Jan Saudek The Childhood of Petra (1984). ©Collezione privata

Le provocazioni del corpo

Short Theatre 13 a passi di danza

Come ogni anno – e per il tredicesimo anno – il festival Short Theatre, con la direzione artistica di Fabrizio Arcuri e la direzione generale di Francesca Corona, risveglia la comunità romana dal torpore dell’estate riunendo artisti, operatori e appassionati di arti performative attorno a questioni rilevanti per la contemporaneità, ponendosi idealmente all’inizio di una stagione romana che già si prefigura problematica (ne parlava qualche giorno fa Andrea Pocosgnich qui).

Short Theatre 2018

Quest’anno il macro-tema attorno a cui gravitano gli spettacoli, le performance, gli incontri e le letture del festival è Provocare realtà. Mai come in questo momento, infatti, un confronto con la realtà sembra imprescindibile anche per le arti performative. In un contesto storico in cui – districandoci tra fake news, una tecnologia sempre più invadente, una narrazione ufficiale portata avanti dal governo – non sappiamo più a quale realtà ci riferiamo (se alla nostra, a quella degli algoritmi o a quella dei politici), ecco che il teatro, con la sua capacità di riprodurre, scomporre la realtà (o le realtà), e rifrangerla in tanti tasselli quanti sono gli spettacoli di Short Theatre, può ricomporre il reale a suo modo e darne nuove interpretazioni.

In che modo allora l’arte performativa può provocare la realtà? Proviamo a rispondere con alcuni spettacoli visti a Short Theatre che hanno come mezzo di «provocazione» il corpo e la sua capacità di veicolare riflessioni sull’estetica o sulla politica, in molti casi attraverso un linguaggio più ibrido che include anche la parola – una contaminazione fra i generi che dà vita a nuovi cortocircuiti. Fra questi spettacoli abbiamo pensato a un percorso: si comincerà dall’assolo di Oona Doherty, quindi l’esplorazione in scena dell’individualità, poi si passerà alla danza come tentativo di relazione, che riguardi lo straniero in Just before the forest di Emanuela Serra o (il suo contrario) un amante in Combattimento di Muta Imago; infine parleremo della danza di Jérôme Bel che in Gala coinvolge sul palco tutta la comunità.

Short Theatre, La Pelanda. Foto ©Claudia Pajewski

Oona Doherty si fa portatrice di un’individualità struggente che cerca di combattere gli stereotipi legati alla mascolinità. La danzatrice nordirlandese – dopo aver spiazzato il pubblico arrivando in macchina con l’autista/dj Luca Truffarelliè sola, in una sala buia con un mucchietto di spazzatura nel fondo che lascia immaginare una periferia deserta e degradata: i sobborghi poveri di Belfast o anche un’altra qualsiasi. Muovendosi per tutto lo spazio e cercando la complicità del pubblico, con una presenza e una grinta fuori dal comune inizia a masticare fra sé parole, le ripete, scompone i gesti mentre quei suoni gutturali ripetuti seguono gli accenti del corpo, suoni che si trasformano in «home», «hope»—parole chiave di questo personaggio che racconta pezzi della sua vita sul palco.

Oona Doherty Hope Hunt and the Ascension into Lazarus. Foto ©Claudia Pajewski

La danzatrice passa così da un personaggio maschile all’altro assumendone in modo amplificato le movenze, come passa dall’inglese al francese o a uno stretto accento irlandese che quasi non lascia capire quelle parole violente o spaccone ispirate ai ragazzi di strada di film come La Haine di Kassovitz o Il Profeta di Audiard, di cui Doherty vuole cogliere l’umanità al di là dei loro sbagli, la fragilità dietro la maschera (vedi l’intervista su France24). Attraverso un linguaggio del corpo crudo ed esplicito che con grande rigore fonde movimento e vocalità, Doherty diventa così l’hope hunter, il cacciatore di speranza per gli ultimi, gli svantaggiati delle periferie che come tutti hanno diritto al riscatto, anche se difficile da raggiungere. Come testimonia la seconda parte della performance in cui Doherty, vestita di bianco, danza ora più eterea sulle note di una musica rinascimentale a cui si aggiungono le interferenze di ambulanze, voci e pianti che suggeriscono di nuovo un contesto violento.

