Foto di scena © Magali Girardin.

Please, continue (Hamlet) – Yan Duyvendak & Roger Bernat

Fra i tanti cambiamenti che l’avvento della democrazia ha portato, va senz’altro annoverato il crescente interesse per i fatti di cronaca: il cittadino si sente parte di una comunità e ne vuole sapere sempre di più. Un piacere tutto voyeuristico in realtà, ma che lo spioncino del giornalismo trasforma in piccola perversione socialmente accettata. Nel mondo dell’intrattenimento tale passione si è tradotta diverse forme, una di queste è il cosiddetto “giallo giudiziario”: un sottogenere che nel secondo Novecento, dal magistrale 12 angry men di Lumet alla serie apripista Perry Mason, fino ai bestseller di Grisham o i format tv come il nostrano Forum, ha letteralmente spopolato.

Se vi state chiedendo cosa c’entri tutto questo con uno spettacolo teatrale, è presto detto: Please, continue (Hamlet) trascina Amleto in un aula di tribunale. L’accusa? Omicidio volontario di Polonio. Va chiarito fin da subito però che si tratta di un processo in piena regola. Il teatro 2 della Pelanda infatti viene trasformato per l’occasione in un’aula giudiziaria, con tanto di giudice, pubblico ministero, avvocati, imputati, testimoni, e ovviamente il pubblico, che viene chiamato ad assistere lungo i tre lati della scena. Non solo, già perché quella di Yan Duyvendak e Roger Bernat non è la realistica messa in scena di un copione shakespeariano rivisitato, bensì un processo fittizio ma serissimo, interpretato da giuristi di professione, chiamati a interpretare sé stessi, e tre attori, nei panni dei civili coinvolti (i personaggi Amleto, Ofelia, Gertrude). L’unico canovaccio a disposizione è un dettagliatissimo fascicolo con deposizioni, verbali, referti, perizie, foto, mappe. Nessuna prova preliminare per loro, solo regole e indicazioni: attenersi alla propria parte, basarsi unicamente su quanto contenuto nel fascicolo, e rispettare i tempi prestabiliti (segnalati da un timer in scena). Interrogatori, arringhe, sentenze, insomma, un processo.

Foto di scena ©Andreas Etter

Foto di scena ©Andreas Etter

Se teatralmente parlando si tratta di un autodafé – tempi lunghi (circa tre ore), incertezze di gestione, barbosità giudiziarie e quant’altro ci si possa attendere da un produzione non made in Hollywood –, concettualmente invece lo spettacolo pone interessanti questioni. Innanzitutto, il dato oggettivo: gli spettatori vengono coinvolti in un processo estremamente verosimile. Ciò implica due effetti immediati assai importanti: ci si svincola subito dal ruolo di spettatore e al contempo si tocca con mano un capolavoro letterario. Amleto non appare più, allora, come un personaggio astratto da tragedia, ma una persona reale, vicina, “normale”; di riflesso, il risvolto sociale: quei protagonisti della cronaca nera che infestano i quotidiani non sono semplici personaggi su cui riversare il proprio frustrato e facile moralismo, ma tanti possibili Amleto. Teatro e tribunale, così, si cambiano di posto invitando a un giudizio altro.

L’esperimento è senz’altro curioso (così come è un esercizio sublime e crudele di ironia – del tutto involontario – vedere De Cataldo giudicare Amleto), ma rischia di diventare autoreferenziale perché il pubblico – nonostante sei spettatori saranno chiamati a comporre la giuria – finisce per sentirsi escluso e un po’ annoiato (si potrebbe tamponare, magari, inviando agli spettatori, qualche giorno prima, una copia del fascicolo – un esercizio di stile splendido che rimane invece accantonato).

Ad ogni modo, seppur a fatica, dallo strano processo ad Amleto emerge una preziosa lezione di arte su cui varrebbe la pena riflettere: alterando la finzione si può mostrare la realtà.