Ho Risorto – Andrea Rivera

Ho risorto! – Andrea Rivera

Roma è una città curiosa, non si riesce mai capire se abbia talmente tante identità da sfuggire a un ritratto unitario oppure se di identità non ne abbia affatto. Così, mentre sulla pagine di delteatro.it (in uno stimolante dibattito fra i due critici teatrali de Il Sole 24 Ore) Antonio Audino si domanda se il discusso Natale in Casa Cupiello di Latella non fosse stato meglio portarlo in scena all’India; sull’altra sponda del Tevere accade che a un artista verace e caotico come Andrea Rivera venga affidata (in attesa della nuova produzione di RezzaMastrella) la tenitura natalizia del Vascello, che, riforma fus permettendo, continua ad essere il principale stabile d’innovazione capitolino.

Se dividere il pubblico in “classi” di spettatori è un’aberrazione, è necessario tuttavia fare anche i conti con lo stato attuale delle cose e valutare l’opportunità di determinate scelte. Cos’è, vi chiederete, una maniera edulcorata per dire che Rivera al Vascello fosse fuori posto? No, anzi, ma la comicità – più di altri generi – risente delle temperature e ha bisogno di una platea che stia al gioco; non si può dimenticare, dunque, che ogni luogo genera i suoi ambienti e che per combattere superficialità e apparenza gli stereotipi vanno pur studiati. A meno che non si desideri un Nazareno bis.

Ma tutto questo all’irriverente Rivera interessa poco, e il suo Gesù Cristo in locandina ci guarda dall’alto con piglio beffardo. Ho risorto! è uno spettacolo comico che come uno stornello romano mescola al suo interno strofe dal diverso sapore, qualcuna più riuscita qualcuna dalla rima incerta, tutte a loro modo concatenate in un’unica cantata a braccio. Così, sul sottofondo musicale dal vivo di Matteo D’Incà, satira, poesia, denuncia e improvvisazione si intrecciano per un’ora e mezza sulle assi del Vascello e, nonostante una certa resistenza della platea, alla fine il pubblico della prima si lascia conquistare. Ma la cifra caratteristica di Rivera ha in realtà poco a che fare con il cabaret romano da bar (siano i pasticciacci veraci di Battista o l’avanspettacolo teatralizzato di Brignano), suo punto di forza, infatti, sono quei gustosi puzzle di parole riciclate: narrazioni costruite dalla combinazione imprevista di nomi già esistenti, come ad esempio medicine, quartieri, personaggi famosi e via dicendo, che vengono spezzati o storpiati nelle sillabe e poi rimontati in esilaranti monologhi.

Si potrebbe facilmente liquidare l’espediente con l’etichetta di “trovata originale”, ma i giochi linguistici dell’artista non vanno sottovaluti: se il risultato finale si concretizza in una storiella comica dalle leggere venature satiriche, il lavoro di composizione rivela, invece, un prezioso artigianato à la OuLiPo, una creatività fresca, arguta, stimolante, che, anziché perdersi in barbose lezioni di nominalismo esistenziale, distrugge l’autorità discriminante delle parole, alterandone lustro e significato così da restituirne una miscela sagacemente ironica che, insomma, smonta l’apparenza, sovverte alto e basso, e ci strappa un sorriso per nulla banale.

Certo, lo spettacolo ha un ritmo un po’ altalenante che a tratti patisce l’eccessiva attenzione (tipica di un pubblico teatrale abituato a spettacoli decisamente meno immediati), eppure è curioso notare come nel momento in cui Rivera, in uno dei suoi più divertenti pastiche verbali, comincia a macinare nomi di artisti visivi, pochissimi in sala colgono la citazione di grandi avanguardisti come Burri e Rotella. Ecco, forse, parafrasando la risposta di Palazzi a Audino, da questo ironico contrappasso culturale dovremmo cominciare a tirare qualche conseguenza, perché a Roma, molto probabilmente, la situazione è più vivacemente complessa di quanto crediamo.

Teatro Vascello, Roma – 19 dicembre 2014