suo campo elettromagnetico –, il performer Jacopo Jenna, insieme a Francesco Casciaro, esegue quella che a tutti gli effetti sembra una funzione algebrica corporea.

I due artisti sono già sul palcoscenico, dietro a una postazione elettronica che ricorda quella di un laboratorio e di cui Casciaro sembrerebbe il tecnico. Ma non è facile stabilire i ruoli in una performance che fa dell’oscillazione tra ciò che è visibile e ciò che non lo è un modus operandi.

A terra viene srotolato un tappeto, sopra di esso posta l’asta di un microfono, poco più avanti una lampadina. Così Jenna, nei panni di un direttore d’orchestra, alternando lo sguardo tra il pubblico e il fascio di neon che lo illumina dall’alto, può finalmente dare il via al concerto. La partitura? È scritta con il respiro.

I suoni vengono elaborati dal vivo per poi esser sezionati, campionati, distorti, quasi a saggiarne la flessibilità o i limiti. L’atto respiratorio è una vibrazione vitale ma anche un oggetto che può vibrare, e così il Theremin diventa espediente metalinguistico per esplorare il corpo quale cassa di risonanza, strumento di una pluriespressività di segni.

L’ironia iniziale tuttavia si stempera non appena, sulla scena, comincia a mostrarsi un secondo aspetto. Inspirazione ed espirazione diventano, infatti, anche le maglie di una gabbia (dorata), e il performer, spogliato dei suoi panni, non potrà che percorrerle. Avanti e indietro, correndo e camminando, seguendo diagonali ritmiche claustrofobiche, il corpo verrà spinto contro il punto di partenza o in un’apnea in cui potrà solo (ri)spiegarsi come un sacco vuoto. Fino a quando giacerà al suolo, in una deposizione prossima alla morte, la cassa toracica ansante, catalizzatrice di sguardi e perno della performance.

Solo un corpo, in una presa a terra, e il suo estremo atto volontario.