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Mad Max: Fury Road – George Miller

Meraviglioso caleidoscopio di immagini, suoni, metallo, sangue e fuoco. Il trionfo di George Miller, che si riappropria della sua splendida creatura, ma anche di trent’’anni di cinema (e non) post-apocalittico. Il ritorno di Mad Max si realizza in questo Fury Road, un reboot che riavvia la serie per un’’eventuale futura nuova trilogia. La produzione del film è ad altissimo budget e si discosta quindi dalle produzioni originali che rasentavano la serie B, di queste ultime mantiene però lo spirito folle e la vena goliardica. Ricompare il futuro distopico e apocalittico che ha ispirato una miriade di film (1997: Fuga da New York), di anime (Ken Il Guerriero) ed ha influenzato l’’immaginario collettivo postmoderno che va da Terminator a I guerrieri della notte.

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Lo scenario è quello di un’’apocalisse dalle sembianze bibliche in cui dimora Max (Tom Hardy degno erede di Mel Gibson), donatore universale, sacca di sangue portatile di Nux, novello Virgilio che accompagnerà il Nostro in questo viaggio di redenzione e vendetta. Nux è uno dei tanti Figli della Guerra, piccoli soldati malati (con tanto di bubboni da peste dovuta probabilmente alla vendetta di Dio), splendidi Gollum in attesa del promesso posto nel valhalla/paradiso, tutti figli di Immortal Joe. Quest’’ultimo è il leader di un regime totalitario nel deserto: la Cittadella. Joe mette incinta le infinite mogli per assicurarsi un esercito invincibile e detiene il potere in virtù del fatto che è il custode di benzina, acqua e latte materno che assumono, in questo presente, dei connotati divini. Ma la vera protagonista della pellicola è femmina, l’’imperatrice Furiosa, interpretata dalla guerriera con un solo braccio Charlize Theron, che tradisce Joe e scappa dalla Cittadella in compagnia delle Cinque Mogli. Le bellissime “Femen del deserto” portano in grembo i figli sani dell’’uomo tiranno che le tratta come oggetti, le attiviste decidono quindi di ribellarsi e fuggire alla ricerca della terra verde.

Fury Road è una disperata corsa verso la libertà, verso una terra promessa, una corsa spietata, senza esclusioni di colpi, violenta, con la continua e costante presenza (anche fisica) di chitarre sputafuoco e percussioni volte a scandire l’’incessante errare di questi rimasugli della civiltà. Un viaggio con varie tappe, in cui s’incontrano terroristi incappucciati a cavallo di moto da corsa e valchirie femministe su due ruote. I Figli della Guerra sono uomini pronti a combattere e ad uccidere per divertimento e per onorare un capo. Dunque, se è pertinente la rilettura delle immagini in chiave sociale e antropologica, un po’’ come ha fatto George Romero con i suoi zombie, è possibile interpretare il viaggio a ritroso che si compie a metà film come un augurio. Un ritorno sui propri passi è auspicabile per George Miller? L’’unico sentiero che conduce alla sopravvivenza è il ritorno a casa, dove c’è il despota da sconfiggere (e la libertà da conquistare) o dove l’’autore ritrova, a trent’’anni di distanza, il film che lo ha consacrato al cinema mondiale.