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Il problema della partecipazione a Short Theatre 12

Tra scena e realtà con Borralho & Galante, Ivana Müller, Lotte van den Berg e Deflorian/Tagliarini

La democrazia, per quanto utopica, è una bella idea, ma per funzionare è necessario che il dêmos sia attivo, altrimenti diventa automaticamente oligarchia. Quale di fatto poi è. Libertà è partecipazione, cantava il Signor G. Ma, al di là di giusto/sbagliato, auspicabile/deprecabile, il fatto non è semplicemente di kràtos, cioè relativo alle forme di potere, si estende alle relazioni umane. E questo è uno dei grandi nodi del presente—che non interagiamo più.

Huang Yong Ping Circus (2012-13). Foto ©Gladstone Gallery, New York

Huang Yong Ping Circus (2012-13). Foto ©Gladstone Gallery, New York

E allora anche il teatro si fa «partecipato», perché a quanto pare il rito sociale che doveva sottenderlo si è incrinato. Certo, purtroppo diventa una moda, una manovra facile, furbastra, per intercettare bandi, per dimostrarsi attivi e meritoriamente finanziabili, per sfruttare le fasce deboli della società e conquistarsi le lacrime di coccodrillo dei più abbienti, e via dicendo. Ma non facciamo di tutta l’erba un fascio, perché qualcosa di buono pur sta venendo (v. Futuri Maestri).

Accade quest’anno a Short Theatre, dove i fenomeni di partecipazione hanno caratterizzato buona parte della proposta. Una strana edizione, questa XII, dimessa, quasi stanca, complice anche la follia di aver avuto in contemporanea il suo direttore artistico impegnato ad allestire la prima parte del progettone Ritratto di una Nazione voluto dal sempre più estemporaneo Calbi.

Thomas Hirschhorn Too Too-Much Much (2010) ©Museum Dhondt-Dhaenens, Deurle

Thomas Hirschhorn Too Too-Much Much (2010) ©Museum Dhondt-Dhaenens, Deurle

La percezione diffusa è stata quella di un festival in minore, parco di spettacoli di richiamo, seguito sempre con interesse dalla sua nutrita comunità eppure un po’ spento (va notato che quest’anno Short non rientrava nel pasticciato bando dell’Estate romana firmato Luca Bergamo). Se è vero che i picchi sono mancati, va riconosciuto che si sono avvicendati momenti – magari performativamente piatti ma – da un punto di vista riflessivo-speculativo particolarmente brillanti.

Primo fra tutti sicuramente Trigger of Happiness dei portoghesi Ana Borralho & João Galante. Lo svolgimento è presto detto. Undici più o meno ventenni siedono in proscenio, raccolti lungo una tavola da Ultima cena leonardesca. A turno si passano a mo’ di roulette russa un revolver giocattolo, al cui estremo è legato un palloncino. Quando il proiettile entra in canna, lo scoppio libera una nuvola di polvere colorata che macchia il viso del sorteggiato. Quell’onta si traduce in confessione: nel cane della pistola infatti vi è un foglietto di carta con una breve consegna. Il pubblico non sa, ma a poco a poco che l’adolescente si racconta, intuisce il tema: sesso, religione, scuola, droga, e così via. Finita la libera narrazione (anche se una qualche impalcatura drammaturgica di indirizzo deve esserci), gli altri sono liberi di intervenire. Quando poi dalla regia la musica comincia a sovrastare le voci è segno di ricominciare il giro con un nuovo revolver. Così fino all’ultimo scoppio, per poco meno di due ore.

Ana Borralho & Joao Galante Trigger of Happines. Foto di scena ©Carolina Farina (dettaglio)

Ana Borralho & Joao Galante Trigger of Happines. Foto di scena ©Carolina Farina (dettaglio)

Ora, al di là della questione “è teatro/non è teatro” (rimaniamo pur nella diffusa pratica di un espediente unico reiterato ad libitum – cfr. Santarcangelo), lo squarcio sul presente più “giovane” messo in campo da questo dispositivo è illuminante. Gli undici adolescenti snocciolano con vibrante sincerità numerosi fenomeni da cronaca contemporanea (bullismo, autolesionismo, disorientamento socio-culturale, indifferenza politica, ecc.) acquistando sulla scena, però, un’urgenza a dir poco toccante, senza scadere mai tuttavia nel facile sentimentalismo da tv. C’è una generazione che sta crescendo nella totale indifferenza collettiva, incapace di contestualizzare le proprie incertezze, convinzioni e aspirazioni all’interno di un tessuto sociale. Perché quel tessuto sociale manca. E dovremmo cominciare a prendercene tutti quanti la responsabilità. La loro colpa è il nostro fallimento.

