Annabelle

Annabelle – John R. Leonetti

Mia e John Form vivono di un amore sereno, in attesa di un figlio che potrà ulteriormente rinforzare il loro amore. Un brutto giorno, i due, svegliati nella notte da rumori sospetti, subiscono la violenza di una coppia di satanisti, che uccidono i loro vicini di casa, rimanendo poi vittime della polizia, accorsa sul luogo del delitto. Annabelle, una dei due carnefici, morirà abbracciata a una bambola che, dopo questo evento, finirà per essere posseduta da un oscuro e violento spirito demoniaco, assetato dell’anima dei viventi.

Prendiamolo per quello che è: uno spin off del fortunato The Conjuring. Un horror di mestiere, ispirato al film culto Rosemary’s Baby, di Roman Polanski. Un prodotto di genere, finalizzato al puro intrattenimento. Accompagnato da queste premesse, Annabelle si può anche descrivere come un discreto film, avendo dalla sua alcuni pregi a mio avviso rari per questa tipologia di film, primo fra tutti il senso della misura.

John R. Leonetti, regista di un paio di film senza pretesa di essere ricordati, costruisce una storia equilibrata, che introduce gli elementi horror senza eccedere in presenze demoniache né in spargimenti di sangue. La bambola (assassina) è piuttosto inquietante, così come la vicenda, resa ancor più emotiva dalla presenza della protagonista incinta. Anche se i protagonisti non brillano per carisma e personalità, il film si fa notare per un gusto estetico raffinato, grazie all’ambientazione negli anni Cinquanta che rivela l’esperienza passata del regista come direttore della fotografia di alcuni film e serie televisive. Buona anche la regia, che dosa sapientemente le inquadrature, i silenzi, i rumori e i colpi al cuore, riuscendo a creare tensione senza abusare del buio, quale alleato della paura.

Tra i temi che aleggiano e danno un “senso” alla storia, vi è quello del sacrificio salvifico che libera dal male, quello del demonio, cornuto e assetato di anime, e quello del male stesso, che se è impossibile da estirpare, può comunque essere contenuto. Dopo ’90 minuti il film termina, mostrando anche in questo caso il senso della misura, evitando allo spettatore noiose e consuete ripetizioni tipiche dell’horror, come mostri che non muoiono, resurrezioni miracolose o finali con evidenti inviti a sequel più che scontati. Bravo quindi a Leonetti per questo buon esercizio di genere.