Paul Klee – Angelus Novus

Nostalgia di Futuro, o la riconquista del presente

La nostalgia è frutto di un’inconsapevole spontaneità: vivere, rimanere nel qui e ora, prendere quel che viene come viene; la vita in fondo non pretende di essere speciale ma solo di essere vissuta. Poi però arriva la ripetizione, le esperienze si stratificano, subentra il pensiero: perché prima era così e ora non lo è più? Nasce l’idea del tempo e con essa quella di durata e di fine, ed ecco che all’improvviso il passato diventa un mondo separato, perduto, irrecuperabile: la vita si fa nostalgia dell’immortalità, la nostalgia rifiuto del presente.

Ma la Nostalgia di futuro che cos’è? È così che il direttore artistico Fabrizio Arcuri decide di intitolare la X edizione di Short Theatre e non c’è da sottovalutare una scelta simile. Non si tratta infatti del solito sottotitolo a effetto da festival: in questo insolito binomio, in realtà, si nasconde uno dei ritratti più efficaci della nostra contemporaneità.

Se la nostalgia rinvia a un passato ormai andato, immaginare il futuro come un tempo perduto e dunque per questo ancora più desiderato ci porta a riflettere sulla virtualità inconsapevole del nostro vivere quotidiano del XXI secolo, costantemente proiettati come siamo in una dimensione inventata che sembra sempre a portata di mano ma che non riusciamo mai a raggiungere: il mondo delle illusioni.

Nella terza giornata di festival, due spettacoli in particolare hanno esplorato tale concetto. Nel primo caso ci ritroviamo di fronte a una sorta di stand-up comedy doppia, semi-improvvisata, in cui due quasi quarantenni (Matteo Angius e Riccardo Festa) rievocano – chiacchierando fra di loro, interagendo con il pubblico, o aiutandosi con oggetti, musiche e videoproiezioni – ricordi del passato, come andassero in perlustrazione di quello strano sentimento che ci rende caro il passato proprio perché innanzitutto è passato.

Angius/Festa O della nostalgia. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Registrato dal vivo perché possa essere fruito in un secondo momento e quindi scatenare un’ulteriore riflessione sulla percezione di tempo e nostalgia, lo spettacolo non può che avere né capo né coda (e probabilmente ha bisogno ancora di essere sviluppato pienamente), ma nella sua programmatica frammentarietà ci riporta alla mente la grande lezione di uno dei libri più rivoluzionari di sempre: il Tristram Shandy di Sterne. Lì l’eponimo personaggio si proponeva di raccontare la propria vita, ma puntualmente consumava pagine su pagine diffondendosi in particolari, digressioni, considerazioni, per cui alla fine il tempo della narrazione si dilatava talmente tanto che egli non riusciva a tenere il passo con quello della vita. Similmente, O della nostalgia ci riporta all’irrisolvibile scarto esistenziale tra “vivere” e “pensare al nostro vivere”, che vede compiere il suo dramma più affascinante proprio nel concetto stesso di nostalgia.

Angius/Festa O della nostalgia. Foto di scena ©Claudia Pajewski

La precarietà nei confronti del presente trova altresì forma nell’ultimo lavoro del coreografo Roberto Castello (co-fondatore di Sosta Palmizi e creatore del gruppo ALDES). In girum imus nocte (et consumimur igni) è un’ipnosi alienante. Siamo nella grande scatola di un tempo senza effettiva evoluzione: un ritmo tribale si ripete ossessivamente tra i continui intervalli di luce e buio. Lo spazio una proiezione segmentata di asfalto sul rosso pallido delle pareti. Non c’è sangue, non c’è meta, non c’è passato né futuro. Con movimenti lenti e scattosi, vediamo aggirarsi quattro individui né vivi né morti (Capecchi, Nieddu, Ranieri, Russolillo): si trascinano nel vuoto delle loro esistenze come se non potessero fare altro che “sopravviversi addosso”. Impossibile dire se il buio che separa i diversi frammenti segni una durata effettiva.

Castello/Aldes In girum imus nocte et consumimur igni. Foto di scena ©Claudia Pajewski

Il primo pensiero allora va alla movida delle grandi città, ai club notturni, ai rave party, al pub crawl, ma Castello ci mostra molto di più che uno spaccato delle nuove generazioni: qui c’è l’ologramma impietoso della nostra vitalità contemporanea. Ci riscopriamo gatti nella scatola di Schrödinger, nessuno sa dire se siamo ancora vivi perché nessuno ha il coraggio di alzare il proprio coperchio, meglio atrofizzarsi nel margine del dubbio.

Siamo, dunque, in una crisi e ciò non sfugge ad Arcuri, che con Short Theatre si conferma uno degli osservatori più sensibili e lucidi del panorama teatrale italiano, mostrando tacitamente alla Capitale come la crisi non sia banalmente un disagio ma un’opportunità di transizione. La “nostalgia di futuro” potrebbe essere la morte di dio, l’emancipazione dal lassismo della provvidenza, sana e responsabile laicità. Questo tempo depurato di speranza, insomma, non è necessariamente un male – anzi – perché ci porta a vivere nel presente: ci spinge all’azione.

I like to keep my issues strong.
It’s always darkest before the dawn.

Florence + The Machine Shake it out

Ascolto consigliato

La Pelanda, Roma – 5 settembre 2015

In copertina: Paul Klee Angelus novus (1920), ©Museo d’Israele, Gerusalemme

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