Alfredo Jaar The Eyes of Gutete Emerita (1996). ©Speed Art Museum, Louisville, Kentucky

Quale tecnologia per la scena contemporanea?

Applicazioni e limiti con Ateliersi, Teatri di Vita, Archivio Zeta, Sieni e Cuticchio

Se c’è una cartina tornasole buona a rassicurarci che, sì, dopotutto, siamo più evoluti dei nostri predecessori, questa è sicuramente la cosiddetta tecnologia. Oggi la chiamiamo addirittura «alta», casomai non suonasse abbastanza avveniristica, ricalcando in questo il modello spaccone made in USA che tanto ci fa sbavare per le innovazioni di Cupertino.

Apertura Apple Store a Shanghai. 10 luglio 2010

Apertura Apple Store a Shanghai. 10 luglio 2010

Perché l’hi-tech, poi, non è che di per sé ci serva, è che ci deve servire: prima viene l’offerta poi la domanda, sennò chi se la compra? E a rendere l’assuefazione ancora più stringente ci pensa l’obsolescenza programmatica: il nuovo si inceppa presto? non puoi più aggiornarlo? serve più spazio? Nessun problema: butta via tutto e corri a comprare l’ultimo, nuovo, nuovissimo modello. Più facile di così!

Forse sarebbe meglio chiamarla circonvenzione di incapace. Ma comunque.

Occorre farla finita con le false innocenze, con la favola della tecnica «neutrale» che offre solo i «mezzi» che poi gli uomini decidono di impiegare nel bene o nel male. La tecnica non è neutrale perché crea un mondo con determinate caratteristiche che non possiamo evitare di abitare e, abitandolo, contrarre abitudini che ci trasformano ineluttabilmente.

— Umberto Galimberti  Psiche e techne (2000)

Nam June Paik Candle in TV Case (1975). © Paik, Nam June

Nam June Paik Candle in TV Case (1975). © Paik, Nam June

Il dubbio allora viene: da quando siamo diventati così istericamente tecnologici, la vita è migliorata? Se una casalinga media oggi ha una potenza tecnologica pari alla forza di «trentatré schiavi» (De Masi), se «il nostro consumo quotidiano di idrocarburi equivale al lavoro quotidiano di più di 300 milioni di esseri umani, come se ogni abitante della terra avesse a disposizione cinquanta schiavi» (Latouche)—quanto ci costa in realtà quest’affrancamento dalle fatiche? Quale parte di noi stiamo contrabbandando in cambio di tanto agio?

Alfredo Jaar The Silence if Nduwayezu (1997). Ph ©Finnish National Gallery, Petri Virtanen

Alfredo Jaar The Silence if Nduwayezu (1997). ©Finnish National Gallery, Petri Virtanen

Guardare al teatro ci può aiutare a formulare risposte. A tentare, per lo meno. Anche perché oltre a offrire rappresentazioni, ovvero duplicati immaginari o immaginabili dai quale trarre riflessioni potenzialmente critiche, esso stesso, a sua volta, si giova di tecnologie. Sia il meccanico salire e scendere dalla graticcia delle pulegge, sia il ricorso a luci, casse, campionature, proiezioni, videomapping, il teatro vive di espedienti scenotecnici.

A volte può rimanerne intrappolato, limitandosi a un uso puramente decorativo; alle altre può metterli in crisi, o quanto meno in rilievo, così che la loro presenza vada oltre l’effetto (cfr. teatro di figura).

Foto di scena ©Ex Machina

Robert Lepage 887. Foto di scena ©Ex Machina

Insomma, perché a teatro si ricorre alla tecnologia? e come? Vediamo qualche recente produzione.

Ateliersi e la realtà distopica dei social network

Partiamo dal duplicato più affermato e pervasivo degli ultimi dieci anni: i social network. Sulla scena teatrale ormai prolificano gli spettacoli che di riffa o di raffa ne criticano o mutuano le dinamiche. Se inizialmente, però, il cosiddetto 2.0 consentiva una messa in vetrina delle proprie confessioni o delle proprie vanità, ora la direzione si sta invertendo.

iHeart Nobody likes me (2014). Vancouver, Canada

iHeart Nobody likes me (2014). Vancouver, Canada

Non più la realtà viene trasferita nel virtuale ma il virtuale riversa le sue dinamiche nella realtà—alterandola. Insomma, se già la tv commerciale aveva trasformato la realtà costruendone una ad hoc, più bella, più sfavillante, da tutti desiderabile, ora è come se ciascuno fosse una tv indipendente, che ancheggia e ammicca come una puttana (meretrice, pardon) per attrarre quanti più sguardi e clienti possibili.