Oona Doherty Hope Hunt and the Ascension into Lazarus. Foto ©Claudia Pajewski

Oona Doherty Hope Hunt and the Ascension into Lazarus. Foto ©Claudia Pajewski

Con Just before the forest di Emanuela Serra, pur essendoci due performer in scena, in realtà potremmo ancora parlare di solitudine, come le note di regia suggeriscono. Lo spettacolo ideato da Serra e Alessandro Pallecchi dischiude infatti una riflessione sulla difficoltà di uscire fuori di sé e incontrare l’altro, il diverso e quindi «lo straniero». In scena una panchina, un uomo e una donna sotto la pioggia, la stessa pioggia incessante del testo di Bernard-Marie Koltès La notte poco prima della foresta che qui costituisce lo spunto drammaturgico per esplorare una sensazione di sradicamento dalla società, come quella del protagonista dello splendido testo scritto nel 1977.

La performance prende vita da una drammaturgia che è la sinergia di parole – ora di Koltès, ora uno slam poetry tra italiano e inglese – musica composta dal vivo da Pallecchi e movimento che si susseguono a un ritmo concitato. «L’altro» c’è ma è ancora difficile da raggiungere e la fatica è ben esplicitata nella parte danzata finale – la più incisiva – in cui i due interagiscono dopo un’iniziale diffidenza, cercando punti di contatto e incastri, pian piano conoscendo il corpo dell’altro fino a un abbraccio liberatorio. Nato da un progetto con i centri SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), Serra fa collidere in modo sensibile la sua ricerca coreografica con la volontà di guardare allo «straniero» in modo diverso, per mettere in evidenza la necessità dell’incontro con l’altro per costruire davvero una comunità inclusiva; una riflessione sulla “realtà” che in questi tempi appare quanto mai necessaria.

Emanuela Serra Just before the Forest. Foto ©Claudia Pajewski

Anche in Combattimento di Muta Imago la relazione è il fulcro alla base della ricerca, anche se qui l’intento è quello seduttivo. Il combattimento, nella visione dei Muta Imago – che dopo i Racconti americani (qui le nostre recensioni di Fare un fuoco e Bartleby) si cimentano con il loro primo lavoro interamente coreografico – è niente di meno che legato all’amore, «amore come guerra». Protagoniste le performer Annamaria Ajmone e Sara Leghissa; a terra, costumi fatti di piumaggi, oggetti utilizzati come mezzo giocoso di seduzione che rimandano al mondo animale o a un’immaginaria tribù primitiva, come per sottolineare l’aspetto del guerriero.

Muta Imago Combattimento. Foto ©Claudia Pajewski

Muta Imago Combattimento. Foto ©Claudia Pajewski

La performance, accompagnata dal tessuto sonoro ideato da Riccardo Fazi che ne cura anche la drammaturgia, rappresenterà così un rituale di corteggiamento in cui le danzatrici si scruteranno, si esibiranno a turno indossando i vistosi piumaggi o bustini ora facendosi notare dall’altra, ora nascondendosi, esplorando la loro relazione, anche solo visiva, da diverse angolature. Sarà così un rito di vestizione e svestizione che infine le porterà a spogliarsi di nuovo dagli orpelli e a rimanere una di fronte all’altra, disarmate, finalmente a guardarsi alla fine di un combattimento in cui, proprio come in amore, non ci sono né vincitori né vinti. Non mancano elementi più incisivi, come una “danza delle scapole” di Leghissa quasi come fossero due ali incastonate nella schiena desiderose di librarsi, o come la qualità del movimento delle danzatrici, che esplorano il linguaggio animale ciascuna a suo modo; ma l’impressione è che manchi una drammaturgia più strutturata che possa dare più linfa vitale all’idea di partenza, il corteggiamento appunto, e che possa di conseguenza coinvolgere maggiormente il pubblico oltre la letteralità del rituale.