Ana Borralho & Joao Galante Trigger of Happines. Foto di scena ©Carolina Farina

Ana Borralho & Joao Galante Trigger of Happines. Foto di scena ©Carolina Farina

C’è stato poi il curioso caso del Cinéma imaginaire dell’olandese Lotte van den Berg in collaborazione con Deflorian/Tagliarini. Qui la descrizione è ancora più semplice: un piccolo manipolo di spettatori, condotto dai due attori d’eccezione per un quartiere di Roma Sud, viene invitato a girare il suo film. Come? Con gli occhi. Cronometro alla mano, i partecipanti sono invitati a effettuare le loro riprese per sessioni di cinque o dieci minuti, ogni volta accentuando il livello d’attenzione nei movimenti della “macchina da presa”, nella definizione del proprio soggetto o nella messa a fuoco del taglio stilistico. A conclusione, seguirà un momento di raccoglimento, in cui ciascuno – liberamente – effettuerà la propria proiezione, vale a dire racconterà in una sala buia da cinematografo una piccola scena del proprio film personale.

Lotte van den Berg & Deflorian/Tagliarini Cinèma Imaginaire. Foto ©Claudia Pajewski

Lotte van den Berg & Deflorian/Tagliarini Cinèma Imaginaire. Foto ©Claudia Pajewski

Se ai più smaliziati l’azione può parere ora bizzarra ora naif – e va detto che durante le due ore e mezza di processo, il processo stesso non viene mai autoironicamente messo in discussione –, Cinéma imaginaire insegna a riattivare il senso della curiosità, della scoperta, della meraviglia. In una parola: dello sguardo, liber(at)o dai pregiudizi. Si guarda non per apprezzare ma per trovare: una scena, un’intuizione, un nesso; e trovando si ritrova sé stessi nell’atto del guardare, del saper guardare, scagionando la realtà dal nostro sistema di valori. La realtà così riscatta una semplice ma fondamentale dignità, quella di essere inclusa. Torna alla mente il fulminante scambio di battute tra Lavant e Piccoli in quel capolavoro di Carax che è Holy Motors:

M.P.   La bellezza si dice che sia nell’occhio, la bellezza è nell’occhio di chi guarda.

D.L.   E se non c’è più nessuno a guardare?

Lotte van den Berg & Deflorian/Tagliarini Cinèma Imaginaire. Foto ©Claudia Pajewski

Lotte van den Berg & Deflorian/Tagliarini Cinèma Imaginaire. Foto ©Claudia Pajewski

Infine, merita – letteralmente – una nota a margine il progetto della coreografa croata Ivana Müller Notes, ribattezzato in Italia «Margine». Qui di performativo non c’è nulla, è un esperimento potremmo dire «sociale». Un piccolo gruppo di lettori (selezionati dalla realtà ospitante, in questo caso L. Accardo, E. Danco, P. Fallai, V. Roghi, S. Tso) viene chiamato a scegliere un libro di qualsivoglia genere: ciascun partecipante dovrà leggerlo e custodirlo per due settimane, per consegnarlo poi, preferibilmente in un incontro, al successivo. Fin qui, si dirà, nulla di straordinario. No, il punto è un altro. I lettori dovranno intervenire sul testo, appuntando note, scribacchiando considerazioni, lasciando tracce, disseminando domande o anche scarabocchiando disegni. È la cara vecchia pratica dei marginalia, diffusissima nel Sette-Ottocento, ma rintracciabile ancora prima di Gutenberg negli antichi codici miniati, e oggi rediviva tra le biblioteche di periferia, i punti di bookcrossing o le bancarelle dell’usato.