Mr Thoms Like a Vision (2014). Ferentino (FR) ©Mr Thoms

Mr Thoms Like a Vision (2014). Ferentino (FR) ©Mr Thoms

E che questo modello culturale stia influenzando profondamente le relazioni sociali lo evidenzia bene lo spettacolo In your face dei bolognesi Ateliersi.

Apparentemente abbiamo una relazione sentimentale differita dal mezzo tecnologico (Messenger™, Whatsapp™, «commenti»): Fiorenza MenniAndrea Mochi Sismondi non sembrano incontrarsi mai. Lei evoca avventure erotiche nei suoi post, lui immagina e desidera, vagheggiando la “realtà” realizzarsi.

Ci figuriamo si incontrino anche fuori dal medium, ma assistiamo voyeuristicamente solo alla narrazione transmediale: come giustamente nota Laura Gemini, «interagiscono “privatamente in pubblico”». E così a Centrale Preneste (festival Teatri di Vetro), la scena è immersa nella semioscurità, nessun arredo particolare, solamente un bagliore bluastro.

Ateliersì In your face. Foto di scena ©Luca Del Pia

Ateliersi In your face. Foto di scena ©Luca Del Pia

È l’alone di quei dispositivi diventati sempre più pròtesi del nostro corpo. Uno schermo che è finestra e tagliola, che assorbe la realtà e la intrappola nelle sue forme, trattenendo lo sguardo su qualcosa che non è né vero né falso: è virtuale.

David Cronenberg Videodrome (1983)

David Cronenberg Videodrome (1983)

E non a caso In your face ripercorre in sottotraccia il dramma del 1932 Trovarsile maschere identitarie di Pirandello in fondo (in quel caso l’identità differita di un’attrice) erano già un’anticipazione dell’avatar contemporaneo.

Chi è a parlare quando io parlo? che faccia ho sulla mia? quale parte di me espongo? E soprattutto: a forza di confezionare un’apparenza, di me che cos’è che rimane?

Ateliersì In your face. Foto di scena ©Luca Del Pia

Ateliersi In your face. Foto di scena ©Luca Del Pia

Così la negazione spettacolare di Ateliersi, pur soffrendo di staticità, reintreccia la poetica pirandelliana sviluppandone tecnologicamente l’intuizione ironica. Se l’ironia è quell’espediente retorico che ci porta a dire una cosa affinché quella stessa cosa non venga presa per vera confidando che il nostro interlocutore intuisca, vada oltre, e stabilisca con noi un’intesa segreta, sottile, inconfessata; allo stesso modo la compagnia bolognese ci impone una serie di immagini sempre più discutibili, incredibili, ridicole o inquietanti (come la carrellata di teneri gattini patinati prima, escoriati poi)

Ateliersì In your face. Foto di scena ©Luca Del Pia

Ateliersi In your face. Foto di scena ©Luca Del Pia

che nella loro stratificazione, proprio perché innescano una continuità dunque una storia (e non una presentazione estemporanea e decontestualizzata come lo «scroll» disorganico di Facebook), aprono una crepa nella nostra percezione, incrinano la realtà – oggettiva o artefatta che sia –, lasciando che finalmente, da quella stessa realtà, erosa, si schiuda ciò che Lacan chiamava «il Reale».

Ero perduta, caduta, mi sentivo tirare giù, giù, dal pubblico che mi mancava […] E d’improvviso, io non so, uno scatto qui dentro, e la liberazione! Ho dimenticato tutto – mi sono sentita prendere, prendere, sollevare – ho riavuto tutti i miei sensi, l’udito perduto, mi s’è fatto tutto chiaro, e sicuro, sicuro – ho riavuto la vita, ma così piena, così piena e così facile – in una soddisfazione di tanta ebbrezza, di tanta felicità, che ho sentito tutto accendersi, accendersi e vivere e sollevarsi con me!
[…]
E questo è vero… E non è vero niente… Vero è soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova.