Muta Imago Combattimento. Foto ©Claudia Pajewski

Terminiamo con Gala di Jérôme Bel, colui che forse più alla lettera rappresenta la «provocazione» per quanto riguarda la danza vista a Short Theatre. Al Teatro Argentina, tutto inizia con delle proiezioni di teatri: grandi e piccoli, maestosi e fatiscenti, tutti con una caratteristica in comune—sono luoghi deserti che ispirano un senso di desolazione. Come a dire: i teatri non sono niente senza chi li abita. Ma la tristezza è presto spazzata via, perché i performer, in concomitanza con la proiezione dell’Argentina stesso, entreranno davvero sul palco, e sono venti fra cui danzatori professionisti, dilettanti, disabili fisici e mentali, selezionati da Bel, il quale esporta questo format in ogni città per costruire ogni volta comunità diverse ma con determinate caratteristiche.

Lo schema di Gala è molto semplice: un cartello annuncia le esibizioni che si susseguiranno. C’è il valzer, Balletto, Solo, Inchino, Michael Jackson e così via. Osservando man mano le esibizioni dei danzatori l’effetto di questo gala strampalato è esilarante, esplosivo: si ride di gusto, un po’ per la goffaggine dei protagonisti (come scrive Andrea Porcheddu, si ride di noi, delle nostre imperfezioni), ma anche perché il sorriso e l’autoironia di chi è sul palco sono contagiosi. Certo non tutti potranno avere la tecnica di un danzatore, per questo Bel fa leva su ciò che accomuna professionisti e non: la gioia di danzare, la libertà di esprimersi, la volontà di fare del proprio meglio e la fatica.

Chi vorrà trovare una creazione all’ultimo grido forse rimarrà deluso, ma l’operazione artistica fondamentale ci sembra risieda nell’impalcatura teorica, nella volontà quindi di voler decostruire l’immaginario condiviso legato alla danza per sensibilizzare la visione del pubblico, invitando a riflettere su ciò che è considerato normale o rappresentabile, nonché ad osservare le nostre reazioni di fronte ai tabù (come reagisco a una persona down, o a un disabile, che danza?). Bel chiama a raccolta una comunità danzante e dà loro diritto di esistere proprio perché imperfetta. E questa comunità si aiuta e non si giudica; si diverte e allo stesso tempo si impegna con rigore senza prendersi troppo sul serio, guarda gli altri non per entrare in competizione ma per osservare il movimento del compagno e imparare da lui (una delle sezioni più notevoli è proprio quella in cui a turno una persona guida i movimenti e gli altri imitano). Per concludere, ci sembra una comunità davvero inclusiva, non per buonismo ma per necessità, perché ognuno si accetta per come è nella propria diversità. Un esempio di comunità da prendere in considerazione anche al di fuori del mondo della danza.

Jérôme Bel Gala. Foto ©Herman Sorgeloos

Pur nella loro diversità, gli spettacoli attraversati riescono ad innestare attraverso il linguaggio del corpo riflessioni su questioni sociali, politiche o a riflettere sulla danza. Sono spettacoli e performances che cercano nuove modalità espressive attraverso cui ampliare non solo la visione della danza ma della realtà stessa. Provocare realtà allora non è qualcosa fine a sé stessa, ma un modo per mettere in crisi il reale, interrogarlo e capire cos’è che chiamiamo tale. Quando siamo provocati, improvvisamente ci troviamo sull’attenti, pronti a reagire, a riflettere e se necessario anche a rispondere; questo ci sembra ciò che ha – felicemente – generato Short Theatre in questa tredicesima edizione.

