Happy_End_2017

Happy End – Michael Haneke

La natura del dispositivo e dell'animo umano

Provocazione, distanza emotiva, crudele rappresentazione dell’animo umano, della violenza fisica e psicologica, il cinema di Michael Haneke ha sempre provocato dibattiti, discussioni, oltraggi, rotture, un cinema che vuole essere disturbante piuttosto che appagare o generare consensi. Con Happy End (2017) presentato in concorso al Festival di Cannes, il regista austriaco continua ad esplorare topoi e tematiche che caratterizzano il suo cinema, dalla lettura nichilista della società occidentale alla disgregazione della famiglia (borghese) che si sorregge su falsità, ipocrisie e pulsioni inconfessabili (amore/morte), dal passato coloniale come trauma storico ed evento represso, alla natura dei nuovi dispositivi di visione e di controllo.

Il film si apre con una rappresentazione mediata della morte, nodo centrale anche in Benny’s Video (1992), di un criceto e di una donna per avvelenamento, mostrata in diretta attraverso il periscope (applicazione per la diretta streaming dello smartphone). A filmare l’accaduto, commentando anche attraverso una chat, Eve, una ragazzina ormai stufa sia dell’animale, di cui non vuole più occuparsi, sia della madre, rea di aver fatto andare via il padre tanti anni prima. Una rappresentazione asettica e impassibile della morte, in primo paino l’agonia del roditore e a debita distanza quella della madre che si accascia sul divano, che rifiuta l’estremizzazione grafica per un glaciale rigore estetico e formale.

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La rappresentazione della realtà mediata attraverso un dispositivo torna nella scena in cui una camera a circuito chiuso riprende il crollo di un blocco di cemento all’interno di un cantiere edile di proprietà della famiglia Laurent. Strutturale e metaforico è Il disfacimento in cui va incontro la famiglia, composta dal patriarca, il signor Georges (Jean-Louis Trintignant) affetto da demenza senile con manie suicide, i figli Anne (Isabelle Huppert) ambiziosa e cinica donna in carriera e Thomas (Mathieu Kassovitz), cardiochirurgo affermato ma inappagato dalla relazione con la moglie, un’amante che non riesce a soddisfare e la figlia del primo matrimonio, Eve, con la quale si riunisce solo a seguito della morte, non accidentale, della madre. Se in Caché (2005) espliciti erano i richiami al passato coloniale, alla Guerra d’Algeria, ma chiari anche i riferimenti alle rivolte che scossero le periferie di Parigi proprio nel 2005, quando il film venne girato, in Happy End Haneke torna a confrontarsi con il razzismo latente e non della società civile ambientando la storia a Calais, luogo di confine e simbolo che rispecchia le contraddizioni del processo di accoglienza attuato dall’Europa.

Nonostante la “giungla”, come viene definito il campo di rifugiati e migranti che sorge nei pressi della città, non venga mai mostrata, comportamenti ed episodi di razzismo e segregazione sono comunque evidenti, in occasione del compleanno di Georges ad esempio, durante il quale Pierre si riferisce alla famiglia di domestici di origine nordafricana usando l’appellativo “schiavitù marocchina”, così come, sempre lo stesso Pierre, durante la festa di fidanzamento della madre con Lawrence (Toby Jones), si presenta in ritardo accompagnato da un gruppo di migranti che invita al pranzo seminando il panico tra gli invitati.

Niente da nascondere (Caché), Michael Haneke, 2005

Niente da nascondere (Caché), Michael Haneke, 2005

L’attenzione alla natura ontologica dei nuovi dispositivi, già evidente in Caché (Niente da nascondere, 2005), in cui si riflette inoltre sull’immagine e la sua manipolazione, anche in Happy End porta ad un’osservazione più ampia sul concetto di colpa e responsabilizzazione. Così come un altro George Laurant, personaggio interpretato da Daniel Auteuil proprio in Caché, collegamento più che esplicito, che ha paura di essere scoperto e di ri-scoprire il proprio passato ri-elaborando il trauma represso, anche i personaggi di Happy End vogliono rifuggire la realtà, de-responsabilizzarsi e insabbiare i propri crimini penali e morali. “Nascosto”, la traduzione letterale di caché, è il soggetto delle rappresentazioni mediate dai dispositivi, celato proprio dal medium, sia alla camera che agli spettatori. L’occhio anonimo del dispositivo, una presenza invisibile senza referente dietro lo sguardo, osserva e vigila, determinando le azioni dei personaggi, e continuando a soffermarsi sulla contemplazione della dissoluzione fisica e morale nell’unico Happy End possibile riservato alla nostra società civile.