Luigi Pirandello Trovarsi (Atto III)

I limiti dell’immediatezza secondo Teatri di Vita

Se i social network hanno creato piazze virtuali in cui pubblic(at)o e privato, ufficiale e ufficioso, simbolico e immanente si sovrappongono confondendosi con grande compiacenza dei loro azionisti

Siamo noi utenti che gratuitamente lavoriamo per queste imprese planetarie fornendo loro dati che sono la materia prima delle loro smisurate fortune. A esse bastano solo pochi dipendenti per organizzare il nostro lavoro volontario, accumulare le informazioni che noi forniamo e rivenderle.

— Domenico De Masi Lavorare gratis, lavorare tutti (2017)

le più recenti tecnologie hanno comportato anche un notevole cambiamento nei ritmi di vita.

Banksy Follow your dreams (2010). Boston, Massachusetts

Banksy Follow your dreams (2010). Boston, Massachusetts

Dall’invenzione della radio (che fu di Tesla, non di Marconi, facciamocene una ragione) all’avvento dell’era digitale, la trasmissione di dati e informazioni ha superato i limiti fisici dell’uomo.

È subentrata l’immediatezza: niente più lungaggini, intoppi, tempi di attesa, in un istante si può abbattere qualunque barriera naturale ed entrare in connessione. O giù di lì. Il fatto però è che da possibilità, questo lusso, si è trasformato in necessità. Tanto più è gratis, tanto più lo usi. Ma ne abbiamo davvero bisogno?

Eppure la tecnologia doveva servire ad affrancarci dal labor per coltivare finalmente l’otium, per dedicarci cioè alle nostre inclinazioni creative o spirituali, e invece è accaduto che quel tempo guadagnato grazie all’avanzamento tecnologico lo abbiamo reinvestito, sfruttandolo fino all’ultimo secondo, in una dissennata speculazione di stampo capitalista che ci ha reso nuovamente servi come prima della rivoluzione industriale—stavolta però, paradossalmente, servi di noi stessi: servi liberi e democratici.

Banksy Let Them Eat Crack (2008). Manhattan, New York

Banksy Let Them Eat Crack (2008). Manhattan, New York

Questo aspetto entra in campo nel nuovo spettacolo di Teatri di Vita Chiedi chi era Francesco. Il presupposto è la storia di Pier Francesco Lorusso, militante bolognese di Lotta Continua ucciso nel ’77 all’età di neanche 25 anni da un colpo di beretta deflagrato l’11 marzo da un carabiniere di leva in seguito agli scontri fra il servizio d’ordine di Comunione e Liberazione e il Movimento del ’77. Omicidio cui seguiranno giorni di guerriglia urbana.

Rosso n. 17/18 (marzo 1977). Milano, Gruppo Gramsci.

Rosso n. 17/18 (marzo 1977). Milano, Gruppo Gramsci.

Ma torniamo alla tecnologia. Andrea Adriatico, pur tenendo una posizione partigiana com’è tipico del suo teatro politico, tenta di ricostruire la vicenda come un mosaico di testimonianze. «Un teatro senza volto» lo definisce Andrea Pocosgnich. Al centro di tutto infatti sono i mezzi di comunicazione. Qui non c’è azione, tutto è già accaduto, irrimediabilmente accaduto.

Al Vascello di Roma, scorrono davanti ai nostri occhi le foto di quei giorni, degli scontri, delle riviste d’epoca: proiettate, a campo totale, sull’alta parete verticale a pochi passi dalla platea che domina l’intera scena.

Teatri di Vita Chiedi chi era Francesco. Foto di scena ©MIchele Tomaiuoli

Teatri di Vita Chiedi chi era Francesco. Foto di scena ©Michele Tomaiuoli

Qui, su questo muro, sulla superficie della rievocazione, la realtà viene scavata: la storia come un antro di verità va ricavandosi una sua nicchia. In questa stanza è ritagliata una piccola radiostazione. Nei panni di speaker, Olga Durano, sempre di spalle, racconta quei fatti di marzo. Ed ecco il dato per noi più interessante. Se il rispetto impone che quella tragedia non si risolva in scenetta per le nostre lacrime di coccodrillo, il regista decide di chiamare in causa gli attori fuori dal teatro.