Ascolto consigliato

 

In apertura: Jan Saudek The childhood of Petra (1986). ©Collezione privata

HOPE HUNT AND THE ASCENTION INTO LAZARUS

di e con Oona Doherty
autista e dj Luca Truffarelli
direzione tecnica Sarah Gordon
produzione Gabrielle Veyssiere

JUST BEFORE THE FOREST

ideazione Emanuela Serra, Alessandro Pallecchi
in scena Emanuela Serra, Alessandro Pallecchi
disegno sonoro Alessandro Pallecchi
installazione scenica Alessandro Pallecchi
realizzato grazie a residenza produttiva Carrozzerie n.o.tBalletto CivileFuoriLuogo/ FisikoAssociazione Mondo Nuovo Caritas “Progetto SPRAR”

La Pelanda, Roma – 7 settembre 2018

COMBATTIMENTO

regia Claudia Sorace
con Annamaria Ajmone, Sara Leghissa
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
direzione tecnica Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
organizzazione Martina Merico
produzione Muta Imago
con il sostegno di Angelo Mai
Compagnia finanziata dal Mibact

La Pelanda, Roma – 13 settembre 2018

GALA

ideazione Jérôme Bel
con 20 danzatori e non professionisti selezionati a Roma Anastasia Cristini, Andrea Ginevra, Cecilia Borghese, Chiara Lupi Ella David, Emiliano Argentero, Giacomo Curti, Gioele Fangano Komara Djiba, Lucia Cammalleri, Lucia Lucidi, Luisa Merloni Nedzad Husovic, Nicola Gentile, Nina Solfiti, Riccardo Festa Riccardo Peyronel, Sergio Morgia, Patrizia Vosa, Zhou Fenxia (Sonia)
assistente Maxime Kurvers
assistenti per riallestimento locale Chiara Gallerani e Henrique Neves
Gala è presentato a Roma grazie alla co-realizzazione di Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Grandi Pianure e Short Theatre
in collaborazione con Institut français Italia nell’ambito della Francia In Scena e con il sostegno della Fondazione Nuovi Mecenati
produzione R.B. Jérôme Bel (Paris)
coproduzione Dance Umbrella (London), TheaterWorks Singapore/72-13, KunstenFestivaldesArts (Brussels), Tanzquartier Wien, Nanterre-Amandiers Centre Dramatique National, Festival d’Automne à Paris, Theater Chur (Chur) e TAK Theater Liechtenstein (Schaan) – TanzPlan Ost, Fondazione La Biennale di Venezia, Théâtre de la Ville (Paris), HAU Hebbel am Ufer (Berlin), BIT Teatergarasjen (Bergen), La Commune Centre dramatique national d’Aubervilliers, Tanzhaus nrw (Düsseldorf), House on Fire
con il sostegno di programma culturale di Unione Europea
con il sostegno di Centre National de la Danse (Pantin) and Ménagerie de Verre (Paris) nell’ambito di Studiolab ringraziamenti ai partner e partecipanti di Ateliers dance et voix, NL Architects e Les rendez-vous d’ailleurs
R.B Jérôme Bel è supportato dalla Direzione regionale degli Affari Culturali dell’Ile-de-France, Ministero della Cultura e della Comunicazione francese, dell’Istituto francese, Ministero degli Affari Esteri francese
per i suoi tour internazionali e ONDA – Ufficio Nazionale della Diffusione Artistica
per i suoi tour in Francia R.B. Jérôme Bel
consulenza artistica e direzione esecutiva Rebecca Lee
direttore di produzione Sandro Grando
consulenza tecnica Gilles Gentner
 foto di locandina José Frade
si ringrazia Balletto di Roma, Centro Sociale Anziani Testaccio, Progetto Civico Zero, DAF Dance Arts Faculty / Spellbound Contemporary Ballett

Teatro Argentina, Roma – 10 settembre 2018