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Cry havoc, o alleviare il dolore attraverso Shakespeare

Da New York, Bedlam Company per Shakespeare Re-Loaded

Quattrocento anni dalla morte di Shakespeare e il Bardo continua imperterrito a generare nuovo (e vecchio) teatro. Forse il segreto di tanto successo risiede in un fatto tanto evidente quanto banale: nelle sue parole è cristallizzata tutta la nostra esperienza. Proviamo infatti per un attimo a non pensare a chi appartengono le battute dei suoi play, o a non fare caso all’epoca in cui sono state pronunciate, e otterremo comunque delle riflessioni senza tempo su praticamente tutti, o quasi, gli aspetti della vita – sia il potere, la violenza, l’avidità, l’amore, il desiderio. Per questo ancora oggi Shakespeare è capace di andare ben oltre il teatro, perché in realtà tutti conoscono già le sue parole pur senza averle mai lette.

Per i veterani di guerra, accade così che Shakespeare diventi il mezzo per alleviare il dolore dei traumi postbellici, o una possibilità di riviverlo, interrogarlo ed esorcizzarlo, ogni sera, a teatro. Ed è proprio il caso di Cry Havoc (letteralmente “grida/da’ il via allo sterminio” – citazione dal Giulio Cesare), monologo diretto da Eric Tucker della newyorkese Bedlam company (andato in scena al Sala Uno in occasione della rassegna Shakespeare Re-Loaded), che è innanzitutto la storia di una folgorazione del veterano protagonista – Stephan Wolfert – per il Riccardo III e di come questo incontro gli abbia cambiato la vita: dimostrando come larte sia lunica possibilità di r-esistenza in una società capace di programmare alla guerra ma non di de-programmare da essa.

In scena, Wolfert è una presenza dalla vitalità inarrestabile: completamente solo e senza lausilio di alcuna scenografia, vestito casual, inizia così il suo racconto partendo da un treno in corsa in Montana, su cui sta scappando dopo sei anni di servizio come Ufficiale medico, per poi passare, attraverso salti temporali, a ricostruire la sua vita pre e post-esercito sviscerando tutte le paure, le ossessioni e lalienazione che un veterano può ritrovarsi ad affrontare una volta tornato a casa. Più che le parole, però, è il corpo dellattore a raccontare visivamente tutto il non esprimibile sedimentato nella memoria: vediamo allora il duro addestramento militare che trasforma gli uomini alla stregua di obbedienti cuccioli di labrador, la testa senza vita del suo migliore amico fra le mani, o la sua postura farsi improvvisamente quella del claudicante Riccardo III.

Ecco che le sue parole si intrecciano così con quelle dei “veterani” (e non solo) di Shakespeare – parole che non sono materia reverenziale ma piuttosto quelle di un amico cui si chiede una conferma –, inserite in modo talmente organico nel racconto che quasi non si distinguono più dall’autobiografia: perché forse non c’è molta differenza fra un campo di battaglia a Corioli e uno in Afghanistan, in Vietnam o in Iraq, o fra gli incubi notturni di Riccardo III e l’insonnia angosciosa di Wolfert, o ancora fra il to be or not to be di Amleto e i pensieri di un veterano prima di uccidersi perché non riesce a liberarsi dai propri fantasmi. Che fare allora di tutto questo dolore? What now?

Per una volta, si dirà che Cry Havoc è una storia personale che non si fa universale – non può – eppure fortemente partecipativa. Perché Wolfert genera empatia istantanea grazie alla naturalezza con cui recita Shakespeare come se fosse la sua vita e la sua vita come se fosse Shakespeare, portando sul palco un’insopprimibile urgenza di condivisione limpida e di rara onestà, tanto da far commuovere pur non cadendo mai in pietismi o in retorica moraleggiante, e avendo cura di lasciare il vero orrore sempre distante quanto basta da lasciarlo solo intravedere.

Wolfert ha un disperato bisogno di lasciare tracce di sé nel pubblico – è l’unico modo che ha per guarire –, così lo scuote, lo interpella, lo chiama a testimonianza, e il pubblico da parte sua lo vorrebbe davvero aiutare anche se non può far altro che vivere di riflesso una storia che non potrà mai capire, custodirla, uscire di sala scosso e allo stesso tempo grato. Il tutto attraverso Shakespeare e il teatro, con il suo potere catartico e i suoi limiti invalicabili.

All my lies are always wishes
I know I would die if I could come back new

Wilco Ashes of American flags

Ascolto consigliato

Teatro Sala Uno, Roma – 20 aprile 2016