Teatri di Vita Chiedi chi era Francesco. Foto di scena ©MIchele Tomaiuoli

Teatri di Vita Chiedi chi era Francesco. Foto di scena ©Michele Tomaiuoli

Collegati in diretta videostreaming, li seguiamo nei panni di radioascoltatori, immersi nel loro quotidiano, mentre tentano di riconnettersi alla storia, minuscola e maiuscola. Ma come noi che, potenzialmente rimbambiti al pari di un telespettatore sul divano, ce ne stiamo in sala a vederli/ascoltarli senza che siano davvero presenti, anch’essi nella loro visibile assenza riflettono un senso di alienazione.

Thomas Hirschhorn Pixel-Collage n°10 (2015). Foto di Florian Kleinefenn. ©Thomas Hirschhorn || Galerie Chantal Crousel, Paris

Thomas Hirschhorn Pixel-Collage n°10 (2015). Foto Florian Kleinefenn. ©Thomas Hirschhorn || Galerie Chantal Crousel, Paris

Con uno scarto tecnologico di fine intuizione, seppur congelando l’accadimento teatrale, Adriatico ci mostra hic et nunc attraverso questo espediente che, sì, saremo anche tutti connessi ma siamo anche tutti irrimediabilmente scollegati: senza Storia, senza passato, quindi senza avvenire. E che dunque, forse, soltanto attraverso un’opera di rinnovata eredità, consapevole, possiamo ritrovare un senso al nostro vivere: un’identità (cfr. To be or not to be Roger Bernat).

Si badi bene: identità storica non identità politica.

Teatri di Vita Chiedi chi era Francesco. Foto di scena ©Michele Tomaiuoli

Teatri di Vita Chiedi chi era Francesco. Foto di scena ©Michele Tomaiuoli

Ritorno alla sostanza tecnologica con Archivio Zeta

Come si fa allora ad ereditare?

Forse ripartendo, meglio, riattingendo a una tecnologia più antica, più profonda, più radicata nella storia dell’uomo, una tecnologia fatta di materia solida, concreta, materia viscosa, ruvida, lontana dal lucido patinato dell’apparenza da mercato, una materia che sia sostanza.

Alberto Burri A.1 (1953) ©Tornabuoni Arte, Firenze

Alberto Burri A.1 (1953) ©Tornabuoni Arte, Firenze

Sembra questo il percorso cui conducono Archivio Zeta con il loro Vizio di forma (prima tappa del progetto AREADIBROCÀ). Una produzione che nasce nuovamente indipendente dopo l’esperienza pratese (Plutocrazia non ha avuto distribuzione) e che grazie alla collaborazione con ERT ha visto una felice tenitura estesa alle Moline di Bologna, con numerose occasioni di incontro e approfondimento pre- e post-spettacolo, com’è tipico dei processi “diffusi” della compagnia (v. La Zona Grigia con le scuole).

Archivio Zeta Vizio di forma. Grafica ©Web Logo Design

Archivio Zeta Vizio di forma. Grafica ©Web Logo Design

L’ispirazione è Primo Levi: il Primo Levi chimico e scrittore, come tiene a ribadire la compagnia, non l’autore antologico liquidato a testimone dell’Olocausto. Levi infatti era uomo di scienze – al plurale –, mosso cioè da una curiosità empirica che lo portava a sperimentare con le parole come faceva, di mestiere, con i polimeri.

Nulla è piú vivificante di un’ipotesi

Primo Levi Verso occidente, in Vizio di forma

Primo Levi nel laboratorio della Siva (1985). Foto ©Collezione Bernard Gotfryd

Primo Levi nel laboratorio della Siva (1985). Foto ©Collezione Bernard Gotfryd

Immaginare dunque, tentare, sperimentare, creare, fallire, ritentare, aggiustare, apprendere, elaborare: sono tutte azioni che accomunano i pasticci del bambino di ieri alle scommesse dell’uomo di oggi. E l’organizzazione di questo processo altro non è che ciò che chiamiamo tecnologia.

