Guerrilla

Lo spettatore combatte la scena

A Short Theatre 'Guerrilla' dei catalani El Conde de Torrefiel

Il teatro è il luogo (e il modo) dove lo spettatore somiglia all’attore, giacché la fisicità dell’attore, e ancora di più la finzione come successione di azioni reali, gli ricordano continuamente la sua stessa presenza e gli impediscono di dimenticarsi di avere e di astenersi dall’impegnare il proprio corpo.

Piergiorgio Giacchè L’altra visione dell’altro (2004)

Cosa accade quando, seduti in platea, ci si ritrova come davanti a uno specchio?

File di sedie, dapprima vuote, vengono occupate da giovani uomini e donne che scelgono una posizione frontale rispetto allo spettatore, costretto a confrontarsi con l’idea di realtà di cui i due drammaturghi catalani avvertono l’urgenza in scena.

Foto ©Claudia Pajewski

Foto ©Claudia Pajewski

El Conde de Torrefiel, compagnia fondata nel 2010 a Barcellona da Tanya Beyeler e Pablo Gisbert, torna a Short Theatre con uno spettacolo dove la guerriglia cui allude il titolo, è trasferita all’interno della mente. I performer, non professionisti, vengono calati in scenari di vita quotidiana: una conferenza, una lezione di Tai Chi e una serata di musica elettronica diventano momenti di condivisione di un gruppo di persone, le cui storie ordinarie vengono raccontate in maniera asettica da un testo proiettato su uno schermo. Il testo, elemento drammaturgico e scenico autonomo che perturba e stravolge le dinamiche della fruizione, mescola storie di vita quotidiana legate al mondo interiore dei suoi protagonisti a riflessioni storico-economiche, calate in un futuro distopico dove aleggia il pericolo di un conflitto bellico, una minaccia imminente costantemente sottesa.

Foto ©Claudia Pajewski

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E se l’intento è non solo la mera provocazione, ma quello di pretendere dallo spettatore l’osservazione di se stesso nella visione dell’altro, sperimentando l’hic et nunc della rappresentazione teatrale e divenendo egli stesso elemento drammaturgico, allora potremmo dire che l’intento è pienamente riuscito.

L’intero dispositivo scenico viene tenuto insieme dal collante sonoro: la voice over che introduce gli astanti alla conferenza, dapprima rassicurante, subisce distorsioni acustiche, assordanti e perturbanti, fino a coinvolgere la mente e il corpo dello spettatore come davanti a una prova iniziatica, per accedere ad un significato altro.

Il rave party diventa un’ultima esplicitazione della dicotomia tra mondo individuale e collettivo, quasi a sancire quell’idea di solitudine insita nel genere umano, che poco ci piace condividere. Il percorso della compagnia subisce l’eco della poetica dell’autore (Michael Haneke) che El conde de Torrefiel elegge a proprio maestro e al quale dedica uno spettacolo: Escenas para una conversación después del visionado de una película de Michael Haneke. Tanya Beyeler e Pablo Gisbert diventano a loro volta attenti osservatori e spettatori di quel particolare modo di costruire le immagini, iscrivendole in un contesto ordinato, a cui è sotteso una violenza velata e silenziosa.

Foto ©Claudia Pajewski

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E ancora, parlare di Guerrilla non può prescindere dal riflettere sull’equazione tra antropologia e teatro, riecheggiando il lavoro portato avanti dalla compagnia FFF, anch’essa catalana, diretta da Roger Bernat, che nasce nel 2008 con lo spettacolo Domini Públic, segnando una vera e propria svolta nella storia del teatro partecipativo di Barcellona. E anche la ricerca di El Conde de Torrefiel arriva a pensare il superamento della figura professionale dell’attore, e a riformulare il confronto convenzionale tra spettatore e performer, insieme ai codici linguistici dello spettacolo. Forse ci troviamo dinanzi a un tentativo di ri-educazione dello spettatore alla funzione del teatro come specchio della realtà ma soprattutto dell’uomo, inteso sia come singolo individuo (in quanto la riflessione è un atto privato) sia come collettività (in quanto le domande che l’uomo si pone sono universali, comuni a tutti gli esseri umani). Così gli spettatori assurgono a ruolo di protagonisti, in una sorta di reinterpretazione della definizione-capostipite dello spettatore come “quarto creatore” suggerita da Mejerchol’d.

Foto ©Claudia Pajewski

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E per comprendere, forse sentire, se qualcosa è veramente “accaduto”, c’è solo un test che si può applicare a qualsiasi forma di teatro: quando lo spettatore esce dallo spettacolo con più speranza di quando è entrato.

Ascolto consigliato

Teatro India, Roma – 7 settembre 2017