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L’uomo che uccise Don Chisciotte

Terry Gilliam riesce finalmente ad affrontare i propri mulini a vento in un film che sembra essere la metafora del buon vecchio hidalgo errante e della sua “quete” cavalleresca

Affrontare il Don Chisciotte da un punto di vista cinematografico sembra essere una delle scommesse più impervie e irraggiungibili della storia del cinema. Orson Welles, in persona, nel 1957, tentò la scommessa lasciando però un lavoro incompiuto. Lavorare sulla messa in scena di un classico della letteratura spagnola, uscito in due volumi, quattrocento anni fa, richiede un grosso lavoro sul testo che deve riflettere visivamente gli aspetti più intrinsechi, romantici e cavallereschi del famoso protagonista creato da Miguel de Cervantes. Un protagonista e una trama sospesi tra pazzia, sogno e realtà. Aderire in tutto per tutto, da un punto di vista storico e drammaturgico, richiede che si metta in moto un’enorme macchina produttiva, con un inizio ma con una fine e un risultato dall’esito incerto. Terry Gilliam, regista con anni di esperienza alle spalle, successi divenuti cult come Brazil (1985) e Paura e delirio a Las Vegas (1998), prese a suo tempo la scommessa, e portando acqua al suo mulino, sconfiggendolo sembrerebbe almeno lui, è riuscito nell’impresa. Sia chiaro, ha vinto, con fatica e dedizione, chiudendo una pratica iniziata trent’anni fa, e dalla quale uscì un documentario, intitolato Lost in La Mancha (2002), che narra delle vicissitudini del making of di una pellicola che sembrava inizialmente maledetta.

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Il regista ha scelto le armi e il campo per mettere in scena il suo L’uomo che uccise Don Chisciotte, storia ambientata ai giorni nostri, la modernità si fonde confonde con il passato. La scuola Monty Python sembra faccia sentire, elegantemente, la sua presenza, le risate sono assicurate e la trama scivola vertiginosamente verso il caos comico che tanto piace. Non annoia, ne trae in confusione la sua costruzione della trama su molteplici livelli tra magia e realtà. Fa ridere, ma non facciamoci trarre in inganno dai tempi comici, battute esilaranti e gag da capogiro, il regista ci presenta un suo Don Chisciotte, che al di là del lato comico, mantiene sempre una sua dignità cavalleresca e letteraria.

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Un personaggio difficile, interpretato da Jonathan Pryce con un phisique du role inconfondibile, che sia visto nei panni di un vecchio ciabattino di bottega o nella sua ammaccata armatura in arcione del suo Ronzinante. Lo accompagna il suo fido scudiero Sancho Panza (Adam Driver) nel film Toby, cinico regista pubblicitario. Esso interpreta l’uomo moderno alla ricerca del suo passato, che per caso, si ritrova nelle stesse terre e con lo stesso soggetto del suo primo lavoro: il Don Chisciotte. Un passato dove fare film rappresentava per lui il mettere in scena ideali e poesia. Quel film girato da studente ha tuttavia lasciato molte più faccende in sospeso di quante ne avrebbe potuto immaginare. La sua vita nel frattempo si è complicata molto tra gli agi e i privilegi della celebrità, di cui verrà ovviamente travolto.

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Inizia così il suo viaggio di redenzione e la sua ricerca in compagnia del ciabattino di bottega, nonché ex protagonista del suo primo film, mai uscito completamente dal personaggio. Queste sono le premesse per l’evolversi di una trama sospesa tra reale e irreale, presente o passato, sia esso un flash back o una rivisitazione storica delle gesta donchisciottesche. Una “quete” cavalleresca, in puro stile romanzo cortese, che si fa spazio sempre più prepotentemente nella quotidianità del plot. Un errare in lungo e in largo tra gli inganni d’incantatori senza scrupoli (stregoni o magnati russi), viaggi nell’immaginario cavalleresco, con duelli e codici da rispettare, con qualche frecciatina ironica molto ben scoccata. Il tutto ovviamente per mettere fine alla ricerca di una dolce Dulcinea (Olga Kurylengo o Joana Ribeiro?) e la sua conseguente liberazione.