Archivio Zeta Vizio di Forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

Archivio Zeta Vizio di forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

Teniamo conto, dopotutto, che gli anni in cui scrive Levi sono gli anni in cui gli artisti visivi europei e statunitensi ricorrono nelle loro creazioni a materiali non convenzionali (l’informalismo prima, l’arte povera poi): muffe, acidi, fibre sintetiche, resine viniliche, o l’avvento del polipropilene che trasformerà radicalmente design, moda, interni (e che varrà a Natta e Ziegler il Nobel nel ’63).

Yves Klein Untitled Fire Painting (F 27 I) (1961). ©Yves Klein, ADAGP, Parigi

Yves Klein Untitled Fire Painting (F 27 I) (1961). ©Yves Klein, ADAGP, Parigi

Insomma, è la rivoluzione dei materiali: si scompone e si ricompone—nelle scienze e nelle arti. L’homo ritorna faber, ora però senza più i limiti della natura, perché grazie alla chimica può alterare la materia fin nelle sue particelle elementari. Smonta il mondo e lo rifonda a suo piacere.

È la cara vecchia hybris: quella tentazione irresistibile dell’uomo a fare il dio onnipotente.

Cornelia Parker Cold Dark Matter: An Exploded View (1991). Foto ©Hugo Glendinning

Cornelia Parker Cold Dark Matter: An Exploded View (1991). Foto ©Hugo Glendinning

E se non impara più, l’uomo, è anche perché più non sa ereditare l’esperienza del passato.

La tecnologia, infatti, è mossa dalla spinta al progresso, e il vizio capitale del progresso tecnologico è che si limita a considerare i suoi incidenti di percorso, le sue rovine, i suoi disastri come semplici «fallimenti», senza mai pensare che forse non si tratta tanto di trovare nuove soluzioni  ma di rivedere le proprie ambizioni.

The World, Dubai. Progetto iniziale (2003), risultato (2008-9), progressivo sprofondamento (2015). Costo totale stimato: 14 miliardi di dollari (USD).

The World (arcipelago artificiale), Dubai. Progetto (2003), risultato (2008-9), progressivo sprofondamento (2010). Costo totale stimato: 14 miliardi di dollari (USD).

Così Archivio Zeta ci raccolgono nell’intimità delle Moline, come un consesso di non-nati in attesa di farsi carne, sangue e nervi. 

Uno spettatore alla volta, ritualmente, Enrica Sangiovanni appende al collo una tavoletta di cera, dalle onde e le screpolature rapprese in una sottile maglia di metallo: ci offre un’anima. Sembrano dei palinsesti (le pergamene cerate su cui si scriveva e riscriveva, raschiandole – la famosa tabula rasa – e ricolandole); emanano un profumo pungente di propoli, rimasticamento laborioso e organico di una collettività.

Archivio Zeta Vizio di Forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

Archivio Zeta Vizio di forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

C’è insomma un richiamo a un senso del tempo e della techné arcaico. Questa «piazzista di anime», come la chiama Massimo Marino, effettivamente ci tenta con la vita, ma ci mette anche in guardia, a suo modo, dalla cultura degli uomini, una cultura che nei secoli ha accumulato e consolidato pregiudizi, incomprensioni, falle insanabili, vizi di forma.

In questa anticamera della (ri)nascita, tra estratti di Levi e scrittura originale, Archivio Zeta ci chiamano a osservare noi stessi da un punto di vista contemporaneamente macro e microcosmico: siamo particelle elementari e aggregati, ci muoviamo per libero arbitrio e in ottemperanza a leggi fisiche—non possiamo prescindere dall’universo.

Archivio Zeta Vizio di Forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

Archivio Zeta Vizio di forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

E così il continuo ricorso a una tecnologia artigianale (dai materiali plastici alle videoproiezioni in Super8, alterate con acidi su pellicola) sposata a un’evocazione puramente teatrale (che si appella all’immaginazione, libera, dello spettatore, senza appoggiarsi al didascalico-decorativo), questa chimica cosmica di Vizio di forma sollecita in noi una nascita, cioè un venire e uno stare al mondo che sia atto consapevole, responsabile, e soprattutto sensibile a quello stesso mondo cui siamo inestricabilmente connessi.

Accetto, ma vorrei nascere a caso, come ognuno: fra i miliardi di nascituri senza destino […] ogni uomo è artefice di se stesso: ebbene, è meglio esserlo appieno, costruirsi dalle radici. Preferisco essere solo a fabbricare me stesso, e la collera che mi sarà necessaria, se ne sarò capace; se no, accetterò il destino di tutti.