Annotazioni di D. Foster Wallace sul testo Players di Don DeLillo

Annotazioni di David Foster Wallace sulla seconda di copertina di Players di Don DeLillo

Ora, al di là delle specifiche della versione romana e dell’idea (forse utopica) di affidare il libro annotato, mese dopo mese, a un lettore dopo l’altro, per poi rincontrarsi nuovamente alla Biblioteca Vallicelliana di Roma il 17 settembre 2027—perché questo progetto è importante? Perché riattiva il senso di comunità. Crea un margine per l’attesa, per l’ascolto, per il dialogo trasposto, dà vita allo spazio dell’astrazione, del contatto, del desiderio. Uno spazio che – in tempi come questi di perverso progresso, dunque di incitazione frustrante al meglio (perché il meglio è sempre la prossima volta, mai questa) – è felice parentesi di speranza. Non serve a nulla, non risolleverà le sorti di un bel niente, difficilmente diventerà virale—e proprio per questo si fa doppiamente apprezzabile.

Ivana Muller Margine_Roma. Foto ©Matilde Bassetti

Ivana Müller Margine_Roma. Foto ©Matilde Bassetti

Così come questa pacata edizione di Short Theatre. Nessun fenomeno incredibile di cui spettegolare o gongolare nel condominio stretto dell’ambiente teatrale, quest’anno (anche El Conde de Torrefiel, nonostante tutto, ha dimostrato una certa stanchezza creativa). Che peccato. No. Che fortuna. In questo senso crediamo vadano còlti il ritorno del Discorso grigio dei Fanny&Alexander, il corpo sociale del Max Gericke degli Artefatti, l’ironico clubbing socioculturale di Salvo Lombardo, la dissidenza gender dei Motus, le morti assenti/presenti dei Rimini Protokoll o perfino (il disastroso) Anarchy della Societat Doctor Alonso.

Ancora una volta, insomma, Fabrizio Arcuri – insieme a Francesca Coronasi conferma lucido interprete del fragile presente della scena contemporanea (parlava di Nostalgia di futuro due anni fa, di mantenere viva la comunità la scorsa edizione). È mancata un po’ di convinzione, forse, o forse è sopravanzata la diffusa spossatezza del teatro italiano, e, sì, più che in passato ci sono stati passi falsi. Ciò detto, a oggi, Short Theatre continua a rappresentare la realtà romana più lungimirante e uno dei pochi tra i festival “maggiori” italiani in grado di generare comunità.

Ascolto consigliato

La Pelanda | Testaccio | Biblioteca Vallicelliana, Roma – 8, 11, 17 settembre 2017

TRIGGER OF HAPPINESS

ideazione e direzione artistica Ana Borralho & João Galante
disegno luci Thomas Walgrave
suono Coolgate, Pedro Augusto
collaborazione alla drammaturgia Fernando J. Ribeiro
assistenza artistica Alface (Cátia Leitão), André Uerba
performer | un gruppo di 12 giovani adulti di Roma: Andrea Casanova, Carolina Tilde Scimiterra, Chiara Ficarra, Claudia Faraone, Flavio di Paolo, Giulia Venturini, Leonardo Schifino, Mario Vai, Mattia Colucci, Pietro Turano, Lorna Massucci, Riccardo Osti Guerrazzi
organizzazione e distribuzione Andrea Sozzi
produzione casaBranca*
co-produzione Maria Matos Teatro Municipal (Lisboa, Portogallo), Jonk (Jönköping, Svezia), Nouveau Théâtre de Montreuil – CDN (Francia), Le phénix – scène nationale Valenciennes pôle européen de création (Francia)
col sostegno di CM- Lagos, Espaço Alkantara, LAC – Laboratório de Actividades Criativas, SIN Arts and Culture Centre, Companhia Olga Roriz
con il sostegno dell’Instituto Camões e dell’Ambasciata del Portogallo in Italia
*casaBranca è una struttura finanziata dal Ministério da Cultura – Direcção Geral das Artes

CINÉMA IMAGINAIRE

progetto e regia Lotte van den Berg
drammaturgia Sodja Lotker
guide Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
assistente di produzione Martina Ruggeri
una produzione Triennale Teatro dell’Arte, Short Theatre, Teatro Stabile dell’Umbria/Terni Festival in collaborazione con Third Space

MARGINE_ROMA

concept Ivana Müller
annotatori Laura Accardo, Eleonora Danco, Paolo Fallai, Vanessa Roghi, Simone Tso
libro annotato Il Birraio Di Preston di Andrea Camilleri
moderatore Lorenzo Pavolini
coordinamento Giulia Messia
produzione Contemporanea Festival, Operaestate Festival Veneto, Short Theatre, Terni Festival, I’M’Company
nell’ambito del network Finestate Festival e del progetto TransARTE