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Un film che era già storia ancora prima di essere completato. Un film che ha sconfitto i propri mulini e che ci mostra una storia originale, divertente e moderna tramite un affresco di virtù, pazzia e ostinata dedizione ai propri valori, siano essi giusti o sbagliati. Un film che è esso stesso metafora del buon vecchio hidalgo errante nella sua complessa avventura: il metacinema, ove la creazione dei sogni diventa realtà, dove tra risate e riflessioni, viene messo in scena l’inganno della società e quello dei nostri mulini a vento più personali.

Alberto Morbelli

A seguire un estratto della conferenza stampa tenutasi a Roma in occasione della presentazione del film

Dopo tutti questi anni dalla partenza del progetto perché ha affidato il ruolo principale ad Adam Driver?

Credo di aver deciso di ingaggiare Adam dopo averlo conosciuto in un pub a Londra. Non avevo mai visto nessuno dei suoi film e pensai che era molto diverso dal personaggio che avevo in mente. Così avevo un nuovo inizio, ero stufo della mia idea originale. Adam è davvero unico, non sembra un divo del cinema, non si comporta come tale e non sembra nemmeno un attore. E’ una persona molto autentica e ci siamo subito trovati bene insieme.

Come ha lavorato partendo dal testo originale di Cervantes fino ad arrivare alla sceneggiatura definitiva?

Quando lessi il libro per la prima volta nel 1989 pensai che fosse impossibile trarne un film, perché sai è così ampio e ricco… allora mi venne l’idea di partire da un uomo anziano che inizia a ricordare le sue gesta. Nel corso del tempo ci sono stati molti cambiamenti, iI più recente circa tre anni fa, pensai di inserire il personaggio di Toby che aveva a sua volta fatto un film su Don Chisciotte e come le persone coinvolte nella sua realizzazione erano cambiate. Questo riflette la storia stessa di Don Chisciotte, che dopo aver letto tante storie di cavalieri iniziò a rifugirsi nella sua fantasia. A quel punto la sceneggiatura diventò molto più interessante, questo è uno dei motivi per cui ci sono voluti così tanti anni a terminarla.

Grazie al documentario Lost in La Mancia abbiamo visto alcune scene del film originale che rispetto a questo sembra molto diverso

Inizialmente il protagonista si sarebbe dovuto trovare trasportato nel diciassettesimo secolo dove avrebbe incontrato il vero Don Chisciotte, poi questa idea non mi sembrò più così affascinante. Adesso il film è su un regista di talento che sceglie di tradire questo suo talento per denaro girando spot pubblicitari, ma lui è ancora il creatore di Don Chisciotte. E’ come la storia di Frankenstein, lui è responsabile di quello che capita a quell’uomo. Per me questo è davvero importante perché molti registi non si assumono la responsabilità di quello che i loro film causano. E questo mi sembra un tema molto più affascinante.

Cosa l’ha spinta in questi trent’anni a non abbandonare mai questo progetto?

Credo che la ragione principale per cui non l’ho mai abbandonato è che ogni persona ragionevole mi suggeriva di abbandonarlo e  chiaramente io non credo nella ragionevolezza.

Don Chisciotte è un personaggio molto pericoloso ti si insinua nella testa e diventi insistente come lui praticamente finchè non muori… riguardo al morire ancora non ci sono riuscito.

Pensa che questa versione del film sarebbe potuta essere realizzata nel duemila?

No, non credo. Penso che un film possa esistere solo in uno specifico lasso di tempo e con uno specifico gruppo di persone. Adam Driver è molto diverso da Johnny Depp, così come Jonathan Pryce è molto diverso da Jean Rochefort.

Questa versione ha avuto la metà del budget previsto per l’orignale e la cosa interessante è che Adam è stato pagato anche più di quanto avrebbe avuto Johnny. Un film è il prodotto di tutti questi elelmenti che si uniscono, non credo che quello che stavo facendo nel duemila fosse interessante e divertente come quello che vedete oggi, era probabilmente solo più ambizioso.

Crede che ad oggi ci siano dei degni eredi dei Monty Python?

C’è tanta gente in gamba là fuori, ma probabilmente nessuno come i Monty Python. I Monty erano un gruppo di sei persone sempre unite, la cui chimica produceva un certo tipo di ironia. Eravamo anche in un periodo in cui in America c’erano solo tre canali televisivi e quindi il giorno successivo tutti parlavano del nostro show. Oggi invece il panorama è molto più ampio. Non c’era neanche tutto questo ‘politically correct’, oggi Brian di Nazareth non potrebbe mai essere realizzato.

Antonio Abbate