The Maze Runner, 2014

Maze Runner – Il labirinto – Wes Ball

Sembra che i film d’avventura ambientati in un futuro distopico, nel quale adolescenti bellocci si ribellano a un governo dittatoriale, stiano cominciando a somigliarsi un po’ tutti. Ogni nuova uscita viene accompagnata da un dejà-vù generale, l’impressione di essere già passati di qui. Viene da domandarsi quante volte ancora dovremo tornarci.

Sulla scia di blockbuster come Hunger Games e Divergent, arriva in Italia Maze Runner – Il labirinto, diretto da Wes Ball, nelle sale dall’8 ottobre. Basato su una trilogia di libri sci-fi molto popolare tra i giovani statunitensi, il film racconta la storia di un gruppo di ragazzi che si risveglia nel mezzo di un labirinto in costante trasformazione, dal quale è possibile scappare solo dopo averne decifrato gli enigmi.

Dura essere adolescenti nel 2014. Quando i vostri genitori andavano al cinema, si spaccavano di risate con Fantozzi o John Hughes. Oggi Hollywood vi vuole morti. Il gruppetto di adolescenti è sorprendentemente privo di istinti sessuali e, a differenza degli altri franchising citati, qui è assente una qualsiasi parvenza di sottotrama romantica. L’unica figura femminile (interpretata da Kaya Scodelario) ricopre un ruolo marginale, lasciando al poco ispirato manipolo di maschietti il compito di trascinare stancamente la trama da una sequenza d’azione all’altra.

Versione bignami de Il signore delle mosche, la pellicola offre più di una chiave di lettura: il labirinto è un’allegoria della pubertà, e i protagonisti, orfani sul grande schermo, fanno da specchio a un pubblico di teenager che, escludendo gli adulti dall’intimità delle proprie vite, diventa orfano a sua volta – nel momento in cui, più che mai, avrebbe bisogno di guida da parte di coloro che il labirinto lo hanno affrontato, sopravvivendo per raccontarlo.

Il regista sembra affamato di qualsiasi cosa venga fatta al computer, ingozzandosi al buffet degli effetti visivi, anziché sforzandosi di tenere in riga la storia. Per qualche motivo inspiegabile, d’un tratto Ball ci spinge affannosamente verso un banale scontro conclusivo che sembra estrapolato da un altro film e incollato goffamente sulla pellicola sbagliata, nel tentativo di offrire una para-spiegazione.

Se vi dicessi che il finale rimane tanto aperto da rendere inevitabile un’ondata di sequel, so già cosa penserete. Penserete di essere già passati di qua. Dejà-vù. La domanda è: quante volte ancora dovremo tornarci?