Il cammino dell’umanità inerme e cieca sarà il mio cammino.

Archivio Zeta Vizio di forma

Archivio Zeta Vizio di Forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

Archivio Zeta Vizio di Forma. Foto di scena ©Franco Guardascione

Abitare il limite del corpo con Sieni e Cuticchio

Riassumendo potremmo dire che la tecnologia è qualcosa che pone l’uomo a stretto contatto con la sua natura e che gli consente, attraverso ingegnosi espedienti più o meno sofisticati, il superamento dei suoi stessi limiti. La questione pertanto diventa: perché e fino a che punto l’uomo deve trascendere i propri limiti? e per conseguire cosa?

È come se l’uomo fosse passato dalla bici alla motocicletta montando però sempre gli stessi freni.

Massimo Fini Elogio della guerra (1989)

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#2. Foto di scena ©

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#2. Foto di scena ©Sieni Danza

Concludiamo aggiungendo un’ultima tessera al nostro – parziale – mosaico teatrale.

Palermo, 30 novembre, Cantieri della Zisa: seconda tappa del progetto triennale Vangelo. Da una parte abbiamo la danza contemporanea di Virgilio Sieni, dall’altra l’antica arte dei pupi siciliani rivitalizzata da Mimmo Cuticchio.

I due maestri internazionali sembrerebbero battere strade diverse, foss’anche solo per la grammatica dei movimenti o per gli immaginari di riferimento, eppure ecco che innanzi al limite concreto della marionetta le due arti si ritrovano nell’indagine del gesto.

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#2. Foto di scena ©Sieni Danza

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#2. Foto di scena ©Sieni Danza

Spogliato della sua tradizionale armatura, di scudo e di spada, di pennacchio e di insegne, di stoffe e di colori, il pupo nudo di Atlante si palesa come creatura insignificante e universale: è l’essere umano, piccolo e fragile, esposto all’imponderabilità di un universo che, senza scienze applicate, non può dominare.

Accanto a lui, il corpo del danzatore: alter ego gigante eppure al suo pari indifeso. Sieni si muove come una marionetta, articolando le giunture delle membra con morbidi scatti, con la grave leggerezza di un corpo che si altalena fra l’inerzia del peso e il tiro esterno di un filo invisibile.

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#1. Foto di scena ©Alessandro D'Amico

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#1. Foto di scena ©Alessandro D’Amico

Cosa fare dunque quando vengono meno i sostegni tecnologici? L’uomo è perso e destinato alla sconfitta?

Gli artisti che lavorano con la materia, con l’oggetto marionetta […] Aprono la strada a un’altra maniera di considerare la scena del teatro, nella condivisione della presenza. Perché sanno che la materia non appartiene loro e fondano la loro arte sull’esperienza della spoliazione.

Renaud Herbin (già citato in La figura migliore il teatro la fa in Francia)

Cuticchio e Sieni, nella desolazione del silenzio, in questa waste land dove solo il ticchettio della pioggia accompagna i passi sordi del pupo, ci mostrano attraverso il gesto cosa significhi abitare il limite, il proprio limite. Non solo. Ci in-segnano che proprio dall’accettazione consapevole del limite nasce la creazione (artisticamente) e l’incontro (umanamente).

Così, pupo e danzatore giungono a toccarsi e da questo contatto di anime sperse, di anime ritrovate (cfr. Assassina), si riattiva la grazia del vivere: i due corpi si accarezzano, si rincorrono, si compenetrano—in una sola parola si accolgono.

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#1. Foto di scena ©Alessandro D'Amico

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Atlante_Vangelo#1. Foto di scena ©Alessandro D’Amico

E non è un caso se il progetto triennale di Virgilio Sieni (v. Accademia sull’arte del gesto) va a insediarsi nel tessuto urbano di Palermo raccogliendo professionisti e amatori locali all’interno di antiche botteghe, chiese e oratori, riaperti o riscoperti per l’occasione, riattivando dunque quella koinè culturale, tipicamente siciliana, che è stratificazione secolare di Fenici, Greci, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Borboni e che ancora oggi può costituire humus per nuovi approdi, fertili scontri e rinnovati incontri di uomini (dal 28 al 30 dicembre il progetto farà tappa a Firenze).

