Foto ©Fotokune Rid

Urban Spray Lexicon Project – Ateliersi

È una città instabile, pericolosa, quella che è tappezzata di scritte murarie.
Andrea Mochi Sismondi

I graffiti sono ovunque nella città: sui muri, nei bagni pubblici, dentro gli autogrill. La loro urgenza spesso travalica il confine della legalità. A volte è un urlo disperato di amore, altre volte sono scritte di carattere sessuale o di denuncia verso la politica, ma possono essere anche tracce volutamente enigmatiche, comprensibili soltanto a chi scrive. Che siano divertenti o amare, impegnate o volgari, lo scopo è quello di trasmettere un messaggio, di far sì che quelle frasi non rimangano nell’intimità e nell’anonimato, di darle in pasto al mondo”: poter instillare quel pensiero germinale nella mente di chi le osserva, colpirlo nel profondo se possibile e rendere quella frase anche del suo patrimonio. Le scritte sono anonime e non richiedono risposta, eppure, proprio per questo, il loro contenuto si fa universale e quindi portavoce di una collettività. Ecco allora che il rapporto tra pubblico e privato si ridisegna in un modo originale, del tutto inatteso.

Questo aspetto rappresenta un nodo fondamentale di Se la mia pelle vuoi, spettacolo che, insieme a Freedom has many forms e Boia forma il progetto Urban Spray Lexicon Project del collettivo di produzione artistica Ateliersi. Il gruppo bolognese si propone, infatti, di far dialogare il linguaggio performativo con discipline quali l’antropologia, la letteratura, le arti visive e la musica, per esplorare attraverso diversi approcci le inquietudini del nostro contemporaneo. Urban Spray Lexicon Project è un percorso che indaga, raccoglie e si appropria delle scritte sui muri per scandagliare il rapporto tra la fissità delle scritte e la loro intrinseca caducità, e dunque la relazione tra ambiente urbano, individuo e società.

Se la mia pelle vuoi rappresenta proprio il tentativo di leggere i graffiti in chiave drammaturgica e di inserirli in un contesto performativo. Ciò che Ateliersi vuole esplorare è il pensiero che precede la scritta, quella scintilla che lo fa scaturire, partendo appunto da quel rapporto anomalo tra pubblico e privato, poiché la voce della scritta anonima si mescola a quella del quotidiano. In un ambiente molto suggestivo, fatto di luci in penombra che contrastano con palloncini bianchi che si stagliano verso l’alto, il pubblico si fa subito voyeur di un dialogo di coppia, che ha luogo fuori scena. È una conversazione molto intima, al tempo stesso però familiare, riconoscibile da tutti come qualcosa di vissuto. Alle confidenze del dialogo segue poi l’enunciazione delle scritte sui muri raccolte dal collettivo che Fiorenza Menni interpreta accompagnata da chitarra e batteria: sono parole dal forte impatto sonoro, che l’attrice riesce a trasformare quasi in frammenti poetici, toccanti a loro modo – stralci di pensiero che dall’esperienza personale del writer passano direttamente alla nostra.

Foto ©Ilaria Scarpa

Urban Spray Lexicon Project, inoltre, si nutre anche di osservazione e studio teorico. Si tratta della lezione-performance Freedom has many forms, tenuta da Andrea Alessandro La Bozzetta, prologo o post(f)azione allo spettacolo che ripercorre la storia dei graffiti, dalle origini fino ai nostri giorni, attraverso spezzoni di film, immagini e video. Si parte dalle scritte blasfeme della Roma del IV secolo, avventurandoci poi tra i muri del Sessantotto parigino, dove nasce il segno anarchico che sapoiin seguito prestato alla moda e alla musica (come fece Kurt Cobain nel video di Smells like ten spirit), per giungere al restauro del Reichstag di Berlino, dove Norman Foster decide di conservare intatte le scritte lasciate dai soldati sovietici. I graffiti sono stati utilizzati nei campi più disparati: dalla propaganda al marketing, dalla moda all’arte, e ad emergere ogni volta è proprio la volontà comune di superare la soglia dell’intimità per far arrivare un messaggio che vuole imprimere un’azione fortemente collettiva.

Le scritte murali rappresentano, insomma, un flusso spontaneo e inarrestabile, che esiste da sempre e da sempre si fa portavoce delle inquietudini e dei cambiamenti sociali (nonché linguistici) di una comunità. Un fenomeno che diventa parte stessa dell’architettura di una città e spinge ad interrogarsi su cosa c’è oltre quel muro, su cosa possiamo trovare di noi stessi dietro quelle scritte. Tutti quesiti cui Ateliersi cerca di stimolare l’esigenza di una risposta.

Angelo Mai, Roma – 13 febbraio 2015

In apertura: Foto di ©Fotokune rid