Foto di scena Teatro Krypton

Canti Orfici/Visioni – Giancarlo Cauteruccio

Due punti e una parentesi tonda aperta significa 🙂 mentre se la parentesi è chiusa significa 🙁.
Questo è l’ABC per un’incontinenza mentale che
il virtuale garantisce e che noi ratifichiamo. Per questo (o anche per questo) Canti orfici/Visioni di Teatro Studio Krypton a Scandicci mette con le spalle contro il muro: quanto ancora siamo in grado di sentire e accogliere l’icasticità insita nelle parole scritte?

Il progetto e la regia di Giancarlo Cauteruccio, insieme allo studio di Andrea Cortellessa, entra dentro la poesia del folle poeta Dino Campana per restituirne non tanto un’icona – una forma esteriore – ma un’emozione letterale: un movimento in piena, magmatico, tellurico, che si fa (e va) verso la diavoleria o la santità cui la visione poetica tende e che, al tempo stesso, continuamente incide.

La sintesi scelta per i Canti orfici del poeta di Marradi – a cento anni dalla prima edizione cui è stata dedicata un’intera rassegna da parte di Teatro Studio Krypton – è affidata, sulla scena, a Michele Di Mauro. In un angolo a sinistra, chino su se stesso e in abiti chiari, questi aspetta tra pareti di carta strappata e increspata, mentre il pubblico ancora deve finire di prendere posto. Il suono dello scorrere dell’acqua accoglie lo spettatore e dà l’avvio a quella lingua magnetica che il peso e la presenza vocale di Di Mauro puntellano come fosse un chiodo di roccia su cui arrampicarsi.

Ha inizio così un viaggio sensoriale in cui le sonorità poetiche insieme a quelle musicali (Gianni Maroccolo) coincidono con un paesaggio (scene di Paolo Calafiore) dalla prospettiva asimmetrica. Immagini si proiettano su fogli di pareti squarciate come fu la memoria del “primo poeta della modernità” – così lo definì Eugenio Montale. Se il poeta, che proprio vicino a Scandicci visse quattordici anni nel manicomio di Castelpulci, chiedeva di esser pubblicato per aver prova di esistere, qui, la sua poesia viene detta, è, e non lascia scampo al pubblico.

È come assistere alla stampa tridimensionale di quel libro, dalla vicenda così singolare, una manifestazione concreta dell’ineffabile che abiterà tutto lo spazio fino a coincidere con la stessa teatralità di cui il verso orale è portatore. La Verna, il monte Falterona, la Chimera notturna, la pampa e i dorsi di belve sinuose, sono queste – appunto – le “Visioni” che, come in un sogno guidato, trovano naturale corrispondenza.

E quando le distorsioni musicali si arrestano e Michele Di Mauro si avvicina al pubblico, le parole del poeta si fanno capaci di una visionarietà ancor più corposa. Abbiamo il rammarico che questi primissimi piani vocalici siano stati pochi rispetto alla polifonia di questo “concerto teatrale”, ma forse è solo perché ci ostiniamo a ricercare un equilibrio che sia sinonimo di armonia, quando invece la sua esperienza può essere anche armonicamente dispari.

Quando all’uscita dal teatro partecipiamo al rito di accensione dei cellulari, ecco che una domanda accompagna il messaggio puntualmente inviato: ora che la scrittura sta cercando di raggiungere la velocità degli scambi orali, ci rendiamo davvero conto di cosa stiamo barattando?

«Spettacolo finito 🙂»

Ascolto consigliato

Teatro Studio, Scandicci – 16 dicembre 2014