IX Zoom Festival 2014

Oscillazioni Critiche: ripensando allo Zoom Festival

Spesso cercare di seguire un festival equivale ad esser consapevoli di entrare in un tempo e uno spazio concitati, in cui i propri ritmi saranno ridettati da un’agenda scritta dalla stessa «festività». Ecco, «spesso» dicevamo. Ma allo Zoom Festival di Teatro Studio Krypton di Scandicci (FI) – sede stabile della Compagnia Krypton da oltre quindici anni – le cose non vanno proprio così.

Niente corse da un posto a un altro per riuscire a non perdere lo spettacolo successivo, né timori che questo si accavalli con un altro. Tutto si svolge in Via Donizzetti, in un unico teatro, addirittura diviso fisicamente a metà – almeno nei molti spettacoli che abbiamo visto –, su cui si alterna una chiara programmazione che lascia anche il tempo di chiacchierare, condividere, pensare o magari di leggere un giornalino.

Anche da qui, da qualcosa che sembra quasi un dettaglio, da un unico foglio fronte retro dal titolo Meteora, può iniziare il nostro «reportage»: non sugli spettacoli ma sulle dinamiche teatrali che gli stessi spettacoli e Oscillazioni – questo il nome scelto per la nona edizione del Festival – hanno attivato. Un gruppo di giovani ragazzi, con formazioni ed esperienze diverse, che hanno cercato tutti i giorni e per tutto il giorno di svolgere il filo rosso che già il titolo del Festival tesseva. Non crediamo sia casuale che di quel quotidiano, curato dalla Redazione di TeatroeCritica, non ci fossero mai abbastanza copie.

È anche così che Oscillazioni, dal palcoscenico, si poteva riprodurre in platea: in un pubblico incuriosito, in uno spettatore che, se anche non d’accordo, vi poteva riconoscere un vocabolario comunitario che permettesse di compartecipare. Ed è anche così che il teatro può diventare un centro esperienziale, un luogo circondato da una fascia di esistenza che predispone ad andare verso un centro e non in un «al di là» talvolta chiuso o asserragliato su sé stesso. Un centro che si propaga ancora oggi, sebbene Oscillazioni sia terminato l’11 novembre.

La sua narratività ha permesso, infatti, che potesse nascere un racconto, un’oralità sulla scena: tra gli spettacoli, tra un «noi» e un «loro» che si interpellavano. Se il titolo del Festival è traslazione di Le oscillazioni del gusto di Gillo Dorfles e dunque osservazione del «fenomeno di oscillazione linguistica che sta caratterizzando e differenziando le molteplici realtà teatrali italiane di nuova generazione» – come affermato da Giancarlo Cauteruccio, direttore artistico dello Zoom – qui, all’altra estremità, dove Oscillazioni non sta più per iniziare ma è ormai finito, sentiamo di ricollegarci a un altro testo dello stesso autore, L’intervallo perduto.

In una società in cui non abbiamo requie, dove tutto sembra essere sostituito da un ronzio continuo in cui si sta in silenzio non per ascoltare ma solo pensando a quando interromperlo per poter parlare, l’intervallo – l’oscillazione – rimane soltanto uno spazio da riempire. Anche di questo si rammarica Dorfles; e anche per questo il merito a Oscillazioni che ha indagato, ri-cercato, curato, trattenuto l’atto di sospensione per attraversarlo e non temerlo.

Lo ha fatto con coscienza, sulla scena: dilatandolo tra un’espirazione e un’inspirazione, disegnandolo tra il respiro di una nota e quello di una piuma, immaginandolo tra i sogni di un fanciullino e gli incubi di una vita, tra la prossimità di una tragedia e una realtà lontana. E lo ha fatto in platea – e non solo metaforicamente – dove lo spazio teatrale si alternava prima in una metà e poi nell’altra. Esigenze tecniche? Forse. Ma l’architettura del festival, nella sua nettezza concettuale, ci ha permesso di pensare anche al silenzio e al riposo necessari prima che la parte venisse nuovamente riempita. Lo ha fatto con coscienza, infine, anche attraverso il quotidiano di informazione Meteora, in cui sarebbe stato alla Redazione vedervi una «scia luminosa o frantumi di galassia», come si leggeva nel primo editoriale.

Non sempre il percorso è stato compiuto – e nelle nostre cronache ve ne abbiamo dato conto (leggi qui) – ma era sentito comunque comune. E poi il teatro è fatto di anomalie, di incertezze, di contrasti. Se si cercano conferme può bastare anche la vita.