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Vangelo #2.

Virgilio Sieni & Mimmo Cuticchio Vangelo #2. ©Sieni Danza

Quale tecnologia? Quale scena?

In tempi come i nostri di radicata e costante affabulazione, allora, è consigliabile rimanere lucidi innanzi alle tentazioni del genio tecnologico. Questo ovviamente non vuol dire ripudiare, demonizzare, stigmatizzare o andare tutti a ritirarsi come Amish in una riserva luddista (atteggiamento oggi storicamente dissenato, nonché pericoloso, che difficilmente porterebbe a qualcosa di buono); ma cedere così adolescenzialmente alle offerte del mercato hi-tech neanche può essere la risposta.

C’è una discrepanza fra sviluppo tecnologico e sviluppo etico. Nel senso che lo sviluppo tecnologico è cumulativo, cioè […] ogni nuova scoperta tecnologica viene ad aggiungersi al patrimonio delle conoscenze e delle scoperte precedenti.

Invece lo sviluppo etico non è cumulativo: non è che uno diventi necessariamente migliore di suo padre e di suo nonno. In fondo cominciamo sempre da capo.

Carlo M. Cipolla (Europeo, 14 giugno 1986, intervista di Massimo Fini)

Thomas Hirschhorn Pixel-Collage nº6 (2016). Foto di Florian Kleinefenn. ©Thomas Hirschhorn || Galerie Chantal Crousel, Paris

Thomas Hirschhorn Pixel-Collage nº6 (2016). Foto di Florian Kleinefenn. ©Thomas Hirschhorn || Galerie Chantal Crousel, Paris

Quando l’uomo si impigrisce, quando si rammollisce nella bambagia del minimo sforzo (e il discorso vale tam quam per i teatranti con i loro espedienti o il loro rosario di semplici virtuosismi), quando insomma non ci chiediamo più di cosa abbiamo veramente bisogno, il genio creativo va a farsi benedire e la tecnologia si trasforma in auto-amputazione.

La difficoltà aguzza l’ingegno: oggi tutto è predisposto perché avvenga il contrario. La tendenza inesorabile della tecnica, inesorabile perché fa parte della sua interna coerenza, è infatti quella di ridurre al minimo lo sforzo dell’uomo-massa, di dargli la pappa fatta e quindi, in definitiva, di svuotarlo intellettualmente.

Massimo Fini La ragione aveva torto? (1985)

Andrew Stanton Wall-E (2008)

Andrew Stanton WALL•E (2008)

Gli spettacoli attraversati, pur nella loro diversità, lasciano emergere tutti, in filigrana, una grande lezione: più utilizziamo la tecnologia per evadere dal «qui e ora», più la tecnologia ci porta a regredire.

Se c’è qualcosa che lavora per noi, che fatica per noi, che pensa per noi, «noi» non esistiamo più. Il paradosso dello sforzo e del dolore, in conclusione, è che per quanto vorremmo disfarcene ci sono necessari a costruire un’identità, dunque una società, dunque una storia. Altrimenti non c’è tecnologia che tenga: non si può chiamarlo progresso.

Ascolto consigliato

Letture consigliate
Jared Diamond Armi, acciaio e malattie (1997)
Massimo Fini La modernità di un antimoderno (2006)

Ateliersi
In your face di Ateliersi: Facebook come drammaturgia del presente, di Laura Gemini (L’Incertezza Creativa)

Teatri di Vita
• Chiedi a Teatri di Vita chi era Francesco, di Andrea Pocosgnich (TeC)
“Chiedi chi era Francesco”, contributi di Grazia Verasani e Andrea Adriatico (Doppiozero)
Intervista a Andrea Adriatico, a cura di Stefania Chinzari || Il teatro politico di Andrea Adriatico, di Paolo Ruffini (LiminaTeatri)

Archivio Zeta
Un «piazzista di anime» in una galassia di anime, di Massimo Marino (Corriere di Bologna)

