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L’arte di mettere in scena la guerra

Dunkirk, un film che , piaccia o meno, segna un punto di svolta nel cinema contemporaneo

Molte cose sono state dette su Dunkirk e sicuramente molte ancora ne verranno dette, non solamente in previsione dei tanto ambiti premi Oscar per alcuni dei quali, presumibilmente, il film concorrerà, ma per il ruolo che potrebbe ricoprire all’interno del panorama cinematografico contemporaneo. Innanzitutto la sua “aura” da grande evento non è data esclusivamente dalla nomea e la grandeur del suo autore, Christopher Nolan, tra i più blasonati e noti registi angloamericani, così come tra i più importanti, grazie alla cui attitudine ed estro, dimostrata nel destreggiarsi all’interno di diversi generi cinematografici (cine-comic, fantascienza, e ora war movie), è stato designato come erede addirittura di Stanley Kubrick.

In questo caso, a rendere l’uscita di Dunkirk un evento ancora più atteso è la natura del suo formato kolossal, girato interamente su pellicola 70mm, 70% IMAX70 a 15 perforazioni per fotogramma, 2.40:1 ratio (in Italia sono stati solo l’Arcadia di Melzo e la Cineteca di Bologna a proporlo in pellicola, non però in formato IMAX), un unicum per definizione e dettaglio d’immagine ineguagliabile nella storia del cinema, nonostante i casi precedenti in celluloide. Partendo, anche, dalle parole dello stesso Nolan che andando contro la politica distributiva di Netflix aveva ribadito l’importanza della visione in sala, il dibattito intorno al film, prima ancora che questo uscisse o prima che se ne potesse parlare direttamente (per motivi di embargo in Italia), si era principalmente focalizzato proprio sui modelli di fruizione dei prodotti cinematografici, così come sull’importanza di ritornare al cinema in pellicola. Appurando il fatto inesorabile del cambiamento del paradigma della spettatorialità, dal momento che ormai la maggior parte del pubblico si serve di altri strumenti e luoghi di fruizione, non è così blasfemo dire che alcuni film “meritino” più di altri le condizioni canoniche di esibizione del cinema, in una sala cinematografica, anziché sul proprio laptop o televisore di casa. In realtà non il punto non è tanto se un film sia più o meno degno di meritarsi l’etichetta “da vedere assolutamente al cinema”, quanto se il film concentri tutti gli sforzi sulla spettacolarità delle immagini oppure rifletta sul dispositivo stesso e sulla natura dell’esperienza cinematografica.

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Il film parte da un fatto storico, nella primavera del 1940, quando 400 mila soldati britannici rimasero incalzati sulla spiaggia di Dunkerque in Francia, a seguito dell’offensiva dell’esercito tedesco, in attesa di essere portati in salvo attraverso il canale della Manica. Un’evacuazione rocambolesca e disperata (detta anche Operazione Dynamo), portata a termine specialmente grazie all’impiego di imbarcazioni di civili, data la difficoltà delle navi da guerra di attraccare al pontile, ormai distrutto dal fuoco nemico. Nolan in realtà non sembra particolarmente interessato a raccontare l’evento storico in sé, così come ad adottare una maniacale ricostruzione storiografica, né di lanciare particolari messaggi morali o propagandistici. Non viene mai mostrato direttamente il nemico, non c’è nessun conflitto o battaglia in campo aperto che vede coinvolti migliaia di uomini pronti a morire per la patria. Si tratta di una vera e propria fuga, non certamente nobile ed eroica ( l’esercito britannico lasciò intenzionalmente indietro quello francese) che, tuttavia, si trasformò in un’importante vittoria morale. Una vicenda il cui senso venne esaltato dalle parole di Winston Churchill, come si vede nel finale, capace di trasformarla in leggenda (un meccanismo già messo in scena nella trilogia nolaniana del Cavaliere Oscuro), impressa a fuoco nella memoria storica degli inglesi.

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In Dunkirk il racconto diventa evento a sé stante, svincolato dal tempo della Storia, procedendo in maniera frammentaria (la manipolazione temporale della narrazione è una cifra distintiva, e ossessione, di tutto il cinema di Nolan) seguendo tre diverse linee temporali che si intrecciano e accavallano: una settimana sulla spiaggia francese dove i soldati attendono le imbarcazioni per tornare in Inghilterra; un giorno in mare dove un coraggioso civile, Mr. Dawson (Mark Rylance) con la propria imbarcazione naviga verso la spiaggia deciso a prendere parte alla missione di salvataggio; un’ora in aria del pilota inglese Farrier (Tom Hardy) che difende le navi dal bombardamento dei tedeschi. Abbandonando coordinate spazio-temporali e svuotato da elementi di stroytelling e di sceneggiatura – pochissime linee di dialogo, nessun approfondimento dei personaggi o backstory, che avrebbero necessariamente rallentato e ostacolato il flusso allentando la tensione – il film si concentra sull’attesa che lega il destino delle truppe in un unico terzo atto che consiste in un costante climax.

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Le musiche incessanti, che coprono letteralmente l’intera durata del film, e martellanti di Hans Zimmer sono il vero motore che scandisce e regola il ritmo dell’azione, la suspense, avvolgendo e immergendo lo spettatore nella visione, nei luoghi mostrati, nella spiaggia sotto il bombardamento nemico, nella stiva di una nave mentre questa affonda o su un caccia in volo. Mettere in scena la guerra attraverso un’esperienza multisensoriale, dal formato al montaggio, dall’impianto sonoro ai campi lunghissimi, che naturalmente si discosterà da quella provata da chi la battaglia l’ha vissuta realmente ma che utilizza e riflette sulle potenzialità e gli strumenti del mezzo cinematografico.

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Un war movie atipico, non codificabile, anomalo, imparagonabile ai classici precedenti, in linea con un certo tipo di spirito del cinema contemporaneo che manipola i codici narrativi hollywoodiani, svelando fin da subito le proprie intenzioni nel fornire un’esperienza immersiva, stordente, che investe lo spettatore trascinandolo in un vortice inarrestabile di tensione (Gravity, Mad Max; Fury Road, ad esempio). Un mosaico dai colori freddi (marrone/grigio/blu/nero), acceso dal rosso del fuoco che divampa, la cui struttura (troppo?) perfetta, ad orologeria, sembra non lasciare tempo e spazio allo spettatore di riprendere fiato e ragionare sugli eventi, come i soldati continuamente presi alla sprovvista dall’offensiva nemica. Un grande bluff, un film per “gonzi di destra”, un capolavoro, il miglior film di guerra mai realizzato: è stato detto, più o meno giustificatamente, di tutto su Dunkirk, un film che, tuttavia, piaccia o meno, convinca o meno, segna un punto di svolta nel cinema contemporaneo, un termine di paragone con cui bisognerà fare i conti in futuro.

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