Foto di scena. ©Herman Sorgeloos

Un inno alla vitalità

A Romaeuropa 'Rain' di Anne Teresa de Keersmaeker

Sono plurimi e disparati i significati che la letteratura, la musica e l’arte tutta hanno attribuito alla pioggia. Essa sa essere romantica ma anche malinconica. Si può abbattere come la mannaia della Provvidenza o come il sortilegio di un destino insistente. Ma – lungi da ogni semplicistica riflessione new age o lezione meramente scientifica – cosa si può imparare dalla pioggia?

Un suggerimento ci viene offerto da Rain, opera di Anne Teresa De Keersmaeker datata 2001 e ripresentata nei giorni scorsi al RomaEuropa Festival, in cui la pioggia è una vertigine esuberante da cui bisogna lasciarsi attraversare, una parabola emotiva di corpi, suoni e colori da cui si esce con l’estasi di un’esperienza priva d’ombre che ormai già appartiene al passato, ma di cui si porterà il ricordo intenso.

Foto di scena. ©Herman Sorgeloos

Una tenda di corde sospese e disposte in modo semicircolare (scene e luci di Jan Versweyveld) perimetra lo spazio d’azione dei dieci danzatori, sette donne e tre uomini vestiti di nuance chiare, che nel corso delle sezioni, sfumano verso un ventaglio di gradazioni via via più accese: come la pioggia intensifica i colori in natura, così dal beige si passa al rosa pallido, che poi si fa più rosa, fino a culminare nel magenta e a virare infine verso sfumature grigie argentate più lunari (costumi di Dries Van Noten).

La musica minimalista di Steve Reich, con Music for 18 Musicians, guida verso una danza di intensa vitalità, fatta di movimenti energici e al contempo delicati, grazie a cui i danzatori non si limitano ad attraversare ma a vivere lo spazio in tutti i suoi livelli, in un gioco di linee rette e diagonali, di corse circolari o a spirale, di cadute e di riprese sfiancanti. Un gioco, sì – almeno nell’attitudine – con cui ci si diverte e sfidare tutte le possibilità di trasformazione dell’energia.

Foto di scena ©Herman Sorgeloos

È – quello degli interpreti ma anche dello spettatore – un continuo abbandonarsi e ritrovarsi, in un equilibrio dinamico il cui valore armonico si ritrova tanto nei momenti di coralità quanto nell’espressione individuale dei lunghi, autonomi fraseggi. Lo scarto emotivo e tecnico è dato dalla loro relazione, dal contrappunto ritmico delle singole partiture, grazie a cui i corpi diventano il nucleo di un campo magnetico, che trascina e coinvolge anche chi guarda.

Allo stesso modo della musica, il movimento si trasmette e si propaga nei corpi e nello spazio con diversa intensità, come un’onda che cresce, come il mare che si fa aria e poi nuvola, per poi diventare nuovamente acqua ma sotto un’altra forma. Perché la pioggia è l’esempio calzante della legge fisica per cui nulla si crea o si distrugge ma tutto si trasforma: la pioggia è mutamento rivitalizzante a cui l’uomo dovrebbe ispirarsi nell’accettazione positiva del cambiamento, come conditio imprescindibile di conoscenza di sé e di apertura a nuove possibilità.

Cambiamento che non bisogna necessariamente contrastare, urlando al cielo, ma da cui bisogna lasciarsi attraversare per rigenerarsi. Da qui si comprende l’atmosfera festosa di Rain, un inno alla vitalità racchiuso nella raffinatezza formale dei corpi, nell’immediatezza senza filtri del movimento che non racconta ma con forza esprime il personale moto di rivoluzione dell’uomo attorno alla vita. Un suo ritrovarsi, ma senza più essere uguale a prima.

E tu chi sei? chiesi alla pioggia che scendeva dolce
e che, strano a dirsi, mi rispose come traduco di seguito:
sono il Poema della Terra, disse la voce della pioggia,
eterna mi  sollevo impalpabile su dalla terraferma e dal mare insondabile,
su verso il cielo, da dove, in forma labile,
totalmente cambiata, eppure la stessa,
discendo a bagnare i terreni aridi, scheletrici,
le distese di polvere del mondo,
e ciò che in essi senza di me sarebbe solo seme, latente, non nato;
e sempre, di giorno e di notte, restituisco vita alla mia stessa origine,
la faccio pura, l’abbellisco;
(perché il canto, emerso dal suo luogo natale,
dopo il compimento, l’errare,
sia che esso importi o no, debitamente ritorna con amore).

Walt Whitman, La voce della pioggia

Ascolto consigliato

Teatro Argentina, Roma – 14 ottobre 2016