Sieni e Cuticchio
• Chi è di scena (3/12/2017), a cura di Donatella Cataldi (TG3 RAI)
Virgilio Sieni, Mimmo Cuticchio. Per una comunità del gesto e del racconto, di Viviana Raciti (TeC)
• L’atlante umano del gesto. Virgilio Sieni incontra Mimmo Cuticchio, di Elisabetta Reale (KLP)

In apertura: Alfredo Jaar The Eyes of Gutete Emerita (1996). ©Speed Art Museum, Louisville, Kentucky

IN YOUR FACE

di e con Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi
musiche composte ed eseguite dal vivo Vittoria Burattini, Vincenzo Scorza e Mauro Sommavilla
cura del suono Vincenzo Scorza
direzione tecnica Giovanni Brunetto
grazie a Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri per lo sguardo e i preziosi confronti
un ringraziamento particolare a Anna Stefi, Alberto Bario, Vincenzo Branà, Eugenia Delbue e alla famiglia Arcomano
comunicazione e promozione Tihana Maravic
organizzazione e amministrazione Elisa Marchese
produzione Ateliersi 2017
con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna e Comune di Bologna

Teatro Centrale Preneste, Roma – 11 ottobre 2017

CHIEDI CHI ERA FRANCESCO

uno spettacolo di Andrea Adriatico
drammaturgia di Grazia Verasani
con Olga Durano, Francesca Mazza, Gianluca Enria, Leonardo Bianconi
e con Anas Arqawi, Francesco Bonati, Nunzio Calogero, Giovanni Magaglio, Lorenzo Pacilli, Davis Tagliaferro
scene e costumi di Andrea Barberini
cura scenotecnica Francesco Bonati, Michele Casale, Carlo Del Grosso, Giovanni Magaglio, Giovanni Santecchia, Carlo Strata
cura organizzativa di Saverio Peschechera, Alberto Sarti
grazie a Stefano Casi, Franca Menneas, Beppe Ramina, Enrico Scuro
produzione Teatri di Vita
con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Teatro Vascello, Roma – 18 ottobre 2017

VIZIO DI FORMA

uno spettacolo liberamente ispirato all’opera di Primo Levi
di e con Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
musica Patrizio Barontini
tecnica Andrea Sangiovanni
super8 Alberto Gemmi
oggetti Francesco Fedele
foto Franco Guardascione
collaborazione Luisa Costa e Rossella Gibellini
grafica Web Logo Design

Teatro delle Moline, Bologna – 9 dicembre 2017

VANGELO #2
Arte del gesto nel Mediterraneo_Palermo 2017

è un progetto promosso da Assessorato alla Cultura della Città di Palermo
realizzato da Virgilio Sieni / Centro Nazionale di Produzione sui linguaggi del corpo e della danza e Compagnia Figli d’Arte Cuticchio
ideazione Virgilio Sieni in collaborazione con Mimmo Cuticchio
collaborazione artistica e cura del progetto Giulia Mureddu
musica Giovanni Damiani
collaborazione al progetto Matteo Bavera, Vito di Bernardi, Paola Nicita
assistenti Federica Marullo, Federica Aloisio
realizzazione elementi di scena a cura di Giorgia Alessandria e Anita Balsamo del corso di scenografia dei proff. Valentina Console e Fabrizio Lupo dell’Accademia di Belle Arti di Palermo
produzione Daniela Giuliano
direttore di produzione Palermo Giovanna La Barbera
ufficio stampa Rosalba Ruggeri
direzione tecnica Mattia Bagnoli
coordinamento tecnico Giovanni Macis
coordinamento organizzativo Mela Dell’Erba
i pupi sono stati realizzati presso i laboratori dell’associazione Figli d’Arte Cuticchio Palermo
in collaborazione con Palermo 2017 Capitale italiana dei Giovani | Regione Siciliana Assessorato Beni Culturali e dell’identità Siciliana | Polo Regionale di Palermo per i Siti Culturali | Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis | Ditta Salvatore Parlato | Parrocchia San Mamiliano | Accademia di Belle Arti di Palermo | Conservatorio di Musica Vincenzo Bellini di Palermo | Cantieri Culturali alla Zisa | Pulcherrima RES
un ringraziamento particolare a Andrea Cusumano, Caterina Greco, Evelina De Castro, Arturo e Andrea Parlato, Padre Giuseppe Bucaro

Cantieri Culturali della Zisa, Palermo – 30 novembre 2017